L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Omaggio a Maria

 di Antonino Trotta

Sotto l’ala protettrice di Maria Callas si inaugura la stagione del Municipale di Piacenza: Leo Nucci omaggia la Divina nel nuovo allestimento de La traviata di Giuseppe Verdi, accolta con entusiasmo da un teatro tutto esaurito.

Piacenza, 21 Dicembre 2018 – Si dica da subito: Violetta non muore. Anzi, il suo cuore non cessa di battere perché la tisi, sì, prosciuga le vene ma è l’oblio a divorare la linfa vitale e a spegnerne l’anima prima del corpo. Così Leo Nucci, avvalendosi di un citazionismo ossequioso e prudente nei parallelismi, ha voluto omaggiare la Divina nel nuovo allestimento della Traviata, titolo che ha inaugurato tra gli entusiasmi di un teatro tutto esaurito l’attesa stagione lirica del Municipale di Piacenza. Un omaggio che però ha ben poco di celebrativo, piuttosto nutre in seno l’amara denuncia di quei giorni, oscuri, tra il ritiro e il trapasso, dove la cronaca si mescola alla leggenda nella densa foschìa calata a intorbidare lo splendore di un regno ineguagliabile.

Corroborato da un chiara idea drammaturgica – «Il mio obiettivo è il rovello enorme che sta dentro l’anima di questa grande donna» – e sostenuto dalla pluriennale esperienza teatrale, Nucci focalizza già dal primo quadro l’attenzione sulla conflittualità che abita la signora delle camelie, evitando pleonasmi nella descrizione degli aspetti più “carnali” dell’opera. Si assapora infatti, durante il commiato dei convitati, una sensazione di grande desolazione quando Violetta, di spalle, si fissa attonita allo specchio, ignorando ogni manierata ritualità di galateo. Efficace ai fini dello sviluppo drammatico l’accento posto dal disegno registico nell’incontro con il di lui padre: Giorgio Germont è del resto un fine manipolatore, sa circonvenire Violetta per chiudere con astuzia il suo subdolo progetto e impugnando una foto dei due figli squarcia le illusioni della protagonista che accoglie il dialogo e sigla definitivamente la propria condanna. Se comunque nei primi due atti, al di là di questi accorgimenti, la rappresentazione insegue un’impostazione che oggi definiremmo senza troppi giri di parole “tradizionale”, è il coup de théâtre conclusivo a scandire la caratura dell’intera narrazione. Presa dall’euforia pre-mortem, Violetta si avvicina al balcone ricostruendo, in un tableau-vivant, quel celebre scatto che immortala la Callas alla finestra delle sua ultima dimora al 36 Rue Georges Mandel (la foto è proiettata su di una parete), in attesa di chissà cosa, in attesa di chissà chi. Un espediente, questo, che non piomba come un fulmine a ciel sereno ma appare preparato da tutto l’atto, specie dalla straziante lettura della lettera, anzi recitazione perché quelle parole, ultimo spiraglio di luce in un futuro senza orizzonte, Violetta le ha lette talmente tante volte da averle impresse, indelebili, nella memoria. Così il dottore, Annina, Alfredo e Germont non sembrano altro che il frutto della sua immaginazione, arrivano, cantano e poi spariscono, lasciando «la povera donna, sola, abbandonata in questo popoloso deserto che appellano Parigi». Fanno da supporto a quest’interessante messinscena i costumi di Artemio Cabassi le belle scenografie di Carlo Centolavigna, doviziose nella modellazione di ambientazioni di ispirazione palesemente francese, con stucchi e mobilio che ben evidenziano la circostanza aristocratica del racconto, trasportato appunto all’epoca di Maria. Molto curati i movimenti coreografici di Sabrina Fontanella, apprezzati nella pagine corali del secondo atto – in cui eccelle il Coro del Teatro Municipale di Piacenza istruito dal maestro Corrado Casati – e le luci di Claudio Schmid.

La compagnia di cantanti, nel complesso ben assortita, è il risultato del progetto “Opera Laboratorio” del Municipale di Piacenza, iniziativa finalizzata alla selezione e alla formazione di giovani talenti e patrocinato dallo stesso Leo Nucci. Questa Traviata, dunque, non è che un importante punto di partenza e a tutti gli artisti non si può non perdonare qualche imperfezione dettata soprattutto dalla mancanza di una consolidata esperienza.

Nel ruolo del titolo, Adriana Iozzia porta in scena una Violetta dal portamento elegante e composto, nel canto come nella recitazione. Sorvolando su qualche difficoltà nella coloratura della terribile cabaletta, del soprano modicano si apprezza l’incisività del registro centrale e il colore dalle screziature brunite che restituiscono al personaggio una signorile malinconia. Molto partecipata la scena finale, toccante nella declamazione allucinata e struggente della lettera. Santiago Sànchez presenta invece una linea vocale luminosa e regala ad Alfredo una caratura ben più delicata di quella che in realtà possiede. Attento al fraseggio, nitido negli abbellimenti e impreziosito da belle sfumature nei cantabili, accusa qualche forzatura nei passaggi più ardimentosi, compromettendo l’emissione che si fa più spinta. Benjamin Cho ha uno strumento solido e tonitruante, ben disciplinato per piegare il canto seguendo le inflessione drammatiche del testo. Alle stoccate fiere e violente con cui esordisce il suo Germont si contrappongono infatti le morbide smorzature del cantabile nel duetto con Violetta. È evidente l’influenza di Nucci, tanto nella ricchezza degli accenti che infiorano l’interpretazione e valorizzano la parola, quanto in alcune soluzioni stilistiche che invece risultano meno accattivanti (i troppi portamenti, ad esempio). Ben fanno tutti i comprimari: Carlotta Vichi (Flora), Luisa Tambaro (Annina), Raffaele Feo (Gastone), Juliusz Loranzi (Barone Douphol), Stefano Marchisio (Marchese D’Obigny), Vincenzo Santoro (Dottor Grenvil), Andrea Galli (Giuseppe) e Francesco Cascione (Domestico/Commissionario).

Alla guida della splendida Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, fiore all’occhiello del Municipale di Piacenza, Pier Giorgio Morandi offre un’ottima prova per ricercatezza ed equilibrio tra palcoscenico e golfo mistico. La Traviata di Morandi coniuga sapientemente la patina briosa e la vena patetica che si intrecciano nella partitura, enfatizzando, in linea con il taglio registico, la tinta cupa che avvolge l’opera.

Clima festoso e applausi convinti per tutti gli artisti. Ma siamo solo all’inizio e Piacenza ha ancora tante frecce nella sua faretra.

foto Gianni Cravedi e Mirella Verile


 

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