L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Cuori di tenebra

 di Alberto Ponti

Tra ombre e luci Il trovatore inaugura la stagione del Teatro Regio.

Leggi la recensione del cast alternativo: 12/10/2018

TORINO, 10 ottobre 2018 - Che Il trovatore sia l’opera verdiana ‘notturna’ per eccellenza è cosa risaputa, e non solo per il celeberrimo coro di apertura della seconda parte e per la presenza nientemeno che di un conte di Luna. La stessa musica pare nutrirsi, come e più del Macbeth, di suggestioni oscure, quasi demoniache, tra vampe di zingari, roghi funesti e orride carceri. E’ un lato che avvicina Verdi a certo primo romanticismo tedesco, da cui anche Wagner prenderà le mosse, confermando una volta ancora quanto la leggendaria generazione del primo Ottocento, al di là delle personali differenze stilistiche, parlasse nei fatti un linguaggio comune da Napoli ad Amburgo. Spesso si dimentica che le radici profonde dell’Europa risiedono anche nella sua straordinaria civiltà musicale, variegata e allo stesso tempo omogenea: a dimostrarlo vi è il successo travolgente (ricordato da Paolo Gallarati nel bel saggio ‘L’incendio del Trovatore’ nel volume edito dal Teatro Regio e contenente il libretto) che l’opera, dopo la prima romana del 1853, ebbe sui palcoscenici di tutte le latitudini.

Un direttore di navigata esperienza come Pinchas Steinberg è di per sé una certezza: dalla scena iniziale è subito evidente la capacità di amalgamare al meglio solisti e coro, impeccabile come sempre e guidato da Andrea Secchi. Si avverte la maestria del podio non solo nelle perorazioni di maggior enfasi, condotte con sapienza timbrica senza mai prevaricare le voci, ma in infiniti passaggi minori, arpeggi di strumentini, vibrati di archi in grado di svelare sorprendenti affinità ora con un topos schubertiano, ora con una frase di Beethoven.

A mancare è talvolta il sussulto improvviso, il robusto pathos cementato dalla tradizione (ma non alcuni, oggi abbastanza inspiegabili, tagli), la nobile fierezza che innerva da capo a fine il titolo più complesso della cosiddetta ‘trilogia popolare’, ma mirabili al di sopra di ogni tentazione didascalica rimangono la pulizia e la precisione del gesto, la tornitura luminosa delle arcate melodiche, l’assenza di sbavature in ogni campo dell’orchestra.

Tra i protagonisti, a vincere sono le donne. La Leonora di Rachel Willis-Sørensen esordisce con la fremente e calibrata intonazione della cavatina ‘Tacea la notte placida’, salendo poi ulteriormente in cattedra nel finale secondo, concertato di altissima poesia in nulla secondo al sublime quartetto del Rigoletto. Il giovane soprano statunitense si conquista convinti applausi a scena aperta anche dopo ‘D’amor sull’ali rosee’ nella quarta parte, scolpito con pulsante finezza d’accento, autentico sentimento, sicurezza di fraseggio e di emissione.

Anna Maria Chiuri, mezzosoprano dall’ottima tecnica e coinvolgente presenza scenica, è al termine la più acclamata dal pubblico della prima torinese. Ammirabile nella sua Azucena è la dinamica di numerosi sforzando, crescendo e diminuendo di pienezza ed effetto pressoché strumentale, la gamma di sfumature nella dizione, il carattere appassionato del canto sia nei momenti solistici che al fianco degli altri personaggi (su tutti il crepitante duetto con Manrico nella seconda parte).

Il conte di Luna, impersonato dal baritono Massimo Cavalletti, appare sottotono nell’atteso cantabile ‘Il balen del suo sorriso’, in cui il timbro vellutato, elegante, sempre gradevole sembra mancare di quella drammaticità che invece sfodera con convinzione nei passaggi concitati.

Il tenore Diego Torre si dimostra parimenti assai sacrificato. Una ruvidezza a tratti incontrollata e un’irruenza di fondo, ricalcata probabilmente sul repertorio verista e facile a tramutarsi in uniformità di colore, poco si conciliano con l’eroismo spianato, seppur non disgiunto da abissali inquietudini, richiesto a tutto tondo dal ruolo di Manrico. Eppure, quando meno lo si aspetterebbe, Torre, piegando l’estensione a raffinate sottigliezze, riesce ad evocare in coppia con Leonora soavità mozartiane di ‘gioie di casto amor’, nell’(in)consapevole citazione del testo del Don Giovanni. Poco incisiva sarà la successiva, famosa cabaletta ‘Di quella pira’ accolta anche da qualche fischio ingeneroso.

Positiva si palesa la prova dei comprimari, a cominciare da Ruiz (il tenore Patrizio Saudelli) a cui si aggiungono la valida Ines (Ashley Milanese, soprano) e Ferrando (il basso coreano In-Sung Sim) per terminare con Desaret Lika (un vecchio zingaro) e Luigi Della Monica (un messo), rispettivamente baritono e tenore.

All’insegna della tradizione si pone l’allestimento scenico, ambientato nell’epoca risorgimentale coeva alla partitura e proveniente dal Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Paul Curran e le luci di Bruno Poet (riprese da Andrea Anfossi) che se da un lato hanno il pregio di rendere scorrevoli e dettare con efficacia i tempi di un’azione sovente macchinosa, debitrice a un libretto che passa con nonchalance dal bello al banale, dall’altro risultano eccessivamente sbilanciate sull’aspetto tenebroso, nondimeno indispensabile, della vicenda. La funzionalità della scenografia, essenziale ai limiti dello stilizzato nel delineare con pochi elementi (due disadorni scaloni laterali, una porta) il palazzo del conte rende immediati i cambi di scena e tumultuoso l’incedere (Verdi avrebbe approvato) ma si trova annegata in una miriade di processioni notturne, bagliori incerti e indistinti, movimenti e scalpiccii confusi di comparse in penombra. Non aiutano nemmeno i costumi curati ma prevedibili, lontani da guizzi di estro, di Kevin Knight.

La platea della premiére del 10 ottobre fa segnare il tutto esaurito, nell’endemica situazione di incertezza, ribadita dall’accorato appello alle istituzioni da parte dei lavoratori del Regio saliti sul palcoscenico prima dell’inizio dello spettacolo, che caratterizza ormai da anni il teatro lirico italiano, costretto ad assurde e imbarazzanti acrobazie per reperire le risorse economiche necessarie a mantenere gli spettacoli ad un livello accettabile.

Ci auguriamo che la new way inaugurata dalla nomina a sovrintendente di William Graziosi riesca a mantenere alta la bandiera di una stagione sotto le ali del grande repertorio, per non citare che Rigoletto e Traviata in programma tra dicembre e febbraio: titoli tanto più temibili proprio quanto più popolari. Questo Trovatore di esordio, pur facendo intravedere note positive, dimostra che c’è ancora molto da lavorare. Perché nella gestione quotidiana ci si può anche barcamenare ma, per dirla in modo un po’ brutale, alla fine Verdi non lo frega nessuno.