L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Nel nome dei padri

 di Alberto Ponti

La grande tradizione ungherese e una nuova commissione dell'OSN Rai al centro del concerto diretto da uno dei protagonisti della musica d'oggi

TORINO, 9 marzo 2018 - L'occasione di conoscere, nella duplice veste di autore e direttore, l'importante compositore ungherese Peter Eötvös (1944) ha rappresentato, giovedì 8 e venerdì 9 marzo, uno degli appuntamenti di maggior fascino della presente stagione dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, in un repertorio che, oltre al proprio brano Alle vittime senza nome, lo ha visto interprete di pagine dei due numi tutelari del Novecento musicale della sua nazione: Béla Bartók (1881-1945) e Zoltán Kodály (1882-1967).

Sarebbe vano ricercare nella sofisticata scrittura di questo lavoro di Eötvös l'asciuttezza sovente ironica di un Ligeti o la stupefatta essenzialità di un Kurtág, a lui vicini per parabola umana e creativa. Alle vittime senza nome, commissionato nel 2016 da quattro istituzioni italiane (oltre all'OSN Rai figurano Santa Cecilia, Filarmonica della Scala e Maggio Musicale Fiorentino) in memoria dei numerosi migranti arabi e africani periti in mare nel loro viaggio verso le coste del nostro paese, è un vasto affresco sinfonico, a tratti addirittura magniloquente, in cui il gesto e l'urgenza del narratore danno vita a un ascolto di intensa partecipazione, capace, a riprova del proprio valore, di giustificarsi in modo compiuto e assoluto anche senza il supporto di alcun programma. Il grande magistero strumentale si estrinseca in una costruzione di pathos crescente, dal violino solo delle prime battute, ripreso dalla morbida sonorità di sassofoni e clarinetti, al dispiegamento delle forze richiamato dallo spessore di ottoni e percussioni per tornare come il reflusso di un'onda alla sonorità smarrita di una viola. Un nuovo episodio impetuoso conduce infine, ripetuto segnale d'addio, a una serie di incisi minimi dei fiati in un effetto di rarefazione senza tempo. Eötvös dirige senza bacchetta, lontano da qualsiasi enfasi, con gesto raccolto e deciso allo stesso tempo, traendo dall'orchestra un suono caldo, ben amalgamato in tutte le sezioni nonostante la complessità della partitura.

Le stesse caratteristiche di perfetto bilanciamento timbrico si ritrovano anche nella lettura della pantomima in un atto Il mandarino miracoloso op. 19 (1918-24) di Bartók, eseguita al termine della serata nella versione integrale che ne mette in luce la tagliente modernità di concezione accoppiata a un linguaggio assolutamente originale. Se si esclude lo stravinskiano Sacre di pochi anni precedente, ispirato però a riti barbarici ancestrali e lontanissimi, mai prima s'era sentita una tale violenza di sentimenti messi a nudo senza filtro in un contesto di ambientazione contemporanea, ruotando la vicenda intorno ai tentativi di truffa di una prostituta e dei suoi protettori nei confronti dei malcapitati clienti. Troppi direttori corrono nel Mandarino, spronati dalla macchina perfetta della grande orchestra di Bartók; pregio di Eötvös sono invece i tempi leggermente dilatati, che consentono di mettere a fuoco ogni minimo dettaglio di un'opera dall'inesauribile inventiva tecnica e armonica, ancora oggi ai limiti delle possibilità espressive. Veloci cromatismi, cluster di arpa e pianoforte, glissandi estesi fino ai registri estremi (formidabile quello dei contrabbassi nelle ultime battute) non sono che esempi di una novità del dire, sconvolgente per l'epoca, che abbiamo apprezzato nel giusto colore grazie alla mano di un maestro formatosi nel solco di quella stessa tradizione risalente al geniale compositore.

Al versante della ricerca etnomusicologica, vivo allo stesso modo nell'Ungheria dei primi decenni del XX secolo, si rifanno invece le brillanti Danze di Marosszék (1930) di Zoltan Kodály, costruite intorno a melodie della tradizione della popolazione dei Siculi (Székelyek) della Transilvania.

Intrise di rustico vigore, rivissuto attraverso un sinfonismo di raffinata sensibilità, sono state il preludio ideale di un concerto premiato da un doveroso e fervido successo per tutti gli esecutori.