L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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La regina del Belcanto

di Stefano Ceccarelli

Interprete raffinatissima di un ampio numero di ruoli, Mariella Devia, oggi all’apice della carriera, ha da sempre amato presentare composizioni inusitate e/o rare, in recital che hanno il sapore di un miniaturistico studio del particolare; e lo ha fatto in seno all’ininterrotta ricerca, a quello studio che l’ha comunque portata a prediligere opere di grande respiro, affreschi complessi e variegati – mi riferisco alla sua naturale, intelligente propensione per le grandi opere serie di Mozart, Rossini, Bellini e Donizetti −, con quell’umiltà interpretativa che l’ha da sempre caratterizzata e che le ha permesso una carriera lunga e fulgida, tale da non intaccarle minimamente il mezzo vocale. Frutto di uno studio incessante (quasi fosse un devoto amanuense), oggi più che mai tutto ciò che canta ha il valore aggiunto del bagaglio esperito in una carriera stellare, da vera diva del canto.

ROMA, 30 aprile 2014 − Un recital di Mariella Devia è − oggi più che mai − un evento non solo musicale, ma anche, lato sensu, di respiro internazionale. Stupisce, dunque, il contesto in cui questa volta la diva assoluta del belcanto ha scelto di esibirsi: il piccolo, appartato Auditorium “Ennio Morricone”, nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Ateneo di Roma Tor Vergata, all’interno della stagione concertistica dell’Associazione Roma Sinfonietta, che alterna concerti classici a esibizioni di artisti pop. La Devia, che ama da sempre mostrarsi in contesti musicali più raccolti a fianco dei circuiti lirici internazionali, ha accettato di esibirsi a Tor Vergata anche in omaggio all'amicizia che la lega al responsabile generale della direzione artistica di Roma Sinfonietta, il violoncellista Lanzillotta (come lui stesso afferma, abbracciandola al termine della performance): del resto, la cantante è affettivamente legata alla città di Roma, avendo studiato al Conservatorio di Santa Cecilia. In un'elegante mise − una setosa e vaporosa blusa viola (che dimostra la sua scarsa scaramanzia!), fermata al petto da una brillante spilla − si presenta al poco pubblico, purtroppo, presente in sala, con un programma tutto verdiano. Il recital, con alcune piccole modifiche, era già stato presentato a Madrid, all’Istituto di Cultura Italiana (23-10-2013), e comprende esclusivamente composizioni di Giuseppe Verdi, romanze e canzoni da camera inframmezzate da arie operistiche (il titolo: Giuseppe Verdi. Arie d’Opera e da Camera). La Devia, probabilmente, assurgerà all'immortalità vocale soprattutto per le sue incredibili, perfette interpretazioni del repertorio mozartiano e belcantistico – sarebbe superfluo elencare tutti i ruoli di cui ha costituito un modello inconfondibile, col quale le future cantanti dovranno inevitabilmente fare i conti. Verdi lo ha amato e praticato, ma mai a livello dei vari Mozart, Rossini, Bellini e Donizetti: due suoi ruoli verdiani, che vengono subito in mente, sono Gilda e, soprattutto, Violetta, forse il personaggio da lei più amato tra quelli creati dal bussetano. Nei suoi recital, inoltre, è spesso adusa a alternare arie d'opera alla produzione cameristica di singoli autori: oltreché Verdi, si ricordino in particolare le sue performance dei pezzi da camera di Rossini.

Il recital inizia con una struggente romanza, Perduta ho la pace, che le dà la possibilità di mettere in mostra la naturale, poetica languidezza della sua voce; si tratta infatti del canto d'amore di una ragazza per il suo amato − con quale dolcezza smorza il finale, elegiacamente, sulla parola «morir». Una voce, la sua, entrata di diritto nella storia del canto: un timbro argenteo, latteo, morbidamente vibrato; una fibra adamantina, tripudiante di armonici, dall'estensione vertiginosa (celeberrimi, e documentatissimi, i sovracuti che frequentemente inserisce − sempre nel rispetto del gusto e della prassi del tempo − nelle opere da lei affrontate); un controllo portentoso del fiato, un’intonazione talmente perfetta da rasentare la tastiera di un pianoforte, uno straordinario controllo del fiato, aderente a una tecnica respiratoria più che mai fisiologicamente naturale. Ogni interpretazione è una perla. Prosegue con il patriotticamente baldanzoso Brigidino, canzone risorgimentale sull'omonima coccarda: qui mostra anche il gioco multiforme del suo fraseggio, che, se rinviene connaturata espressione nel pathos, sa farsi apprezzare anche nei freschi giochi di un linguaggio più scanzonato, politicamente gioioso. È la vita un mar d'affanni fa vibrare le sue corde: una lunga linea melodica, belliniana, dove ricama di fino, spesso sul fiato, espandendo, poi, a suo desiderio. E dopo, ecco la prima romanza d'opera, «Non so le tetre immagini» (da Il corsaro): e pare proprio di scorgere Medora, assorta con la sua arpa, contemplando il mare al tramonto. Scolpisce le frasi con grande maestria del legato, affronta i salti con perfetto controllo, arrivando agli acuti con un’emissione sempre chiara, col giusto grado d’apertura. Un'autentica lezione di canto. In un mood nettamente contrastante, per la distensione successiva sceglie la Stornello, composizione gustosa, di carattere, sulla dolcezza dell'amore volubile. Ancora, poi, una romanza d'amore, Che i bei dì, dove sciorina magistrali picchiettati, assieme a acuti squillanti. Seguono due brani dalla I vespri siciliani: la romanza «Arrigo! Ah parli a un core» (IV atto), dov'è intensissima, struggente (che accento sulle frasi «io t'amo»!), e dove mostra nella cadenza finale un perfetto controllo delle scale discendenti, unito a un regale portamento; e la siciliana del V atto, il cosiddetto ‘bolero’, «Mercé, dilette amiche», in cui aggioga amabilmente le difficoltà di accenti, controtempi, inanellando due stupendi trilli in smorzando nelle due riprese, poi giù alla cadenza, costellata di impervie fioriture e acutini, fino al potente acuto finale. Dopo, una romanza tragica, Deh! Pietoso, o Addolorata: ancora accenti intimamente dolenti, cui Devia conferisce un particolare intenso squarcio nella sezione centrale («come a me squarcin le viscere»). Poi due canzoni di carattere: La zingara, con i suoi gaudenti salti, i gruppetti e gli amabili trilletti, che ammiccano a un carpe diem zigano; e Lo spazzacamin, un gioiello di maestria compositiva, molto rossiniano, dal sillabato sciolto, unito a fioriture, saltini e trilli, che descrivono la felice giornata di uno spazzacamino. Infine, in chiusa, l'aria dal IV atto de I lombardi alla prima crociata, «Non fu sogno»: irta di ogni genere di difficoltà, strutturalmente vicina a una tipica cabaletta verdiana, Devia vi si getta con ardore, palesando ancora una volta un accento musicale proteiforme, concludendo in una cadenza al cardiopalma, con un perfetto acuto, seguito da una chiusa sulla tonica. Gli applausi, generosissimi alla fine di ogni brano, esplodono ora clamorosamente: il pur poco pubblico si fa gagliardamente sentire, sommergendola di brava. Gli applausi, com’è ovvio, vanno anche al suo bravo accompagnatore, il pianista Antonello Maio: dotato di un tocco ragguardevole e di un timing buonissimo, accompagna sempre e degnamente la Devia, sorreggendone l’interpretazione con l’opportuna atmosfera musicale per ogni brano. Le richieste di bis, incessanti, inducono Devia a omaggiate i presenti con ben due regali: la romanza «Addio del passato» dal III de La traviata (suo cavallo di battaglia, superbamente eseguita) e, nuovamente, la romanza di Medora. Infine, salutando, esce con quel piglio aristocraticamente austero che l'ha sempre caratterizzata, da vera regina del belcanto.


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