L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La larva del buffone

 di Stefano Ceccarelli

L’Opera di Roma apre la stagione con una mediocre produzione di Rigoletto di Giuseppe Verdi. A renderla tale è, innanzitutto, la regia di Daniele Abbado, in particolare poco attenta alla definizione dei personaggi. Inoltre, proprio il 6 dicembre una defezione di Daniele Gatti per indisposizione porta sul podio Stefano Ranzani, che mostra una direzione a tratti pessima. Nel cast spicca soprattutto l’interpretazione di Frontali nel ruolo del protagonista; apprezzabile la Gilda della Oropesa. Una serata, quindi, complessivamente sottotono, particolarmente sfortunata a causa dell’inattesa defezione di Gatti.

ROMA, 6 dicembre 2018 – Il teatro dell’Opera di Roma sceglie di aprire la novella stagione (2018/2019) con un capolavoro verdiano particolarmente amato dal grande pubblico: Rigoletto. Finalmente, dopo diversi anni in cui l’opera era rappresentata sotto la brutta produzione firmata da Leo Muscato (leggi la recensione), si cambia regista e produzione, ma la maledizione che pervade l’intera trama dell’opera pare reificarsi anche sulle sue produzioni romane. Dopo quella di Muscato, appunto da dimenticare, eccone un’altra che non rende minimamente giustizia alla bellezza e alla carnalità dell’opera: la regia di Daniele Abbado.

Abbado, infatti, sceglie un anonimo cortile, vagamente italianeggiante, come tema principale di tutte le scenografie dell’opera: sembra quasi di stare (in particolare all’inizio) sul set dello sceneggiato L’amica geniale. Qualche balconcino e un dipinto rovinato di gusto rinascimentale sul fondo non migliorano l’appeal estetico della sala ducale, adibita per il ballo e i piaceri del Duca. La scenografia, nel comporre l’«estremità di una via cieca», si scompone e rivela una delle tecniche scenografiche messe in campo da Gianni Carluccio (che cura anche l’apparato delle luci): far vedere l’anima delle impalcature per creare volumi e un’atmosfera decadente e surreale. La casa di Rigoletto, infatti, si avanza al centro del palco mentre gli interpreti (Rigoletto e Gilda) cantano il duetto ed è compresa in una colonna di quelle che compongono la scenografia. Maggiormente apprezzabile è la sala ducale del II atto, composta da una frammentazione del salone ‘a cortile’ del I atto; del tutto anonima la resa scenica della casa di Sparafucile. Ma non sono tanto le scene (pure qualche scorcio decoroso si deve riconoscere a Carluccio), quanto la regia a lasciare grandemente a desiderare: Abbado lascia totalmente andare i personaggi alla deriva, non curando la gestualità dei cantanti, che si muovono sostanzialmente secondo il loro gusto, senza coerenza e coesione. Taluni essenziali elementi di prossemica, come l’abbracciarsi o il toccarsi di alcuni personaggi in momenti cruciali dell’azione, non vengono minimamente rispettati: così, nel duetto del I atto, il Duca e Gilda non si toccano quasi mai; ancor peggio, non lo fanno Rigoletto e la figlia quando (nel II) il padre deve consolarla per l’avvenuta perdita della verginità. Eppure, Abbado si concentra alacremente su movimenti puramente esornativi e irrilevanti al rispetto della lettera dell’azione: Gilda canta il suo amore per lo pseudo Gualtier Maldè salendo due piani di scale, in alto sulla torre scenica, senza un reale motivo; il Duca, nell’eseguire l’aria del II atto, ha premura di salire e scendere una scalinata, con movimenti di cui nemmeno l’interprete è convinto. Ma ancor peggio è il non aver caratterizzato adeguatamente bene i personaggi principali nelle scene corali: al suo primo apparire, difatti, ho faticato non poco a riconoscere dove fosse il Duca. L’unica idea esplicitata da Abbado nelle vaghe note di regia è la volontà di ispirarsi allo squallore morale della Repubblica di Salò (con una lente, direi, pasoliniana): ma tranne le scene all’interno del palazzo, il senso di Salò viene immancabilmente meno e lo sforzarsi del Duca di scimmiottare un gerarca fascista non ha, semplicemente, alcun senso. Se qualche momento registico, comunque, si lascia maggiormente apprezzare, come il rapimento di Gilda (se non fosse per le pistole finali estratte contro Rigoletto…) o la rappresentazione di Rigoletto come un ‘finto gobbo’ (se ho capito bene, visto che ‘mima’ la sua malformazione solo quando si trova a contatto con il Duca e la corte), complessivamente la resa è scadente e trascurata. Peraltro, la scelta realistica di ambientare la vicenda in un dato momento storico rende talune rese surreali, come la morte di Gilda ‘in piedi’ (la ragazza esce dal sacco vestita in abiti femminili – errore madornale – e lentamente si avanza al proscenio) o il suo presentarsi alla casa/taverna di Sparafucile vestita sostanzialmente da donna e a viso scoperto, del tutto inspiegabili. I costumi di Francesca Livia Sartori ed Elisabetta Antico sono dimenticabili e appiattiscono storicamente la storia a una Salò incolore e puramente esornativa.

A causa di una aritmia cardiaca, il maestro Daniele Gatti è costretto a defezionare la recita del 6 dicembre: lo sostituisce, verosimilmente all’ultimo, Stefano Ranzani. Il cambio improvviso di direttore non deve affatto aver giovato alla riuscita musicale della serata; l’orchestra, infatti, pur abbastanza in forma – come dimostra costantemente nell’ultimo periodo –, fatica a entrare in sintonia con Ranzani. Il preludio riesce insicuro; ma, soprattutto, Ranzani fa un autentico disastro nella complessa sezione del I atto dove i cortigiani, illividiti, progettano di vendicarsi su Rigoletto, che il Duca ammonisce a maggior contegno («Ah sempre tu spingi lo scherzo»): tutta la parte, veloce e guizzante, è sbilenca nelle entrate degli strumenti e delle voci. A parte questo spiacevolissimo momento, si nota bene che Ranzani ha poche (forse pochissime) prove alle spalle. In taluni momenti, quando il pathos dell’orchestra sale, Ranzani riesce almeno a dare la giusta energia; nell’accompagnamento delle voci, poi, si vede il mestiere. Per esempio, il terzetto e il quartetto del III atto riescono abbastanza piacevoli; ma, complessivamente, la serata è fortemente sottotono. Il Duca di Mantova è cantato dallo spagnolo Ismael Jordi: una voce dal contenuto volume, un’emissione nasale e un carattere sostanzialmente da tenore ‘di grazia’ rendono il suo Duca diafano e poco entusiasmante. Non che una voce adatta, magari, a taluni ruoli belcantistici non possa cantare il Duca di Mantova: probabilmente appariva così Raffaele Mirate, colui addosso al quale Verdi cucì la parte. Il problema è che Jordi si mostra incolore e debole. Sottotono la smagliante «Questa o quella per me pari sono» né migliora nel duetto con Gilda («È il sol dell’anima, la vita è amore»). Nel II atto, l’aria «Ella mi fu rapita» è maggiormente sorretta nella voce, ma la cabaletta, pur brillante nella scrittura, è del tutto incolore. La celeberrima «La donna è mobile» è cantata con impegno, certo, ma senza grandi risultati; leggermente meglio l’altrettanto celebre quartetto seguente. Il Rigoletto di Roberto Frontali è l’unico carattere veramente scolpito e a tutto tondo della serata: la sua voce calda e viperina cavalca perfettamente i momenti più cupi della scrittura del gobbo, ma riesce pure a infrangersi in lacrimoso lirismo. Il fraseggio di Frontali, sempre intenso e centrato, si può tutto godere nel monologo «Pari siamo!», che l’interprete conclude con un insolito «è follia!» quasi sottovoce. Il successivo duetto con Gilda (II atto) lo vede preoccupato o trasognato a seconda del momento: con i colori della voce riesce bene a caratterizzare ogni momento, in particolare il commovente ricordo della moglie morta. Nel II atto, Frontali dà ancora prova di maestria nella furente «Cortigiani, vil razza dannata», come pure nella successiva cabaletta del duetto con Gilda, «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Del III atto vorrei ricordare gli accenti scorati del duetto finale con Gilda: riesce qui, infatti, a incarnare vocalmente il dolore di un padre e di un uomo profondamente umiliato. Gilda è cantata da Lisette Oropesa. Il soprano ha una voce squillante e ben coesa nei vari registri, nonché una tecnica ammirevole nei passaggi più virtuosistici: ciò che le manca – a mio avviso – è un po’ del colore necessario a sfumare molte delle ‘anime’ del personaggio. Nei duetti con Rigoletto e il Duca del II atto l’interprete si preoccupa in particolar modo di tirar fuori la voce e di eseguire bene la parte; la Oropesa si distingue chiaramente per la prima volta nel «Caro nome che il mio cor», dove esegue in maniera chirurgica le difficili variazioni del pezzo. Fa uscire personalità ‘vocale’ anche nel duetto con Rigoletto (II atto), in «Tutte le feste al tempio», come pure nel finale, quando canta agonizzante, regalandoci dei passaggi soffusi negli istanti prima di trapassare. Riccardo Zanellato canta un ottimo Sparafucile: la voce cavernosa, il volume importante e un fraseggio curato a scurire gli accenti dell’assassino valgono all’interprete un’ottima serata, sia nel duetto di presentazione con Rigoletto (atto I) che nel terzetto con Gilda e Maddalena (III atto). Quest’ultima è ben cantata da Alisa Kolosova. Fra i comprimari emerge certamente il Monterone di Carlo Cigni, statuario. Il coro esegue bene la parte, anche se taluni momenti più sfumati sono lasciati alquanto andare.

Una serata, tutto sommato, non all’altezza delle aspettative di una prima di stagione: colpa ne è, innanzitutto, la regia di Abbado, ma anche la direzione di Ranzani e qualche opaco interprete contribuisce a una resa altalenante e per nulla convincente.

foto Yasuko Kageyama