L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Pensiero in do minore

 di Mario Tedeschi Turco

L'accostamento di Bach, Mozart e Shostakovich secondo il comun denominatore della tonalità d'impianto conferma, da parte della Mahler Chamber Orchestra, una concezione di alta valenza intellettuale, che interpreta il concerto anche come messa in testo di un pensiero sulla musica.

VERONA, 30 settembre 2018 - L’intelligenza e la qualità artistica d’un concerto spesso si vedono dall’idea che sta alla base del programma. La Mahler Chamber Orchestra, per il Settembre dell’Accademia al Filarmonico di Verona, sceglie un concetto puramente musicale, vale a dire la tonalità d’impianto di brani diversi, in un arco temporale che copre quasi due secoli e mezzo: Bach, Mozart e Shostakovic in brani uniti dal do minore, che arma la chiave della Cantata Ich habe genug del primo; dell’Adagio e fuga K 546 e dell’Andante della Sinfonia concertante per violino, viola e orchestra K 364 del secondo; della Sinfonia da camera op. 110a del terzo, andando a comporre un impaginato omogeneo per stimmung, gesto e pur non immediatamente determinabile espressività globale. Del resto, la compagine a organico variabile e senza sede fissa, creata nel 1997, non poteva che ereditare dal suo fondatore, Claudio Abbado, una concezione di alta valenza intellettuale, che interpreta il concerto anche come messa in testo di un pensiero sulla musica, come esperienza di conoscenza che fonda l’emozione estetica.

E dunque, la tendenza al grave e al cupo del do minore, nella disposizione esecutiva del concerto, ha visto principiare con il K 546 e il K 364, per poi compiere un balzo nel ‘900 con la Sinfonia sovietica, e terminare con la Cantata di Bach. Anche in questo caso, il deliberato mancato rispetto di una cronologia ha condotto a meglio concentrare l’ascolto sulle forme, sulle architetture sonore, sui timbri, le dinamiche e gli impianti armonici, così che ogni elemento extra musicale potesse esser tenuto da parte, e produrre dunque un musicscape assoluto.

L’esecuzione è stata di eccellenza in ogni brano, mostrando una compagine (Maestro concertatore ne è il primo violino Matthew Truscott) d’una compattezza e d’un affiatamento esemplari. Nel K 546 l’orchestra ha usato poco vibrato, e curato l’equilibrio tra le voci in modo che i violoncelli, soprattutto, potessero spiccare con il loro velluto scuro. Un Adagio decisamente virato sul tragico, nel controllo delle dinamiche come nell’agogica trattenuta, ha aperto poi ad una fuga di rilevata trasparenza, più neutra nel gesto espressivo, in cui le voci diverse dell’ensemble hanno trovato definizione che diresti cristallina. Nel K 364 (Mi bemolle maggiore nel I e III movimento, vale a dire nella relativa maggiore del ‘nostro’ do minore, impianto del movimento lento) il registro sognante e ironico pur possibile, nel 4/4 d’apertura, ha ceduto alle ampie campiture della forma classicamente intesa, nobilissima e austera. La viola solista (Béatrice Muthelet) è risultata forse, all’inizio, leggermente sotto volume, con qualche lieve difetto di intonazione, ciò che non le ha impedito tuttavia di portare avanti l’esecuzione con bella sicurezza. La violinista Alexandra Conunova ha mostrato un piglio più spiccato e sicuro, ed entrambe hanno trovato un ammirevole equilibrio con l’orchestra, ciò che nell’Andante in 3/4 ha prodotto un‘interpretazione tutta all’insegna della gravitas, in cui il canto delle soliste è parso sempre volutamente trattenuto, classico appunto, mai retorico né romanticizzato. Una leggerezza assorta, la quale ha reso percepibile il contrappunto delle voci soliste, come del loro dialogo con l’ensemble. Nel Presto di conclusione, l’entrata degli oboi con il doppio intervallo trocaico separato da pausa di croma, alla sedicesima misura, ha fornito la spinta dinamico/timbrica ideale per la chiusura, ed è stato un altro segno evidente dell’equilibrio fonico perfetto che la Mahler Chamber Orchestra porta quale cifra fondamentale del suo Mozart: ideale ma non rigido, nobile ma non rigoroso. Terso invece, nitido nella profilatura, che così può esprimere una varietà di gesti espressivi dall’assorto al cordiale al gioioso, in un totale umano che ci pare esattamente il Mozart da prediligere tra tutti.

Con Shostakovic, il lavoro sulla dinamica dell’ensemble è risultato ancor più analitico sin dal disegno di quattro note d’apertura, passato dai vari strumenti, per giungere al breve solo del violino. Violoncelli e contrabbassi quasi si tiravano indietro, nel peso fonico, per lasciare al canto più spazio: quel canto che sembra provenire da spazi siderali lontanissimi, ch’è carattere tra i più spiccati di molti capolavori del Maestro sovietico. Il secondo movimento, Allegro molto, ha colpito per un dinamismo rilevatissimo ma non enfatico, bel lontano dai martellamenti automatici cui a volte esecuzioni meno criticamente avvedute ci hanno abituato. La Mahler si è dimostrata qui, in modo particolare, d’una compattezza e d’una coesione mirabili, e l’espressione pur veemente scritta in partitura è giunta priva di ogni forzatura, così come i piano sardonici dell’attacco dell’Allegretto, sul 3/4 languoroso, da danza macabra, che scandisce il ritmo, sono stati restituiti con una sobrietà che, per paradosso, ha sottolineato ancor più il mood inquietante del movimento. Il finale ha mostrato ancora l’equilibrio fonico esemplare tra le voci dell’orchestra, così che il mélos che si accende inaspettato ha ricevuto quel destabilizzante potere incantatorio, mesmerico, che è solo di Shostakovic.

La cantata di Bach, con solista Peter Harvey, ha puntato tutto sull’elegia, con il baritono e l’oboe concertante a variare sussurro, dramma tutto interiore, sentimento assorto. L’oboista si è coperto di gloria; il baritono ha mostrato bella linea melodica ma poche finezze nel cesello del testo verbale (tante volte restituito con ben maggiore pregnanza da baritoni e bassi ‘storici’ come Hans Hotter o Dietrich Fischer-Dieskau, specie nei due Recitativi), per quanto la sua vocalità abbia mostrato quella che Antonio Juvarra definisce come la perfetta fusione-equilibrio delle due naturalezze che compongono il canto: il semplice “dire” e quella del respiro naturale globale. Un Bach che dimentica il carico di dolore pur presente nel testo poetico; un Bach interpretato senza prassi storicamente informata, e tuttavia alieno da eccessi fuori stile, ciò che lo ha reso, se non ideale come i Mozart e lo Shostakovic eseguiti in precedenza, sicuramente di buona tenuta complessiva.

Pubblico attento, concentrato e alla fine giustamente entusiasta, ma nessun bis. La qual cosa, in fondo, non è male, dopo aver pensato con la musica con una tale meravigliosa intensità.


 

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