L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Squadra che vince non si cambia!

 di Antonino Trotta

Katia e Marielle Labèque in concerto al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino insieme ai percussionisti Simone Rubino e Andrea Bindi per l’Unione Musicale: scuola classica ma indirizzo pop, l’appuntamento fisso con le sorelle francesi si conferma uno degli eventi più attesi dell’intera stagione.

Torino, 17 Gennaio 2018 – Va ben oltre il viscerale legame di sangue quell’intensa interconnessione che si stabilisce quando le sorelle francesi siedono, quasi fossero iridescenti silfidi speculari, dinnanzi ai propri strumenti. Affermato in tutto il mondo come uno dei migliori duo pianistici – assolutamente paragonabile a quei sodalizi artistici che coinvolgono giganti del pianoforte (mi riferisco a Martha Argerich e i vari partner tra cui, per citarne solo alcuni, Barenboim, Lilya Zilberstein, Nelson Freire e così via) – Katia e Marielle Labèque ritornano al Conservatorio di Torino per il terzo anno consecutivo insieme a due talentuosi percussionisti italiani, Simone Rubino e Andrea Bindi, con un interessantissimo recital che prevede lavori di Bartók, Brahms, Dessner e Ishii. Ed è proprio lo charme dei programmi che portano in giro per il mondo il primo grande tratto distintivo di queste raffinatissime artiste che, pur strizzando l’occhio ai compositori del passato, offrono continuamente l’occasione di apprezzare composizioni di nicchia che altrimenti faticherebbero a trovare spazio nei cartelloni degli enti concertistici.

Evanescente nelle acquatiche sonorità che richiamano alla mente le atmosfere della Gaspard de la Nuit di Ravel, El Chan di Bryce Dessner – ispirato al leggendario spirito guardiano che abita le acque profonde del lago “El Charco del Ingenio” - apre il concerto in un clima di febbrile trepidazione. Un’esecuzione pregna di sensualità quella delle sorelle: tocchi plastici, vellutati, accarezzano la tastiera con la stessa naturalezza con cui le ninfe sfiorano la superficie di un incantato specchio d’acqua. La naturalezza del gesto si riflette perfettamente nella purezza del suono, estremamente sfaccettato, e nella morbidezza delle note che, come gocce che stillano regolari da una foglia, penetrano incisive nel manto musicale. Anche laddove la lacustre melodia si fa più concitata e impetuosa, la soffusa esecuzione preserva immutata quell’erotica eleganza che caratterizza queste veneri al pianoforte. Eleganza che, a dispetto di ogni cliché, non cede il passo a nessuna forma di snobismo, anzi, trova la sua completezza nella magnetica ironia che si percepisce sul palcoscenico. Ironia a cui le Labèque ci hanno abituato e che non tarda a palesarsi con le Danze Ungheresi (I, XX e V) di Brahms. Al di là dell’indiscutibile valore interpretativo, è irresistibile il siparietto della V danza dove le sorelle sembrano terminare l’esecuzione, sia nell’esposizione che nella ripresa, poche battute prima dell’effettiva conclusione, dove il pezzo si risolve perfettamente dal punto di vista tonale sull’accordo di fa# minore. Il pubblico ignaro cade nella trappola e dopo i timidi applausi, risata generale del pubblico stesso e sorriso sornione delle sorelle che riprendono la splendida esecuzione. Kitsch? Niente affatto. Semplicemente una delle manifestazioni di una consolidata personalità artistica che oggigiorno raramente si ha la possibilità di incontrare.

Epicentro dell’intero concerto, Bartók trova nelle sorelle Labèque le interpreti ideali di quel rinnovato linguaggio musicale fatto di ardite spinte ritmiche e armoniche che dalla musica popolare navigano verso gli orizzonti di Stravinskij. Nei cinque pezzi estratti dalla raccolta Mikrokosmos (Bulgarian Rhyth, Chord and Trill Study, Perpetuum Mobile, New Hungarian Folk Song, Ostinato) si ha modo di apprezzare, grazie ad un pianismo che non sacrifica mai la pulizia del fraseggio, l’ampiezza delle dinamiche e lo smalto dei colori per una ricerca di meccanici e freddi tecnicismi, le sfumature timbriche che si celano negli ancestrali cromatismi che Bartók utilizza per descrivere la sua Ungheria. Dulcis in fundo, la Sonata per due pianoforte e percussioni, dove i barbarici strumenti orchestrali, non più relegati a un ruolo puramente sussidiario, «in molti casi colorano soltanto il suono del pianoforte, in altri potenziano gli accenti più importanti», come Bartók stesso scrive. E in effetti il gioco contrappuntistico, perfettamente pronunciato dalle Labèque e dai solisti alle percussioni, diviene il filo di Arianna in questo fitto labirinto di note. Menzione a parte merita l’esecuzione di Thirteen Drums del giapponese Maki Ishii, affidata all’eccezionale Simone Rubino. Un’esaltazione dei tamburi che impressiona per la varietà di colori dispiegati, inimmaginabili per chi non ha mai avuto occasione di familiarizzare con questo strumento nell’accezione solistica.

Il pubblico torinese rinnova e conferma l’indiscusso affetto e calore che ormai da anni scandisce il rapporto con le sorelle Labèque che, generosamente, rieseguono come bis l’ultimo momento della sonata di Bartok insieme ai percussionisti. Un gesto che conferma, ancora una, la gran classe delle pianiste francesi, lungi da ogni forma di primadonnismo. Che dire? Al prossimo anno!