L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Memoria in musica

 di Francesco Lora

Commemorazione con la Messa da Requiem di Verdi per l’inaugurazione sinfonica del Teatro La Fenice: mentre orchestra e coro veneziani si lasciano guidare nell’introversa lettura di Chung, i quattro cantanti solisti cercano di adeguarvisi con differenza di risorse e personalità.

VENEZIA, 4 novembre 2018 – Il Teatro La Fenice ha inaugurato la propria stagione sinfonica, il 3 e 4 novembre, commemorando il concomitante centesimo anniversario della prima guerra mondiale. Programma inevitabile: la Messa da Requiem di Verdi. E il direttore Myung-Whun Chung ha preso alla lettera il dovere di fare memoria in musica: poco o nulla si è riascoltato del lussuoso misticismo timbrico e della fluida imprevedibilità agogica già offerti al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nel marzo 2017 [leggi la recensione]; come se quella lettura già insolitamente sobria fosse, nella nuova occasione, troppo colorata, teatrale, chiassosa e sfrontata per essere riproposta. Si è invece ascoltata una Messa da Requiem introversa e decisa, severa e riflessiva, imponente e pudica, tutta fondata sul plumbeo e luttuoso assorbimento delle luci timbriche, dove il melomane estrapolerà a fatica il dettaglio da raccontare. Un concerto durante il quale nessuno, secondo Chung e i suoi castigati orchestra e coro veneziani, dovrebbe esser lì per far spettacolo.

I quattro cantanti solisti giocano intorno all’ultimatum del concertatore. Il tenore Antonio Poli agisce in punta di piedi, ricercando il piano e quasi chiedendo perdono se il suo materiale italico tende a farsi largo per comunicativa. Il soprano Maria Agresta si ambienta a fatica, come se stesse patendo una censura espressiva; risuona con pasta copiosa nel registro acuto ma altrove teme l’intonazione a mezzavoce. Il mezzosoprano Veronica Simeoni si assesta con personale sagacia, benvenuta misura e dovuta abnegazione, fino a inventare e tenere costantemente, nell’Agnus Dei, uno scabro registro di petto che non le apparterrebbe. I nodi vengono al pettine nelle sezioni a due, tre e quattro voci lasciate in campo libero, dove lo stile osservato da chiesa attende i cantanti d’opera fuori dalle loro abitudini. Lì si muove disinvolto, invece, Alex Esposito, che ama anche far stridere onomatopeicamente le consonanti in ‘acribus’ e lasciar correre la propria personalità istrionica: ed ecco la parte del basso occupata, in barba a Chung, da un sulfureo Mefistofele boitiano in libera uscita.


 

Vuoi sostenere L'Ape musicale?
Basta il costo di un caffé!

con un bonifico sul nostro conto

o via PayPal