L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Un Titan da ricordare

 di Alberto Ponti

Mozart e Mahler inaugurano la stagione dell'OSN Rai.

TORINO, 19 ottobre 2018 - Navigando nel grande mare di Internet non è difficile imbattersi in pagine curiose: c'è chi ha tentato di fare un censimento, certamente incompleto, di tutti i musicisti ad aver scritto almeno una sinfonia. Il risultato è un elenco di oltre un migliaio di compositori dal XVIII secolo ai giorni nostri, autori a loro volta di diverse migliaia di pezzi riferiti allo specifico genere, da Beethoven in poi considerato forse la massima prova a cui ambire. Quanto nell'immenso potenziale repertorio, fascinoso alla lettura, sia ingiustamente dimenticato e degno di riscoperta è difficile dire, nonostante il giudizio del tempo colpisca di norma abbastanza nel segno: il genio rimane, si può discutere su quello che si ferma un gradino sotto. Seneca metteva in guardia contro coloro che pretendevano di sapere il numero esatto di elefanti che avevano combattuto nella battaglia di Canne ma scorrere almeno i nomi, lungi dall'essere esercizio di puro nozionismo o vuota erudizione, ci porta a realizzare quanto straordinari siano i lavori entrati nel repertorio corrente, la parte emersa del gigantesco iceberg.

Gustav Mahler (1860-1911), malgrado le note difficoltà che ebbe ad imporsi come autore, non può in questo senso che apparire un predestinato: la Sinfonia in re maggiore Titan (1888) impressiona per vastità e profondità di concezione, ben rare in un'opera d'esordio. Qualche brano scolastico e cameristico, una manciata di lieder e una cantata (Das klagende Lied) che sono già capolavori: la produzione del giovane Mahler è esigua. Poi la sinfonia fulminante, nata con un programma ispirato al romanzo di Jean Paul, espunto nell'edizione definitiva con l'eccezione del titolo. L'opera memorabile che per molti compositori sarebbe stata un irraggiungibile punto d'arrivo per il nostro non sarà che la partenza di un corpus colossale e proiettato molto al di là del suo tempo.

L'esecuzione di James Conlon con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai venerdì 19 ottobre, nella serata di esordio della stagione 2018/2019 presso l'auditorium 'Arturo Toscanini', è una delle prove più convincenti del maestro americano da quando è stato nominato direttore principale e finisce per strappare decisi applausi anche all'esigua ma agguerrita minoranza di detrattori che in una 'piazza' esigente come Torino non è finora mancata. Colpiscono nella sua lettura forte e generosa, il perfetto stacco dei tempi nei due movimenti estremi, dove troppe bacchette corrono per mascherare, tra i colpi di maglio della grande orchestra, imperfezioni e manchevolezze timbriche. Ogni particolare della ragnatela mahleriana, densa di rimandi tra le varie sezioni della partitura, è illuminato dalla giusta luce: la tensione all'unisono degli archi nel Langsam Schleppend introduttivo, i richiami ai suoni della natura trasfigurati nel timbro dei legni in grado di incidere sulle profondità remote della nostra coscienza (all'ascolto del Titan è impossibile non risvegliare inquietudini infantili), la complessa trama delle percussioni nel vastissimo Stürmisch bewegt che conclude trionfalmente il pezzo, sulla carta l'ostacolo più difficile, condotto dalla mano di Conlon con mirabile senso di unità tra gli episodi di carattere distantissimo tra loro. Anche la sezione degli ottoni, storico punto debole di molte compagini italiane in questo tipo di repertorio, mostra un'intesa perfetta col gesto di un direttore che ha lavorato molto e bene negli ultimi due anni. I trilli dei corni depurati da ogni metallica reminiscenza, le melodie in sordina della tromba del trio dello Scherzo e della celebre Marcia funebre, come in genere la varietà delle sfumature dinamiche di tutto il reparto, che conferisce un autentico colore a molti passi dove sovente prevalgono uniformi pennellate di forti e fortissimi, la repentinità dei crescendo, dell'alternanza tra note staccate e legate, portano l'esecuzione a un livello di assoluta autorevolezza, degno di una grande konzerthaus europea.

La serata, terminata tra le ovazioni unanimi di un pubblico assai numeroso (pochi erano i posti liberi tra gli oltre 1.500 della sala), si era aperta con la Sinfonia n. 34 in re maggiore K 338 (1781) di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791). Nell'intimità dell'organico ridotto, ma coronato dal timbro festoso e brillante di trombe e timpani, Conlon cesella le raffinate trine settecentesche dell'Andante di molto centrale senza cadere in alcuna leziosità, scandendo con vigore i due Allegro vivace che lo incorniciano dove, soprattutto in quello finale dall'incidere di tarantella, la pulsazione ritmica si fa motore di un sublime meccanismo che non si vorrebbe avesse fine.

foto Maria Vernetti