L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Come la Tosca in teatro

 di Antonino Trotta

Dopo il felice debutto bresciano, l’elegante allestimento firmato da Andrea Cigni e affidato alle cure musicali di Valerio Galli approda al Teatro Fraschini di Pavia. Dalla seconda compagnia di canto emerge la Tosca di Charlotte-Anne Shipley.

Leggi la recensione della prima a Brescia con Tola, Ganci e Veccia protagonisti, 28/09/2018

Pavia, 28 Ottobre 2018 – Ci sono giorni in cui fuggire dai grandi poli lirici per godersi uno spettacolo nella serenità di una dimensione provinciale si dimostra un vero e proprio toccasana. Lontano dallo sguardo critico di una platea spesso pretenziosa dove il successo si misura già dall’intensità dei primi applausi, la genuinità con cui il pubblico approccia uno spettacolo finisce inevitabilmente col condizionare il percepito generale, non per mancata risolutezza d’opinione ma per una sorta d’empatia che s’instaura tra poltrona e poltrona: c’è chi ride dei capricci della diva, chi applaude gioioso un’aria famosa seppur cantata discretamente, chi si meraviglia per colpo di scena e chi, probabilmente, scopre Tosca o l’opera per la prima volta.

Quale miglior battesimo dell’immortale dramma pucciniano dove passione amorosa e foga politica si intrecciano in un abbraccio sanguigno e mortale. Del resto, «come la Tosca in teatro» c’è ben poco. Dopo il felice debutto bresciano, il nuovo allestimento del circuito OperaLombardia approda al Teatro Fraschini di Pavia con una recita che fa registrare il tutto esaurito.

Nel baule dei titoli di repertorio, la rigidità di riferimenti temporali e geografici così ben definiti penalizza senza ombra di dubbio l’identità di una produzione rispetto a un’altra. Non è, tuttavia, l’abbandono della contestualizzazione storica – i bei costumi di Lorenzo Cutùli suggeriscono una postposizione a qualche decade successiva alla battaglia di Marengo – a marcare i tratti distintivi della Tosca di Andrea Cigni, bensì è la libertà che l’espressione e l’interpretazione sanno conquistarsi negli inflessibili schemi di uno sviluppo canonico a scandire il valore di questa rappresentazione. L’utilizzo dello spazio scenico, finemente articolato a sostegno degli intenti drammaturgici, è arguto, sofisticato e stimolante: la definizione di un punto di fuga illusorio nell’apparato scenografico connota le belle ambientazioni di Dario Gessati con un’angustia intrinseca e surreale che acuisce oltremodo il senso di oppressione e di fatalità ineluttabili così pronunciati nei primi due atti (non meno efficace, in tal senso, la statua della Madonna che ruotando, durante il Te Deum, rivela al pubblico uno sguardo straziato). Per accentuare l’agognata ebrezza della fallace vittoria, Cigni e Gessati contrappongono alla pomposa cancellata della Chiesa di Sant’Andrea – sebbene sia frequente l’uso di inferriate divisorie nelle cappelle private, è interessante immaginare chi si tratti, data l’incombenza delle dimensioni, anche di un’elegante citazione dei versi «l’innamorata Tosca è prigioniera…» – e alla lussuosa boiserie lignea di Palazzo Farnese una terrazza di Castel Sant’Angelo indefinita e ariosa, immersa in un fondale nero e dominata solo da un’enorme scalinata, quasi un altare su cui si consumerà il liberatorio suicidio. A questa dialogica visiva così intensa e sfaccettata contribuiscono l’estrema attenzione ai movimenti scenici e i suggestivi disegni di luce di Fiammetta Baldiserri, splendidi nel gioco di proiezioni e ombre del finale del secondo atto.

Sul podio, alla guida dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, Valerio Galli offre una concertazione di eguale impeto. Pucciniano d’elezione e già apprezzato anche in altro repertorio (avvincente il Don Carlo genovese con Giovanna Casolla), il giovane direttore viareggino dimostra una profonda conoscenza della partitura. Galli infiamma il momento drammatico con una direzione plastica nei tempi e nelle dinamiche senza mai sacrificare né la ricchezza del forbito dettato né l’equilibrio con il palcoscenico, servito nell’assoluto rispetto delle voci e dell’azione teatrale. La “scena della tortura”, ad esempio, è un’irrefrenabile turbinio di agogiche e colori che evolvono senza tregua fino all’assassinio di Scarpia.

Meno accattivante l’ensemble di protagonisti, tra i quali si segnala comunque la buona prova di Charlotte-Anne Shipley nel ruolo eponimo. Il soprano inglese ha in dote una voce morbida e luminosa ma con poche sfumature drammatiche. Canta con gusto e intenzione, il fraseggio è limpido e preciso. Legature e filature aiutano a plasmare una figura angelicata che trova la sua migliore espressione nel duetto iniziale e nel celebre «Vissi d’arte», ma nella terrificante progressione del secondo atto si avverte qualche durezza. Problematico il Cavaradossi di Mikheil Sheshaberidze: se il timbro in sé non è particolarmente bello, l’emissione spesso spinta e poco appoggiata preclude ogni ricerca di accentazione o sfumatura. Una serie di violente stoccate in acuto gli assicura grandi riconoscimenti a scena aperta. Vocalmente più dotato Devid Cecconi nei panni di Scarpia, a cui si riconosce un registro superiore penetrante e incisivo. Lo strumento è sonoro e ben timbrato ma il fraseggio risulta piuttosto grossolano e nella sicurezza di uno strumento lanciato in belle puntature si percepisce l’impressione di personaggio troppo smargiasso e poco sinistro.

Per le parti di fianco si confermano le impressioni espresse in merito alla prima: Nicolò Ceriani affronta il Sagrestano con un’eccezionale carica attoriale mentre discutibile è lo Spoletta di Nicola Pamio. Lodevole la prova del Coro OperaLombardia e del Coro di Voci Bianche “I Piccoli Musici”, istruiti dal Maestro Diego Maccagnola. Completano correttamente il cast Luca Gallo (Cesare Angelotti) e Stefano Cianci (Sciarrone).

foto Favretto


 

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