L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Lamento e trionfo

 di Alberto Ponti

Due giovani interpreti conquistano la platea con incisive esecuzioni di Saint- Saëns e Čajkovskij

TORINO, 16 febbraio 2018 -  Non ce ne vogliano i lisztiani più attenti se prendiamo a prestito il titolo del poema sinfonico Tasso per tracciare in sintesi la parabola del concerto di venerdì 16 febbraio con l'Orchestra Sinfonica Nazionale guidata da Andris Poga. Il fatto è che, dopo l'iniziale ouverture Le carnaval romain op. 9 (1844), in cui il genio di Hector Berlioz (1803-1869) rivela tutta la sua statura in una manciata di minuti di musica, in pochi avremmo scommesso sulla riuscita di una serata che nasceva sotto presagi non esaltanti. Assente ogni gesto rapinoso dall'attacco, così caratteristico del compositore francese (non solo il Carnaval, basti pensare agli esordi fulminei e ghermitori del Benvenuto Cellini, di Roméo et Juliette), precise ma spente le biscrome dei legni, didascalico il canto del corno inglese, la figura imponente del giovane lettone dispensava dal podio gli interventi degli ottoni, in un Allegro vivace poco convinto, con la flemma di chi si direbbe intento a dirigere i passi più estatici di un Gluck, di un Cherubini.

Ottimo per riordinare le idee è stato il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra (1868) in sol minore op. 22 di Camille Saint-Saëns (1835-1921), con solista il notevole Bertrand Chamayou: l'autore riesce nell'impresa di superare Chopin in un lavoro concertante con una tra le parti sinfoniche più esigue, ma non per questo scontate, della letteratura, soprattutto nell'Andante sostenuto iniziale, libera fantasia dal sapore decisamente bachiano, nel quale la bontà dell'ingrediente principale viene un po' sofisticata dai condimenti della cucina parigina dell'epoca di Napoleone III. Il pianista francese, non ancora quarantenne al pari del suo alter ego alla bacchetta, dispiega una tecnica trascendentale brillante e seducente, di grandioso effetto nei due successivi movimenti veloci, tra le cose più riuscite e memorabili di Saint- Saëns.

Tocco soffice ma deciso, supportato da un uso del pedale intelligente e parsimonioso, mai oltre il dettato dello spartito, rispettato nelle minime indicazioni, personalità marcata ed equilibrata allo stesso tempo, Chamayou è l'interprete ideale di questa pagina e tiene ben saldo nelle proprie mani il pallino del gioco, costringendo Poga a seguirlo in una girandola di fuochi d'artificio che lascia il pubblico col fiato sospeso. Ovazioni a raffica, premiate da un Auf Flügeln des Gesanges di Mendelssohn/Liszt fuori programma snocciolato con superba disinvoltura e intensità di sentire.

È tuttavia solo con Pëtr Il'ič Čajkovskij (1840-1893), rappresentato da uno dei suoi più alti lavori come la Sinfonia n. 5 in minore op. 64 (1888), che le qualità direttoriali del maestro nordico si sono finalmente rivelate appieno, in una lettura drammatica e appassionata capace allo stesso tempo di liberare il fascino delle idee melodiche sempre ispiratissime della partitura. Se l'Allegro con anima appare squadrato e compatto nel suo incedere inesorabile, germinante dal celebre tema del destino esposto dai clarinetti in apertura, l'Andante cantabile con alcuna licenza, introdotto dal celebre assolo di corno (un plauso particolare si merita la prima parte Ettore Bongiovanni, che infonde nel passo pienezza di suono e calore soffuso), spalanca abissi di tenerezza disarmante, appena velati di mondana frivolezza nell'Allegro moderato in forma di Valse.

Animato da sentimenti contrastanti, che Poga riesce a conciliare in una compatta visione d'insieme senza cadere nella tentazione della suggestione biografica, sempre dietro l'angolo nelle ultime tre sinfonie di Čajkovskij, il finale si fa apprezzare per i tempi incalzanti, gli stacchi precisi a esaltarne l'inesauribile inventiva e l'intrinseco valore musicale, sostenuto da una conduzione senza cedimenti fino al sontuoso climax emozionale e formale. Applausi in crescendo e pubblico entusiasta per un direttore assai versato in questo repertorio tardoromantico: se saprà smussare alcune asprezze timbriche potrà essere un protagonista di primo piano nei prossimi decenni.