L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il coraggio della primadonna

 di Roberta Pedrotti

 

Giunta a sostituire la prevista Eleonora Buratto, Yolanda Auyanet conquista il pubblico pesarese con un programma intensissimo, che dopo una suggestiva selezione vocale spagnola spazia fra ardenti pagine belcantiste di Rossini, Donizetti, Bellini e, fuori programma, Verdi.

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PESARO, 19 agosto 2018 - Cambio di programma e cambio di soprano per il primo concerto di Belcanto del Rof 2018. A pochi giorni dall'inaugurazione del Festival al nome di Eleonora Buratto – colpita da un'indisposizione e che ci auguriamo di veder debuttare prossimamente a Pesaro – subentra quello di Yolanda Auyanet, già ascoltata nella città di Rossini nello Stabat Mater del 2015 ed evidentemente ben determinata a presentarsi artisticamente con un autoritratto più completo, e soprattutto più spavaldo.

Il soprano canario gioca dapprima in casa, con liriche di Joaquín Rodrigo (Cuatro madrigales amatorios) ed Enrique Granados (La maja dolorosa I-II-III, Amor y odio e La maja y el ruiseñor da Goyescas). Pezzi che le calzano a pennello, non solo per la naturalezza espressiva con cui padroneggia lingua e stile e articola il significato d'ogni formula melodica, ma anche per la tessitura, il colore, l'emissione. Restituisce, così, il piacere dell'approccio al repertorio vocale spagnolo del XX secolo, con il suo richiamo netto a una fortissima tradizione, intrecciata di radici mediterranee composite, a modelli classici, ma non privo di un retrogusto armonico sapientemente aggiornato.

I colori della sezione iberica del concerto si stemperano poi, fra le dita di Giulio Zappa, nel graditissimo intermezzo strumentale della rossiniana Caresse à ma femme dai Péchés de vieillesse, un'occasione in più per lodare e applaudire il pianista e fondamentale sostegno e coprotagonista del recital.

Rossini, Parigi, ed è subito la cavalcata finale con grandi scene d'opera, in cui Yolanda Auyanet si getta a capofitto e senza rete stuzzicando gli appetiti e le fantasie dei melomani. La sortita di Mathilde di Guillaume Tell con la romance “Sombre forêt”, poi quella di Maria Stuarda con la cavatina “Oh nube che lieve... Nella pace del mesto riposo”, fino al delirio estremo di Imogene con l'ultima scena del Pirata. La voce ha acquistato rotondità ed omogeneità, anche gli estremi della tessitura paiono più saldi e controllati che in passato, l'accento è pugnace e partecipe. Per dirla alla spagnola “compenetrada”, anche se a tratti perfin troppo battagliera, come nel caso della regina scozzese: non dispiace affatto ascoltare una Stuarda per nulla remissiva di fronte alla cugina, ma, con un testo che parla di mancanza di coraggio, di spavento, di non osare, il taglio della ripresa della cabaletta (in favore di quella ardente belliniana, completa) limita di molto le possibilità di articolazione retorica ed espressiva, quindi anche di giustificazione del vigore audace con cui sono profferite parole di rinuncia. Forse, nell'iperbole delle grandi scene da primadonna inanellate in questa parte del concerto, la necessità di dosare le energie impone qualche prudenza e qualche limitazione nella gestione dei fiati e del virtuosismo, ma viene compensata dal piglio assertivo, benché non sempre intimamente elettrizzante, della declamazione, dalla spavalderia dell'approccio e dall'autorevole ampiezza vocale. Di fatti, sentendo attaccare come primo bis “D'amor sull'ali rosee”, non si può trattenere un mormorio di stupore: dopo Mathilde, Maria Stuarda e Imogene, subito Leonora costituisce una prova di coraggio non da poco, che conferma senz'altro la solidità dell'artista, che non teme il cimento e lo affronta con omogeneità di risultati. Sa tenere ben affilate le frecce al suo arco anche in un tour de force fenomenale, mascherando così le difficoltà e le prudenze, fino a conquistare la totale empatia del pubblico. Inutile negare che un programma così piacevole nella prima parte ed esuberante nella seconda regali un concerto decisamente accattivante. Chiude in bellezza con un bis dedicato alla Zarzuela, il percorso si compie, i ciclo è concluso, gli applausi festosissimi.

foto Amati Bacciardi