L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L’arte della traduzione

 di Antonino Trotta

 La Mahler Chamber Orchestra ritorna all’Associazione Lingotto Musica con uno splendido concerto sinfonico dedicato a Ravel, Čajkovskij e Beethoven.

Torino, 30 Novembre 2018 – La musica, più di ogni altra manifestazione artistica, è fatta di traduzioni. Scrivere una partitura significa tradurre, arrangiare un brano significa tradurre, interpretare significa tradurre e tradurre significa esprimere in un linguaggio differente un testo concepito secondo i canoni di un altro idioma. Contrariamente alla prassi comune, tuttavia, il codice di destinazione può non corrispondere a quello dell’osservatore ma assecondare le necessità comunicative di un artista che proprio nella traduzione racchiude il pregio della propria dell’interpretazione. Una traduzione, dunque, non è solo il canale d’accesso a una realtà altrimenti indecifrabile, è piuttosto un’occasione per cogliere la mutabilità di un soggetto nella sua forma, che del soggetto stesso è contenuto. Con questo approccio risulta indolore accettare il riferimento – così come asserito dalla biografia dell’orchestra riportata nelle note di sala – a un programma da concerto con la Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 di Beethoven e Il concerto per violino e orchestra il re maggiore op. 35 di Čajkovskij come un “programma innovativo”. I titoli o l’accostamento, di fatto, hanno ben poco di rivoluzionario (solo quest’anno a Torino si sono susseguite tre esecuzioni della Settima), anzi, sulla carta appaiono persino scontati: è invece la traduzione che la Mahler Chamber Orchestra, di nuovo ospite dell’Associazione Lingotto Musica, fa di questi capolavori a costituire l’elemento di irresistibile novità attestato nell’arco di una serata di indiscussa suggestione musicale.

Le tombeau de Couperin di Ravel, traduzione dell’autore dall’omonima suite per pianoforte, apre il concerto facendo da vetrina alle splendide qualità timbriche dell’orchestra, straordinarie per una formazione definita da camera. Di cameristico, in effetti, c’è solo l’organico: la calibrazione certosina dei pesi, la precisione millimetrica negli attacchi, l’opulenza sonora dei pizzicati degli archi, le dinamiche perfettamente pronunciate e la grande duttilità del repertorio ne fanno una delle migliori formazioni a livello internazionale. L’orchestra, diretta nella prima parte della serata da Pekka Kuusisto, si muove sinuosa nelle evanescenti atmosfere del novecento francese, dando ampio sfogo alla liquidità delle impressioni raveliane. Eccellenti i fiati, assoluti protagonisti nei quattro quadri di cui si compone l’opera.

Dei tre lavori proposti, comunque, il concerto per violino palesa meglio degli altri la splendida operazione di frammentazione, analisi e ricostruzione condotta dai complessi della MCO per restituire e tradurre in una dimensione cameristica le pagine di maestoso sinfonismo scritte da Čajkovskij, trasformando i bagliori del romanticismo russo in reminiscenze del classicismo viennese. Lo spirito che anima l’esecuzione, asciutta e scalpitante nelle sonorità sempre splendidamente tornite, rimanda infatti a quello della grandi sinfonie di Haydn e Mozart, specie nelle brillantezza richiesta alla sezione degli ottoni. E inseguendo l’impostazione del concerto classico, rispetto al quale Čajkovskij avrebbe poi segnato una definitiva rottura negli equilibri tra solista e orchestra, l’attenzione si focalizzata sempre sulla commistione dell’intero ensemble e sulla ricerca di un vivace dialogo strumentale. Così l’Andante centrale, di norma oasi atemporale e meditativa, procede inflessibile con passo incalzante, quasi fosse il secondo movimento di un concerto per violino di Mozart, non soffermandosi su cantabilità languide o trasognanti e puntando dritto verso l’esplosivo rondò dell’Allegro vivacissimo. Ancora qui è l’evidenza conferita al tema secondario di contadinesca giovialità (dopo il serratissimo capriccio iniziale), assimilabile a una danza agreste di beethoveniana memoria, immediatamente rapido e incisivo, a ribadire la cifra stilistica di un’orchestra che sa interpretare senza snaturare. Sul versante solistico, Pekka Kuusisto, partner artistico della MCO, raramente cerca le luci dei riflettori e vive il concerto in perfetta sintonia con l’orchestra. Potrebbe non piacere il fraseggio imprevedibile e impulsivo o l’intonazione spesso sfocata, ma il violinista sa essere eccentrico (come confermato dal bis, una particolare danza tradizionale finlandese) senza diventare egocentrico e guida l’orchestra con una precisa visione d’insieme che fa da ponte al capitolo successivo, la sublime Settima di Beethoven.

È ora Matthew Truscott, primo violino, il punto di riferimento di un’orchestra che invero potrebbe procedere bendata in questo territorio. Il suono luminoso e rarefatto, ma non per questo povero o avaro, porge quindi una traduzione in lingua originale della creazione beethoveniana permettendo di carpire ogni dettaglio dell’articolato disegno musicale fatto di echi e contrappunti. Nell’Allegretto, in particolare, emergono tutti i violenti contrasti dinamici della marcia funebre e si apprezza finalmente la compiutezza del gioco di luci tra il forte e il pianissimo, meno distinto nelle esecuzioni delle grandi orchestre sinfoniche. L’energia dilaga infine negli ultimi due movimenti, in quelle pagine impregnate di esaltazione dionisiaca, viepiù acuita dagli intesi accenti sul battere nell’Allegro con brio conclusivo, l’ennesima esaltazione alla vita che ricorre sovente nelle opere del genio di Bonn.

Applausi impetuosi e entusiasmo generale alla fine del concerto: che sia fedele all’originale o risponda alle esigenze di un’estetica interpretativa, quella della traduzione è, di per sé, un’arte a tutto tondo.


 

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