L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Maestri di ieri, maestri di oggi

 di Alberto Ponti

Michel Tabachnik, in sostituzione di Mirga Gražinyté-Tyla, regala alla platea subalpina un'interpretazione magistrale di tre opere del massimo repertorio

TORINO; 11 maggio 2018 - Nella ridda delle dietrologie intorno al cosiddetto affaire Moro (come lo definì Leonardo Sciascia), di cui, complice il quarantennale dei fatti, si fa un gran parlare proprio in queste settimane una delle tante ricostruzioni vorrebbe che a un certo punto, nella trattative infruttuose mirate alla liberazione dell'uomo politico, sia intervenuto il direttore d'orchestra Igor Markevitch. Al di là del suo presunto, del tutto ipotetico coinvolgimento nella vicenda, l'occasione dovrebbe piuttosto essere quella di ricordare un grande musicista e un geniale didatta, sotto il cui insegnamento si sono formate alcune notevoli bacchette ancora in attività, primo fra tutti lo svizzero Michel Tabachnik, il cui ultimo concerto a Torino risaliva al lontano 1981, chiamato, un po' a sorpresa, causa l'indisposizione di Mirga Gražinyté-Tyla, sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale giovedì 10 e venerdì 11 maggio.

Non ce ne voglia la giovane e talentuosa lituana, già lanciata a livello internazionale e che speriamo presto di riascoltare quanto prima, ma la scelta del sostituto non poteva essere più azzeccata in virtù dei due pezzi puramente sinfonici del programma, rimasto invariato: il Prélude à l'après-midi d'un faune (1894) di Claude Debussy (1862-1918) e il Concerto per orchestra (1944), estremo capolavoro di Béla Bartók (1881-1945).

Nella partitura del francese, l'esposizione del tema del flauto assume le sembianze di un respiro primordiale e la bravura di Tabachnik rende percepibile con una leggerezza quasi mozartiana gli sviluppi dell'intero discorso a partire dalla cellula iniziale. Anche negli episodi più increspati di un brano destinato fin dal suo apparire a cambiare la storia della musica non appaiono concessioni a inutili edonismi, a sontuosità di superficie; ogni misura è funzionale a un dire sempre cristallino, e il suono levigato, luminoso, alieno da vapori indefiniti dà la misura di quella voluttà sognata, tutta interiore, eppure marmorea evocata dai versi iniziali del poema di Mallarmé alla base dell'ispirazione: 'Ces nymphes, je les veux perpétuer'.

Nell'esecuzione di Bartók la lunga frequentazione di Tabachnik, compositore lui stesso, con i grandi nomi del Novecento si palesa in maniera inconfondibile: da Boulez a Karajan, altri suoi maestri, fino a Xenakis, che lo poneva a suo interprete per eccellenza. La grande capacità analitica di questo settantacinquenne, avvicinabile ai migliori esiti del Markevitch direttore, si coniuga con l'energia e l'entusiasmo di un ragazzo nel portare a un livello di tensione e mistero esemplari i brusii appena accennati alternati agli scoppi lancinanti dell'Introduzione, nel marcare con intuito infallibile i giusti accenti nel Gioco delle coppie, nell'imprimere all'Elegia quel senso di lucido rimpianto nei confronti di un mondo perduto che animava lo sguardo dell'autore, mai adattatosi alla nuova realtà di esule negli Stati Uniti. E ancora, nel sarcastico Intemezzo interrotto al pari del virtuosistico Finale, ogni gesto, anche il più raccolto, viene ripreso nel suo significato più vero, che pare rendere banale ogni altra opzione, da un'Orchestra Sinfonica Nazionale apparsa nella sua forma migliore.

Incastonato tra due capisaldi della modernità, appare come una gemma preziosa il Concerto per pianoforte n. 2 in fa minore op. 21 (1829), con il quale un Fryderyk Chopin non ancora ventenne faceva il suo ingresso nel massimo genere solistico. (Il concerto op. 19, pubblicato prima, in realtà fu scritto in seguito a stretto giro di posta). Ad animare la memorabile pagina è stata la lettura di Jan Lisiecki, classe 1995, con il quale si è delineato a distanza una sorta di dittico, essendosi egli già cimentato all'auditorium 'Toscanini' a marzo 2016 proprio nel lavoro 'gemello' in mi minore.

Ogni impressione positiva che ci aveva colpito all'epoca è stata pienamente confermata: la superiore padronanza tecnica, la pulizia e la perfezione nel tocco sono potenziate da una scrittura che in quest'opera si fa ancora più rapsodica e imprevedibile, in una cornice di romanticismo al quadrato resa da Lisiecki con un gusto già maturo e personale a dispetto dell'età, tanto nell'incedere vorticoso del Maestoso e dell'Allegro vivace quanto nella delicata poesia del Larghetto. Se da un lato siamo di fronte a una delle stelle nascenti del pianismo contemporaneo, ormai pronto a raccogliere il testimone da autorevoli colleghi, dall'altro il direttore è più che una certezza, pronto a distillare con discrezione ed eleganza gli schizzi di genio che si sollevano dalla caleidoscopica tastiera chopiniana per estendersi agli altri strumenti. Pubblico numeroso, partecipazione attenta, entusiasmo alle stelle.

foto Maria Vernetti