L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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One-man-show

 di Alberto Ponti

Il violoncellista Enrico Dindo, davanti al pubblico della sua città, è solista e direttore in Rossini e Respighi.

TORINO, 21 giugno 2018 - Stupisce sempre quanto poco sia eseguita, anche nel nostro paese, la musica italiana del Novecento, così ricca di compositori e pagine memorabili. Se si esclude Ottorino Respighi (1879-1936) e la sua trilogia romana, classica eccezione a confermare la regola, pure la rimanente produzione del musicista bolognese non gode oggi della diffusione che dovrebbe, nonostante abbia molti numeri per stare alla pari con i grandi autori del XX secolo. Prendiamo ad esempio la Boutique fantasque, balletto composto nel 1919 per Diaghilev su musiche rossiniane. La popolarità del lavoro fu notevole fino a pochi decenni fa, come testimoniato dalla ricca discografia che nei soli anni '50 ebbe ben undici incisioni di rango (con bacchette del calibro di Ansermet, Fricsay, Leibowitz, Solti...) per poi assottigliarsi sempre più ed essere quasi del tutto assente dall'inizio del nuovo millennio, Noseda (paladino benemerito di un certo repertorio) a parte.

Non possiamo quindi non esser grati all'Orchestra Sinfonica Nazionale che giovedì 21 giugno, nel terzo appuntamento del festival 'Rossini e dintorni', ha consentito di ascoltare per intero dal vivo un'opera di notevole valore e grande suggestione per la sapidità timbrica modernissima con cui vengono trattate, dalla magnifica orchestrazione respighiana, le immortali melodie tratte dai Péchés de vieillesse tranne la tarantella napoletana La danza, compresa invece nelle Soirées musicales. Sul podio della compagine torinese, Enrico Dindo, riposto per la maggior durata del concerto l'archetto del violoncello, consegue un ottimo successo personale nella veste meno usuale di direttore. Il suo gesto, talvolta improntato a una lieve concitazione, non è tra i più eleganti a vedersi ma gli attacchi sono precisi, la resa sonora efficace e personale, l'intesa con gli strumentisti, tutti applauditi con entusiasmo al termine della serata, ottima. Più che nel rilievo delle singole linee, in una partitura complessa e raffinata, egli eccelle nell'effetto totale di alcuni passi: l'introduzione dell'Ouverture (Tempo di marcia), col pizzicato degli archi punteggiato dagli staccati dei legni, suggerisce veramente l'ingresso teatrale in punta di piedi di una troupe di danzatori, l'Allegretto grottesco del Can-can ('Petite caprice style Offenbach'), pezzo di bravura della grande orchestra, rivela, nel guidare lo scatenarsi delle percussioni, nel suscitare il riso sguaiato delle trombe con sordina, accentuato al massimo grado, il temperamento istrionico di un leader nato. Chissà che il futuro non riservi sorprese alla Barenboim.

Nelle tre sinfonie d'opera eseguite in apertura si fa strada un medesimo carattere appassionato, evidente già in quella per L'italiana in Algeri (1817), scolpita con tempi veloci e vivo senso del ritmo, per volgersi addirittura all'irruenza nel celeberrimo brano introduttivo de La gazza ladra (1817), concertato tuttavia con gli inserti del tamburo un po' sopra le righe, col risultato di sommergere grazie un gusto con qualche inaspettata concessione al pompier, nel Maestoso marziale come nei passaggi a tutti dell'Allegro, la sublime delicatezza della scrittura.

Gli esiti migliori si hanno nell'ouverture per Il signor Bruschino (1813), forte di una lettura travolgente mantenuta nell'alveo dei toni cameristici ed umoristici di cui l'autore rimane insuperato maestro, e nel brillante tema e variazioni Une larme, altro 'peccato di vecchiaia' proposto nella trascrizione per violoncello e archi di Eliodoro Sollima dall'originale con pianoforte (1858). Dindo, imbracciato per pochi minuti il suo strumento, si esibisce in un virtuosismo acrobatico e riflessivo ad un tempo, accoppiando la cantabilità elegiaca suggerita dal titolo a una tecnica trascendentale srotolata con sovrana nonchalance, regalando prima dell'intervallo, oltre a un Bach di rito, l'incanto dell'Ave Maria di Astor Piazzolla con l'accompagnamento degli stessi archi della Rai.