L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Rossini e il sacro

 di Stefano Ceccarelli

Dopo l’apertura della nuova stagione sinfonica (2018/2019) dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con West Side Story di Leonard Bernstein, è ora la volta di quella cameristica, che è all’insegna delle celebrazioni rossiniane. Il 2018, infatti, è l’anno dei 150 anni dalla morte di Gioachino Rossini: l’Accademia sceglie di festeggiarlo con la Petite Messe Solennelle, il testamento sacro di Rossini. Al pianoforte principale, in veste di concertatore, siede Michele Campanella, che dirige un cast stellare: Mariella Devia, Sara Mingardo, Sergey Romanovsky e Michele Pertusi. Una serata di musica semplicemente perfetta.

ROMA, 15 ottobre 2018 –L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia apre la stagione 2018/2019 dei concerti con due importanti celebrazioni: West Side Story di Leonard Bernstein, per festeggiare il centenario dalla nascita dell’americano [leggi la recensione], e la Petite Messe Solennelle di Gioachino Rossini, che si inserisce nei festeggiamenti per i 150 anni dalla morte del pesarese, che hanno prodotto svariati eventi lungo tutto il 2018.

La versione prescelta della Petite è quella originale, per due pianoforti e harmonium, che il pubblico romano ricorda nell’esecuzione del 2014, quando Pappano sedeva al pianoforte nella sala Petrassi. Sempre Pappano aveva diretto anche la monumentale versione orchestrale della Petite, nel 2012. Le caratteristiche della versione ‘cameristica’ della Petite Messe Solennelle rispecchiano certamente meglio gli intenti estetici che guidarono l’immaginazione di Rossini all’atto della composizione: con lo sguardo rivolto verso il passato neoclassico, Rossini incredibilmente arrivò ad anticipare il ‘900, evitando abilmente, però, di passare per il romanticismo, che non godeva certo della sua ammirazione. Il prodotto fu un’opera in cui «la scarnificazione totale, l’annullamento del soggettivo e del soggetto hanno doppia strada: quella dell’astrattezza dei fugati e del rigore della grande architettura e quella della semplicità dei colori, dei toni volutamente dimessi» (B. Cagli, dal programma di sala).

Il concertatore e primo pianoforte è Michele Campanella, specialista della Petite (l’ha persino incisa, sempre al pianoforte, per il Rossini Opera Festival nel 2005). La sua idea dell’esecuzione di questa partitura, ben chiara fin dalle primissime note, è quella di creare una sonorità il più possibile introspettiva; una sonorità che, però, non sacrifichi certo la brillantezza tipicamente rossiniana, presente ovunque nella sua musica, quasi che tracimasse a prescindere dalla volontà del compositore stesso. Una direzione, quella di Campanella, rispettosa di quell’ethos mistico che, con un suo peculiarissimo linguaggio, Rossini mette in musica come mai aveva fatto prima, nemmeno nello Stabat, che ricevette pure le medesime accuse della Petite: l’essere, cioè, in fin dei conti un parto profano di una mente volta al soprattutto al godimento del piacere del suono – del bel suono, direi. Campanella, insomma, è attentissimo all’atmosfera, a far cantare le voci degli interpreti (pur nobilissime e potenti) quasi, a tratti, sottovoce, per cercare il sacro rossiniano nel volume del suono; e si concentra, pure, su un’agogica larga, che gli permetta di esaltare la linearità semplice ma così ammaliante della musica del Rossini sacro. Queste le parole di Campanella (dal programma di sala): «quei suoni scarni del suo pianoforte prosciugato di ogni inutile orpello, quella linea di canto che non sai se definire da teatro o da chiesa, dove non c’è una nota in più del necessario, quel coro che nella sua trasparenza celebra l’amore di Rossini per i testi antichi, persino il suono démodé dell’harmonium che si nasconde dentro quello dei pianoforti arricchendoli di vibrazioni acidule, tutti questi elementi insieme fanno della Petite un unicum che guarda all’oggettivazione stravinskiana, al Novecento, che prende le distanze dalla retorica romantica e dai vapori decadentistici di fine secolo». Monica Leone (pianoforte di ripieno) e Daniele Rossi (harmonium) accompagnano Campanella. Sublime l’esecuzione del Preludio religioso e dell’Offertorio, che vede Campanella, assieme a Rossi, immergersi in un’atmosfera sonora ipnotica, totalmente bachiana.

Un plauso al magnifico coro dell’Accademia, che ha reso indimenticabili diversi momenti della Petite. Certamente, l’incipitario Kyrie eleison, cantato con lievi aperture del volume, molto a fior di labbra (stupenda la fuga sul Christe); le liberazioni vocali all’inizio del Gloria e del Cum sancto spiritu, con il canone che ne segue; la solare affermazione musicale del Credo, reduplicata nell’Et resurrexit; il celestiale Sanctus, dove il coro riesce a cavare sfumature paradisiache, le medesime dell’accompagnamento all’Agnus Dei.

I quattro solisti sono di prim’ordine e tutti i momenti in cui cantano assieme (Gloria, Cum Sancto Spiritu, Credo, Et resurrexit e Sanctus) sono eseguiti con incredibile perizia, in un’armonia perfetta fra i vari piani vocali, esaltando l’essenza delle differenti timbriche. La parte del soprano è cantata da Mariella Devia, che ha recentemente dato l’addio alle scene: come in questo caso, però, le si augura di cantare musica sacra, concerti solistici e (perché no?) opere in forma di concerto ancora a lungo. La sua voce tersa, intonatissima, svettante in acuto (la precisione e pulizia dei suoi acuti sono proverbiali, oramai), capace di espandere il volume con facilità, è perfetta per la Petite e in generale per la musica sacra, dove la sua adamantina presenza timbrica può dar molto. I due momenti solistici della sua parte sono incredibili. Nel Crucifixus fraseggia con palpabile commozione, sfumando negli acuti a simboleggiare un mistico pianto e perdendosi nei vapori della melodia nel finale; nell’O salutaris hostia (inserito successivamente nella partitura da Rossini) la Devia crea una linea melodica sfumata nei volumi, aprendo e irrobustendo il suono quando il testo suggerisce l’appressarsi del pericolo («bella premunt hostilia»); il suo legato è qui portentoso e, ancora, termina porgendo la melodia con delicatezza. Assieme alla Mingardo canta un perfetto Qui tollis: le voci, magnificamente amalgamate, esprimono tutta la preghiera di perdono divino insita nella sinuosa melodia rossiniana. Sara Mingardo canta la parte del contralto, in un’esecuzione assolutamente perfetta che solo un’abitudine costante al repertorio barocco e sacro può rendere possibile. La Mingardo, dalla voce pastosa, piena, capace di sfumature caldissime, si distingue per nobiltà d’accento nel Gratias e nel già citato Qui tollis, dove trova perfetta armonia con la Devia. Naturalmente, il pezzo forte della sua parte è l’Agnus Dei finale: qui, cogliendo tutte le sfumature del dolore possibili alla corda del contralto, disegna la melodia, ora flebile ora più energica, emozionando fino alle lacrime. Sergey Romanovsky canta la parte del tenore. Probabilmente non è in un momento di grazia, dato che lo svetto negli acuti non risulta privo di qualche impurità vocale né depurato di un vibrato talvolta eccessivo, almeno in una parte sacra; come che sia, il suo Domine Deus è in ogni caso ben cantato, con energia e opportuno volume, il tutto sorretto da un buon fraseggio, senza togliere nulla alla brillantezza richiesta alla parte. Perfetta l’esecuzione di Michele Pertusi, che riesce nella Petite anche a mostrare il lato più poetico e delicato della sua monumentale voce da basso, capace di una potenza incredibile. Proprio in ottemperanza alla richiesta rossiniana di un canto démodé per l’epoca, Pertusi fraseggia tutto quasi a mezza voce, creando effetti assolutamente splendidi, sorretti dalla scultorea brunitura della sua voce: il suo Quoniam è sì statuario, ma colto in una dimensione cristallina, che naturalmente non impedisce a Pertusi di esaltare il mero aspetto brillante del pezzo (caratteristica che il basso condivide, come ho ricordato, col tenore).

Una serata di musica assolutamente perfetta: nulla di meglio poteva aprire la stagione cameristica dell’Accademia. Tutti gli interpreti ricevono calorosissimi applausi dal pubblico accorso. E ci si chiede, certo, dove sarebbe arrivato Rossini nella sperimentazione formale e musicale se avesse continuato su questo solco.