L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tris di pianisti al Comunale

 di Alberto Spano

Gabriele Carcano con Hansjörg Albrecht sul podio, Nikolay Khozyainov e la bacchetta di Dmitrij Liss, Olli Mustonen direttore e solista: tre pianisti per tre concerti al Comunale di Bologna, con esiti differenti che offrono un efficace panorama sull'interpretazione pianistica contemporanea.

BOLOGNA, febbraio 2018. Sarà stato anche un caso, ma è un fatto che i tre concerti sinfonici di febbraio al Teatro Comunale di Bologna, con l'eccellente apporto della camera acustica donata da Alfa Wassermann, hanno offerto un singolare spaccato del pianismo contemporaneo, quasi un manuale d'uso per capire dove stia andando l'interpretazione pianistica in questo primo scorcio di nuovo millennio. Si è cominciato il 4 febbraio con il debutto bolognese del trentatreenne Gabriele Carcano, probabilmente massima espressione odierna dell'assai buona scuola italo-francese (conservatorio di Torino, perfezionamento in Italia con Lucchesini e Ciccolini, in Francia con Angelich e Bucquet). Belle influenze che si avvertono nel suo modo di suonare, molto pulito, razionale, intelligente. Carcano affronta con rigore la Fantasia Corale per pianoforte, coro e orchestra op. 80 di Beethoven e poi il Concerto in do minore KV 491 di Mozart, in perfetta sintonia musicale con il tedesco Hansjörg Albrecht sul podio dell'Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna. Non si saprebbe immaginare un esempio migliore di quello di Carcano per chi è alla ricerca di un pianismo irreprensibile, scrupoloso al testo, preciso, efficace tecnicamente, attento alle caratteristiche dello strumento e dell'acustica della sala. Qualità che rendono Carcano un ottimo professionista della musica, una certezza per chi debba compilare stagioni concertistiche. Non indifferente nelle sue rigorose scelte stilistiche è stata la vicinanza con Albrecht, direttore aderente anch'egli al testo originale, con molte idee chiare sulle musica, si direbbe con una visione “classica”, ma con innervature interessanti e capacità timbriche non banali. Ottimo in questo senso è sembrato il suo lavoro di ripulitura da tanti cliché di tradizione nella sua Quarta Sinfonia di Beethoven, dove si sono ascoltati sì tempi giusti e giuste dinamiche, ma anche spesso fraseggi e pesi nuovi.

Passano quattro giorni ed ecco, sullo stesso pianoforte e con la stessa acustica, il russo ventiseienne Nikolay Khozyainov impegnato nel leggendario “Rach3”, ossia il Terzo Concerto in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninov, sul podio dell'Orchestra del Teatro Comunale il cinquantottenne Dmitrij Liss. Di Khozyainov serbiamo un commovente ricordo: lui diciassettenne che incanta il mondo nelle prove solistiche al Concorso Chopin di Varsavia del 2010 (l'anno di Trifonov in cui vinse Yuliana Avdeeva), fino poi a crollare accanto all'orchestra in semifinale. Lo si attese due anni fa al Manzoni, si raccolsero voci di meraviglia alle prove mattutine, poi il concerto pubblico saltò per uno sciopero. Eccolo finalmente ora al Teatro Comunale: dopo otto anni dal Concorso Chopin tutto si può dire tranne che Khozyainov non abbia acquisito un “dominio” assoluto di fronte ad una grande orchestra. Ora sfoggia una tecnica quasi sbalorditiva che gli fa superare con nonchalanche i passi più impervi, crea una tensione strumentale e un suono nervoso che ci ha ricordato il Weissenberg degli anni migliori. Lo asseconda come un guanto il russo Dmitrij Liss, che di Rachmaninov pare conoscere ogni recondito segreto, fino a porgere al pianista una tavolozza timbrica a volte stupefacente, in un ideale continuum strumentale dove non c'è mai cesura o discontinuità fra piano e massa orchestrale, spremendo quest'ultima fino a ottenere suoni quasi lividi. E non smentendosi nella Terza Sinfonia in la minore op. 44 di Rachmaninov, condotta con chiarezza quasi classicheggiante, eppure espiantandone ricchezze sonore multicolori.

Quasi all'opposto di questi due campioni pianistici attuali (l'italiano e il russo), ecco tornare l'irregolare, il cinquantunenne finlandese Olli Mustonen, sul podio dell'Orchestra il 25 febbraio sempre nella veste di direttore-solista, stavolta con l'Imperatore, alias il Quinto Concerto in mi bemolle maggiore op. 73 di Beethoven. Ed in appena un mezzo minuto dall'inizio, eccolo sparigliare le carte ordinate dai predecessori. Tecnica quasi sulfurea, con gesti plateali ma sempre dentro la musica, Mustonen sembra far di tutto per farsi detestare: sposta gli accenti, dà continui colpi in battere che spiazzano l'ascoltatore, spesso piega il fraseggio a suo piacimento, usa il pedale per imporre macchie di colore (e anche un po' mascherare piccole defaillances digitali), 'smacchia' il Concerto, de-beethovenizza l'Imperatore, toglie ogni grandiosità, sporca, svolazza, combina guai qua e là. Irrita, provoca. Certo si capisce che non esercita più il mestiere di pianista virtuoso (quale fu agli esordi), non spaccando mai il capello in quattro: suona ormai più da direttore, meglio “da compositore”, con gioiosa libertà, quasi con disinteresse tecnico. In ogni caso diverte, interessa. E incanta con un Intermezzo assolutamente distaccato ma lo stesso commovente, e poi sbrocca con un Finale “alla breve” in cui l'intento musicale risulta caricaturale e basta. Poi infila come bis un'Invenzione a due voci bachiana in cui gli stilemi provocatori sono portati all'estremo, beccandosi qualche bel buu. Meno 'danni' combina da direttore nella Sinfonia n. 5 op. 82 di Jean Sibelius, condotta con maggiore sobrietà e rigore, come pure nella conclusiva Finlandia op. 26, quasi un manifesto del nazionalismo del proprio paese, dal quale Mustonen toglie sapientemente, come in Beethoven, ogni sospetto di retorica.