L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La ricerca del fuoco

 di Roberta Pedrotti

Luci e ombre anche per la seconda compagnia del Trovatore al Teatro Comunale di Bologna.

Sullo stesso allestimento, con cast differenti, leggi anche:

Bologna, Il trovatore, 22/01/2019

Parma, Le trouvère, 04/10/2018

BOLOGNA, 23 gennaio 2019 - A dispetto della neve sottile che scende sulla città, alla seconda recita, turno B, il pubblico bolognese è senz'altro più caloroso rispetto al galà inaugurale e festeggia generoso il cast, mostrando qualche segno d'insofferenza giusto nella pantomima pugilistica che precede il terzo atto. Certo, dura meno della metà di quanto non avvenisse a Parma quando andava a costituire i ballabili, ma la sostanziale estraneità alla musica indispettiva allora come adesso continua a snervare l'iterazione ostinata degli stessi gesti nel silenzio.

Si alza la temperatura della serata, e anche Pinchas Steinberg sul podio sembra acquisire un po' più di verve per quel che concerne le intensità dinamiche, ma resta un contegno che sconfina nell'eccessiva uniformità dei tempi. La cura dell'architettura strumentale e dei rapporti timbrici in orchestra sarebbe senz'altro encomiabile, se non sembrasse un fine ultimo per cui trascurare l'integralità delle strutture e a cui sacrificare l'articolazione del tempo, che pure sarebbe la dimensione musicale per eccellenza. Così ci si adegua fin troppo all'incedere uniformemente rituale dello spettacolo di Bob Wilson, che racconta sé stesso per l'ennesima volta, senza convincerci, peraltro, che ciò possa essere ancora interessante.

Dopo la prima tornano il Ruiz di Cristiano Olivieri, il vecchio zingaro di Nicolò Donini, Tonia Langella ammorbidita nei panni di Ines, il Ferrando atro e spigoloso di Marco Spotti e il Conte di Luna di Vasily Ladyuk. Quest'ultimo, dopo essere subentrato a Dario Solari la sera precedente, appare più rilassato, ma permane una certa rigidità nella concezione del fraseggio e dell'accentuazione del testo. Questo Conte, senza essere protervo, non riesce ad apparire nobile e poetico, rifugiandosi in una generica correttezza. La stessa generica correttezza che, non senza qualche inciampo o approssimazione, caratterizza tutto il cast, mai censurabile e, pure, mai perfettamente a fuoco. Lo si avverte nel Manrico di Diego Cavazzin, che fa ben sperare con un “Deserto sulla terra” morbido e luminoso, ma, appena entrato in scena e portato a essere guerriero oltre che amoroso trovatore, eccolo forzare e sciupare il suo materiale, che si fa opaco e più faticoso. Lo si avverte in Cristina Melis, che affronta Azucena con ammirevole energia e un impeto non esente da durezze in alto, sbavature nei trilli e inflessioni parlate che sarebbe sempre opportuno evitare. Lo si avverte anche in Marta Torbidoni, capace di farsi valere nei cantabili di Leonora affermandosi come l'elemento più interessante del cast per musicalità e gestione dei propri mezzi, anche se talora la ricerca di una cavata più ampia va a discapito dello smalto timbrico e, soprattutto, si traduce in un'ascesa all'acuto a piena voce non precisamente felicissima. Un peccato, ma non un limite insormontabile con uno studio accorto, mentre per ora resta comunque la più festeggiata della serata.

Al termine, abbiamo detto, grandi applausi, che hanno coinvolto anche l'Orchestra e il Coro, alla guida del quale ha debuttato con questa produzione il nuovo maestro Alberto Malazzi.

foto Rocco Casaluci