L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Vladimir Jurowski

Bellezza fatale

 di Antonino Trotta

Attraverso pagine di Sibelius e Stravinsky, la bacchetta di Vladimir Jurowski e lo Stradivari di Ray Chen raccontano la musica del primo Novecento. Romanticismo, Neoprimitivismo e Decadentismo in un abbraccio mortale per un concerto dalla pietrificante bellezza.

Torino, 8 Marzo 2018 – Interessante l’appuntamento all’Auditorium Giovanni Agnelli di Torino che l’associazione Lingotto Musica ha deciso di inserire nel cartellone della ricca stagione concertistica. Molto interessante la scelta dei protagonisti che vede Ray Chan al violino, Vladimir Jurowski sul podio alla guida dell’eccelsa London Philharmonic Orchestra. Estremamente Interessante il programma della serata, il Concerto per Violino in re minore op.47 di Sibelius e il balletto Il bacio della fata di Stravinsky. Due composizioni, al di là del sostrato atavico che permea entrambe le partiture, molto differenti nella struttura e soprattutto nel codice linguistico che cripta la dialogica del discorso musicale. È difficile infatti trovare un robusto filo conduttore – che, a mio avviso, costituisce un valore aggiunto ma non imprescindibile – nella programmazione. Scavando tuttavia nella propria sensibilità percettiva, entrambi i lavori sembrano avvicinarsi nel tratteggio di un’ideale di bellezza tragica e morente.

Sulla scia dei grandi concerti per violino (Mendelssohn, Brahms, Čajkovskij per citarne solo alcuni), il capolavoro di Sibelius si impone per il suggestivo equilibro che si instaura nella mediazione tra il rispetto – con qualche licenza – della forma classica del concerto romantico e la ricerca riflessiva di una dimensione narrativa nostalgica e trasognante. In questo punto di convergenza, dove l’esasperata necessità di una scrittura virtuosistica si insidia in una trama orchestrale lineare e avvolgente, Ray Chen coglie l’occasione per dipanare l’intero materiale solistico con magnifica acribia. L’intonazione è ovunque perfetta, anche negli accordi e laddove il violino si districa tra avviluppati trilli e incastri melodici. Le arcate sono profonde, incisive, sostengono un fraseggio assertivo, struggente nell’esposizione del primo tema dell’Allegro moderato (primo movimento) e nell’intero Adagio molto (secondo movimento), dove la struttura quadrata con climax e anticlimax definisce una sommità che il violinista taiwanese scala attraverso un sentiero continuo e coerente, privo di inciampi o esitazioni. I colori e le dinamiche dello Stradivari “Joachim” del 1715 sono torniti in maniera sopraffina e ben affrescano le immagini dei paesaggi nordici frequentemente annidati nel pentagramma. La spregiudicata bravura tecnica di Chen, ancillare a un’idea musicale matura e raffinata, si palesa nella fulgida nitidezza delle raminghe peregrinazioni previste per il violino nella cadenza e nello scalpitante rondò finale (Allegro ma non tanto), dove il protagonista si lancia con impeto nelle funamboliche prodezze acrobatiche dalla zingaresca vivacità. Fondamentale per questo serrato processo costruttivo la splendida direzione Vladimir Jurowski, certosino nel ricercare tutte le sfumature della parte orchestrale e preciso nel coadiuvare l’intreccio tra violino solista e orchestra, regolando con grande efficacia espressiva i frequenti interventi dei singoli strumenti dell’organico (si pensi ai tumultuosi cromatismi del violoncelli e dei contrabbassi, al cinguettio dei legni, al brontolio dei timpani). I contrasti agogici sono resi con lampante immediatezza, le progressioni sono tese e anche quando lo scorrere si fa più repentino e vorticoso, come nelle perorazioni conclusive delle code del primo e terzo movimento, il suono dell’eccezionale London Philharmonic si preserva morbido e vaporoso. Qualità orchestrali e direttoriale poi largamente confermate a approfondite nel balletto di Stravinskij che occupa la seconda parte del concerto.

Poco conosciuto al grande pubblico e ormai caro più al repertorio sinfonico che a quello ballettistico per la sua scrittura allegorica che rimanda alla musica a programma, Le baiser de la fée fu commissionato a Stravinsky dalla famosa ballerina e mecenate russa Ida Rubinstein per omaggiare Čajkovskij nel trentacinquesimo anniversario della sua morte. In linea con la prassi romantica e decadente che esaspera la conflittualità del rapporto tra Arte intesa come divino sapere e artista, ricettacolo di carnalità e non più solo canale di diffusione, il balletto scioglie l’intreccio fiabesco di Hans Christian Andersen (il balletto è tratto dalla fiaba La vergine dei ghiacci) con grande potere evocativo. Sul podio Jurowski non dirige, racconta. E la narrazione è fluida, avvincente, tutta d’un fiato. Incredibile, prima di ogni cosa, la sintonia con l’orchestra che risponde prontamente alle correzioni dinamiche del direttore, attento nel garantire l’omogeneità sonora della concertazione. Colpisce come, nonostante la golosità della partitura pregna di roboanti inserti strumentali, Jurowski centellini con elegante perizia l’uso del forte, scatenando la London Philharmonic raramente in tutta la sua monumentale potenza ma assicurando sempre una continuità del suono che si gonfia e poi sgonfia. Nel repentino susseguirsi di evanescenti immagini che vanno dalla berceuse iniziale a quella finale, passando per i sussulti ancestrali del secondo quadro (La fête au village) – reminiscenza della meravigliosa Sacre – e per le cangianti atmosfere terzo (Près du moulin) dove sinuosi clarinetto, violino, flauto, violoncello volteggiano come ballerini sul palco, Jurowski imprime all’orchestra una miriade di variazioni coloristiche e timbriche sortendo un risultato di grande effetto, intavolando una direzione che gioca principalmente con le figurazioni ritmiche. Meravigliosa l’ultimo scena, dove il tema principale si evolve in un processo di estatica sublimazione ricreando atmosfere autunnali, dove la morte è preludio a una nuova vita.

Meritatissimi applausi per i protagonisti che non esitano nel concedere bis. Ray Chen, in conclusione della prima parte, esegue il Capriccio no. 21 di Paganini e la Gavotta en rondò dalla terza partita di Bach; Jurowski invece il Pas d'action da Il lago dei cigni di Čajkovskij, offrendo l’opportunità di apprezzare la London Philharmonic Orchestra anche nelle sue prime parti. Doverosi i complimenti all’Associazione Lingotto Musica.

foto © Pasquale Juzzolino