L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Incontri fra mondi

 di Luigi Raso

La contaminazione tra generi è il filo conduttore del programma di questo applauditissimo concerto sancarliano diretto da Zubin Mehta e con Stefano Bollani al pianoforte e mattatore della serata. Contaminazione di mondi musicali, di percorsi e formazioni artistiche.

Napoli 30 settembre 2018 - Il fascino della musica è anche in quella incontrollabile esplosione derivante dalla contrapposizione di personalità, mondi e colori apparentemente inconciliabili: il risultato, quasi sempre, stupisce.

E in questo melting pot musicale, nell’anno del centenario della nascita di Leonard Bernstein (1918 – 1990), appare appropriata la scelta di aprire il concerto con la travolgente ouverture da Candide (1956), operetta comica nella quale il compositore e direttore d’orchestra statunitense ha maggiormente mescolato e miscelato stilemi e forme operistiche, facendo coesistere con garbo e raffinatezza cori, duetti, quintetti, una parodia di un’aria settecentesca, allusioni ad arie dal sapore pucciniano, un tango, una sarcastica critica al maccartismo degli anni ‘50.

L’ouverture, rapsodica e “rossiniana” per l’immediata presentazione e riconoscibilità dei principali temi dell’opera, è staccata da Zubin Mehta con tempi che evitano di cadere nell’eccesso parossistico, esaltando, ad ogni modo, la cantabilità delle melodie e la ritmica sempre spumeggiante, traboccante di quella joie de vivre tanto connaturata alle composizioni di quel genio pop che è il Leonard Bernstein compositore.

Il gesto di Mehta è parco, misurato ed eloquente. Quella del San Carlo da qualche anno è una delle “sue” orchestre, ricoprendone l’incarico di Direttore onorario: il maestro indiano si diverte e diverte sin dall’inizio. La complicità è immediatamente evidente.

Il programma della serata prevede un salto a ritroso: dal Bernstein degli anni ’50 si raggiungono quei Roaring Twenties, così ben descritti da Scott Fitzgerald. Ed ecco Rhapsody in Blue (1924) di George Gershwin (1898 – 1937), sintesi dell’effervescenza e commistione musicale che si doveva respirare nella New York del tempo, con la dirompente fascinazione della musica afroamericana verso mondi sociali e musicali ben distanti per spirito, cultura e censo.

La parte solistica del pianoforte, cellula musicale attorno alla quale sono nate le successive orchestrazioni, è affidata a Stefano Bollani. La sua lettura della Rhapsody denota una debordante personalità musicale, direttamente proporzionale alla propria simpatia e affabilità, un estro e un’inventiva che arricchiscono, attraverso l’arte dell’improvvisazione jazzistica, con fioriture e brevi cadenze la partitura di Gershwin, esaltando l’architettura ritmica, ora languida, ora travolgente e perentorial tocco pianistico cesellato e un suono tondo e corposo costituiscono la cornice che racchiude un bozzetto sonoro intenso, comunicativo come raramente capita di ascoltare. Sin dal bellissimo assolo iniziale del primo clarinetto, l’orchestra del San Carlo asseconda e completa alla perfezione Bollani; una solida organizzazione dà sincronismo e bel suono a tutto l’organismo orchestrale. Un plauso alle illuminanti entrate della magnifica tromba di Fabrizio Fabrizi.

Al termine della Rhapsody, gli applausi sono tanti che il pianista non può esimersi dal concedere ben tre encores.

Libero dal testo musicale, l’inventiva del pianista milanese può correre ed esprimersi senza ostacoli: una toccante, rarefatta e languida rivisitazione della celebre “Maria” di Leonard Bernstein apre il “concerto nel concerto” dei bis.

Segue un omaggio a un grande contaminatore musicale del ‘900, quel Renato Carosone (1920 – 2001), pianista classico e jazz, tra i primi a iniettare nella grande tradizione della canzone napoletana elementi musicali dal sapore americano, africano e jazzistico, blues, swing.

Bollani sceglie di ricreare quella Caravan petrol dal sapore melodico, armonico e ritmico tanto esotico. La sua reinvenzione capta e amplifica lo spirito della canzone, quel ripetersi quasi ossessivo di cellule melodiche e ritmiche che conducono all’effetto di gioviale parossismo finale.

L’amore per la musica brasiliana di Bollani, infine, è lo sfondo per l’ultimo bis, Tico Tico: un susseguirsi di variazioni al termine delle quali il pianista ha richiesto anche l’intervento ritmico ( e non sempre preciso!) del battito della mani da parte del pubblico.

Bollani ha conquistato la sala: visibile soddisfazione e divertimento sui volti di tutti, con la consapevolezza di aver assistito a un concerto emotivamente coinvolgente come pochi.

La New York di Gershwin, con la sua Rhapsody in Blue, è geograficamente e culturalmente lontana dalla Russia pagana de Le sacre du printemps (1913) di Igor Stravinsky, eppure, anche nel balletto russo, stilemi e melodie della tradizione popolare ribollono in una tra le più rivoluzionarie composizioni musicali del ‘900.

Zubin Mehta, che quest’anno festeggia i cinquanta anni dalla sua incisione discografica del Sacre (alla testa della Chicago Symphony Orchestra), individua ed enuclea nella partitura quel concentrato profetico di violenza barbarica e irrazionalità ancestrale che, dopo solo un anno dalla sua prima “scandalosa” esecuzione parigina del 1913, esploderà in una delle pagine più buie della storia europea.

Le sonorità sono incandescenti, taglienti, luminose e contrastanti come i colori della Danse di Henri Matisse (1910); la complessa e variegata ritmica è volutamente portata al parossismo sonoro. Ottimo il lavoro di tutte le percussioni, così come quello, non meno arduo, dei legni, ottoni e archi.

Al termine, la sala, gremita all’inverosimile, tributa calorosissimi applausi.


 

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