L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

La misura dei giganti

 di Mario Tedeschi Turco

Nell'unico concerto solistico in programma per il «Settembre dell’Accademia» 2018, il polacco Rafał Blechacz dà prova di puntigliosa misura stilistica nell'accostarsi a Mozart, Beethoven, Schumann e Chopin, illustre concittadino ed eponimo del concorso che l'ha visto trionfatore nel 2015.

VERONA, 6 ottobre 2018 - Il recital del pianista polacco Rafał Blechacz, unico concerto solistico previsto nel programma del «Settembre dell’Accademia» al Filarmonico di Verona, ha dato conto di un interprete di eccellente attitudine a variare, con grande proprietà stilistica, le peculiarità idiomatiche di stile di quattro giganti della musica di epoche diverse.

Blechacz ha iniziato con due brani mozartiani, il Rondò K. 511 e la Sonata n. 8, K. 310. Un accostamento criticamente intelligente, questo, sulla medesima tonalità di impianto di La minore, in cui taluni tratti di scrittura omologhi (gli scarti dinamici continui, per esempio) non solo sono stati restituiti con bella precisione non disgiunta da controllo antiretorico, ma altresì hanno fatto udire con nitore lo scorrere parallelo dei piani timbrici, sbalzati e in rilievo, così che il modo in cui il basso d’accompagnamento e il canto della voce superiore si fondevano, specie nel Rondò, ha mostrato come in Mozart possano essere lette anche (certo: non solo) significative anticipazioni del pianismo ottocentesco. Nel tempo lento della Sonata, la melodia cantabile ha preso forma classica, austera, con pedale di risonanza mai forzato e articolazione in “portato” sobria ed efficace, al fine di liberare non già sentimentalismo fuori luogo, bensì quell’elegia indicibile che, ancora una volta, ci pare cifra fondante del Mozart non solo per tastiera. Il Presto finale, ancora, ha tracciato le linee del contrappunto, grazie al controllo puntiglioso delle indicazioni dinamiche, con pari precisione strutturale.

Forse meno riuscita l’esecuzione della Sonata n. 28, op. 101 di Beethoven. Siamo sempre stati all’insegna della misura, così che possibili eccessi sono stati evitati, eppure il senhsuchtvoll del secondo movimento avrebbe potuto essere meglio rivissuto. Un Beethoven plasmato d’una levitas che, se è stata impeccabile per come ha individuato l’architettura complessiva, mettendo in primo piano trasparenze non sempre ottenute in tante interpretazioni, a nostro parere è risultata alla fine un po’ carente di senso drammatico e di pathos.

Ma ci pare di aver compreso che, per Blechacz, fosse necessario proprio marcare in questo senso specifico la differenza di stile che separa i due viennesi dai romantici, protagonisti della seconda parte del concerto. La quale è principiata con una magnifica esecuzione della Sonata n. 2 di Schumann, in cui il primo movimento, “il più veloce possibile”, è risultato di sorprendente compattezza, duro come il granito, proprio come il tetracordo discendente del tema d’inizio. Nel movimento lento subito successivo, all’inizio, Belchacz attacca un pianissimo alla mano sinistra di magnifico effetto contrastivo, rispetto al turbine emotivo terminato nel primo movimento, e poi prosegue con raffinati giochi di chiaroscuro, ben mettendo in luce l’intenzionalità sonora di Schumann, quale elemento strutturale al pari della melodia, dell’armonia e del ritmo. Allo stesso modo, il Rondò finale ha ricevuto una sorta di effetto flou, nella coda-stretta che chiude in modo trionfale, di notevole suggestione.

Poco da aggiungere sulle 4 Mazurche, op. 24 e sulla Polonaise, op. 53 di Chopin: un’interpretazione che possiede tutti i caratteri già citati per gli altri brani, benissimo sintonizzata sull’idioma specifico del grande compositore polacco. Il rifiuto dell’esteriorizzazione di Blechacz, nelle Mazurche, ha innervato un’esecuzione tutta introspettiva, dolente, tragica (tranne che nella seconda, Allegro non troppo, giustamente più gaia e serena), con una palette cromatica ricca di sfumature, e un “rubato” di alta scuola (peraltro previsto nel testo). Il ciclo, che chiude con la quarta danza in Si bemolle minore, con le numerose indicazioni «ritenuto», «calando», «sempre rallentando», «smorzato», nel pianismo di Blechacz (che le ha rispettate tutte con acribia che diresti da filologo), ha dato forma a un pessimismo cosmico di intensa poesia senza mai cedere all’enfasi. Con la Polonaise, fuochi d’artificio di virtuosismo eroico: bella esecuzione, ma ci par di poter dire che le corde migliori di Blechacz siano nel registro lirico, accorato senza sfrenatezze. Un pianista ancora giovane (classe 1985), che forse potrebbe osare di più nell’abbandono al flusso emozionale delle pagine scelte: ma che certo già ora è artista di precisione, puntualità e scrupolo ammirevoli. Ciò che è stato confermato dall’unico bis concesso, l’Intermezzo, op. 118 n. 2 di Brahms, reso con diafana purezza e olimpico distacco.