L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Le confessioni di un romantico

 di Alberto Ponti

All’auditorium Toscanini il debutto della bacchetta nativa di Valencia coincide con il ritorno del violoncellista veneto, beniamino del pubblico subalpino

TORINO, 6 aprile 2018 - "Enfin Schubert vint". Il compianto Mario Bortolotto apriva in tal modo nel 1984, nella sua fondamentale Introduzione al Lied romantico, la parte dedicata al compositore viennese, tra gli insuperati creatori del genere. La statura di Franz Schubert (1797-1828) non venne però ai suoi tempi sempre riconosciuta con quell’immediatezza che oggi sembrerebbe naturale, soprattutto in riferimento alle opere più ambiziose. Così accadde anche per Die Zauberharfe (1820), curioso lavoro teatrale destinato a finire presto dimenticato a eccezione della splendida ouverture, riutilizzata integralmente dallo stesso autore nelle successive musiche di scena per Rosamunde, Fürstin von Zypern.

Lo spagnolo Gustavo Gimeno, ospite per la prima volta dell’Orchestra Sinfonica Nazionale giovedì 5 e venerdì 6 aprile, concerta il pezzo con mano leggera, passando dal pathos bonario dell’Andante in do minore all’impetuoso scalpitare del celebre Allegro vivace, ben marcando, all’interno di una rigorosa ma fluente scansione ritmica, i contrasti tra i legati e gli staccati che innervano tutto il pezzo.

La capacità di questo direttore, dal 2015 a capo della Philarmonique de Luxembourg, di illuminare con una cura del dettaglio attenta e intelligente gli anfratti più segreti della partitura è evidente pure nel Concerto per violoncello op. 129 (1850) di Robert Schumann (1810-1856), traguardo tra i maggiori dell’estrema fase compositiva del maestro, eseguito con Mario Brunello.

Il dialogo tra i due protagonisti è intenso e serrato, con il canto dello strumento solista eccezionale nel ricreare quel clima di dialogo interrogativo con se stesso, quasi di confessione intima, sia nelle espansioni liriche, in cui Schumann mette a nudo per un’ultima volta la propria anima prima di sprofondare nei turbamenti degli ultimi tragici anni di vita, sia nei passaggi di più animato fervore, con l’intera orchestra pronta a chiosare e a riprendere i fili di un discorso di inventiva, timbrica e armonica, inesauribile. Con libertà quasi rapsodica, l’intero pezzo fin dall’attacco Nicht zu schnell aspira, senza divagazioni, alla concisione, in un’ansia del dire ammantata di nostalgico struggimento. Ecco allora che singole battute acquistano un sapore affatto nuovo: un misterioso rullo dei timpani, una veloce figura degli archi, una liquida nota tenuta dai clarinetti sono tocchi di pennello che Gimeno, dal podio, distilla con inquietante bellezza dall’essenza della pagina.

Il suono di Brunello, da fuoriclasse autentico, commuove per nitidezza, calore, profondità: non dimenticheremo facilmente il delizioso episodio centrale Langsam con la sognante melodia, impreziosita da portamenti appena accennati, che spinge il secentesco Maggini nel suo registro più acuto o l’episodio in terzine di doppie note, staccate con imperiosa maestosità, prima della stretta del conclusivo Sehr lebhaft. Poi, tra gli applausi scroscianti del pubblico delle grandi occasioni, il più sublime tra i bis: la Sarabanda dalla Suite n. 5 di Bach con l’accompagnamento degli archi mutuato dall’armonizzazione pianistica che fece lo stesso Schumann.

Un meritato trionfo generale, questa volta per l’intera compagine della Rai, apparsa in forma smagliante, si ripete nella seconda parte, con il repertorio russo a fare da protagonista. Se il breve preludio Ode alla natura dall’opera La leggenda dell’invisibile città di Kitež e della fanciulla Fevronija (1907) di Nikolaj Rimskij-Korsakov (1844-1908) incanta, senza graffiare, per la raffinatezza degli impasti strumentali e l’elegante incedere delle idee, graffia invece eccome la sontuosa terza suite che Igor Stravinskij (1882-1971) trasse nel 1945 dal suo primo balletto L’Oiseau de feu (1910). Straripante di effetti arditissimi per l’epoca, nel contesto di un’orchestrazione geniale, il brano costituisce ancor oggi, gioco di parole a parte, un battesimo del fuoco per ogni direttore che voglia affrontare il Novecento. Gimeno supera l’esame a pieni voti, mantenendo il pieno controllo dell’enorme macchina sinfonica, a costo di sembrare talvolta freddo, in numeri come la Danse infernale e il Finale, per cesellare invece con gusto infallibile gli ipnotici arabeschi dei fiati nella Danse de l’Oiseau de feu e liberare, tra la meraviglia dei presenti, tutta la fascinazione racchiusa nelle magiche volute di Khorovod e Berceuse.