L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Foto Monika Ritterhaus

Il violinista nell'armadio

 di Irina Sorokina

Con il musical Anatevka (noto anche come Il violinista sul tetto), Barrie Kosky realizza un travolgente, esplosivo ritratto della vita in uno shetl dell'epoca zarista, non privo di una vena struggente e nostalgica.

Barrie Kosky ebreo? Barrie Kosky australiano? Barrie Kosky tedesco? Chi è questo formidabile regista alla guida del Komische Oper di Berlino? Barrie Kosky è tutti e tre: i suoi antenati emigrarono in Australia da qualche shtetl dell’Europa dell’Est e di recente è stato naturalizzato tedesco; quindi l’apparizione di Anatevka, il musical noto anche come Fiddler on the roof (Il violinista sul tetto), tra i titoli del vasto repertorio dell’ensemble berlinese è più che naturale.

Ma non si tratta soltanto delle origini e della storia personale di Kosky. Anatevka è stato da sempre una delle produzioni più importanti del fondatore del Komische Oper Walter Felsenstein, tale da superare ampiamente le cinquecento recite. E nel 2017, per festeggiare il settant’anni del teatro, il capolavoro di Joseph Stein e Jerry Bock è tornato sul palcoscenico dell’ensemble berlinese per scuotere un favoloso successo, tutto meritato.

Tutto viene dai meravigliosi racconti di Sholem Alejchem, un esempio di saggezza e ironia, di cui protagonista è Tevje, un povero lattaio che vive con la moglie e cinque figlie nello shtetl di Anatevka, vicino a Kiev, ora capitale dell’Ukraina, allora una delle città importanti dello sconfinato Impero Russo. Un mondo davvero a sé, lo shtetl, mantiene rigorosamente le sue tradizioni religiose e culturali, lavora sodo, sopporta l’ingiustizia del potere zarista. Il musical di Joseph Stein e Jerry Bock The fiddler on the roff ebbe il suo debutto nel 1964 e sette anni dopo, nel 1971, Norman Jewison ne trasse un film. The fiddler on the roof, Il violinista sul tetto, è un nome poetico ispirato da un quadro di Marc Chagall che rappresenta un violinista che suona sul tetto di una casa a Vitebsk, la città natale del pittore. In Europa questo capolavoro del teatro musicale è da sempre chiamato Anatevka.

La vita di uno shtetl nelle vicinanze di Kiev sembra studiata da Kosky nei minimi dettagli. Si assiste a un fenomeno di grande teatro e si arriva a credere di vivere noi stessi ad Anatevka, di essere noi amici compiacenti di Tevje, della sua famiglia, degli spasimanti non graditi delle sue figlie, della sensale, del rabbi, di seguire noi tutta questa gente quando viene scacciata. Un’illusione piena, una partecipazione pazzesca. Due atti, due ambientazioni, due atmosfere. Prima del pogrom e dopo il pogrom, prima dell’ordine di lasciare l’amata Anatevka e dopo. Per entrambi Rufus Didwiszus crea le scenografie molto suggestive: nel primo atto viene rappresentato lo shtetl, nel secondo una landa desolata, tipicamente russa.

Una grande, fantastica idea di Dedwiszus quella di rendere lo shtetl con dei mobili vecchi e polverosi, armadi, scaffali, credenze. All’inizio dello spettacolo, un bambino dei nostri tempi, col violino in mano, suona una melodia triste ed esile. In centro del fondale c’è un armadio e nessuno potrebbe immaginare che in pochi istanti da quel armadio salti fuori Tevje e subito dopo, producendo un grande chiasso, tutta la popolazione dello shtetl, un vero bestiario umano fatto di lavoratori vari, massaie, ragazze da marito, studenti, bambini e tanti altri. Un’idea semplicissima, quella di usare il giradischi per portarci in vari luoghi che sanno tutti, però, come di vecchio, di impietrito (in perfetta sintonia con il set di Rufus Didwiszus sono i costumi di Klaus Bruns nelle tonalità di nero, grigio e marrone e le magiche luci di Diego Leetz). Va cambiato qualcosa nella vita e questo cambiamento arriva con il violare la tradizione: ogni figlia di Tevje non aspetta l’intervento della sensale, ma si trova un compagno da sola e si sposa per amore, pronta a seguire l’uomo scelto anche in Siberia, come accade a Hodel.

La vita nello shtetl è reinventata da Kosky con un amore sincero, una grande compassione, uno spiccato senso d‘umorismo e una sottile nostalgia; questa brava gente vive in conformità alle leggi di Dio, rispettando il prossimo, senza permettersi niente di superfluo. Parla, discute, litiga, sogna, canta, balla, fa festa. Il lavoro cesellato del regista a volte sembra una ricostruzione, basta dare un’occhiata alle cartoline in bianco e nero che immortalarono la vita in questi insediamenti ebraici sui vasti territori dell’Impero Russo. Un gran colpo di scena, il pogrom alla fine del primo atto, quando in conclusione della festa di nozze di Zeitel la povera gente innocente viene raggruppata e del latte dai bidoni di Tevje viene versato sulle loro teste.

Tutt’altra cosa, il secondo atto. Già nell’intervallo i tecnici mettono la neve artificiale sul pavimento, all’apertura del sipario si vede il bosco di betulle, tipica caratteristica del paesaggio russo. La neve scende, la nevicata non finisce, Hodel rivolge il suo discorso disperato al “papa”, che all’inizio tiene duro e alla fine la perdona. Tutto il popolo di Anatevka è costretto a lasciare il suo amato villaggio e intona “Anatevka, Anatevka”. Esisterà mai un momento più straziante, un pezzo musicale più straziante?

Come sempre, la Komische Oper presenta un formidabile cast dove i cantanti si mescolano con attori di prosa. Markus John disegna un Tevje saggio, bonario, tollerante e toccante; cerca di difendere “la tradizione”, ma dal suo sorriso si capisce che metterà davanti la felicità delle sue figliole. È un Tevje diverso, se confrontato con Haim Topol, celebre interprete del film di Jewison, di una caratura umana meno notevole, ma che, in compenso, desta una particolare tenerezza dovutà all’umiltà. Per quanto riguarda la parte vocale, gli manca una voce vera, il famoso “If I were a rich man” arriva appena alle orecchie degli ascoltatori.

Al suo fianco una bravissima attrice Dagmar Manzel nel ruolo di sua moglie Golda, si fonde completamente col personaggio, una donna forte, una grande lavoratrice, di buon senso e buon cuore, un po’ brontolona.

Tre giovani cantanti attrici nei ruoli delle tre figlie maggiori, Talya Lieberman - Zeitel, Alma Sadé – Hodel, Maria Fiselier – Chava, recitano con una grande vivacità e sfoggiano le voci di un bel colore e squillo.

I loro futuri mariti non sono da meno, Carsten Sabrowski – Lazar Wolf, Johannes Dunz - Mottel Kamzoil, Ezra Jung - Perchik. Quest’ultimo si distingue particolarmente per il fisico aitante (non ha proprio nulla da spartire con “kikimora”, come lo chiama Tevje, cioè il personaggio bruttino e antipatico delle favole russe), è un ragazzo davvero bello, pieno di dignità e coraggio, da una personalità forte. Recita molto bene e canta con slancio, Ezra Jung, ottenendo un successo personale.

È molto popolato il musical di Bock, e ogni artista del Komische Oper dà il suo meglio, creando figure di impeccabile credibilità: Agathe Bollag – Sprintze, Laeticia Krüger – Bielke, Barbata Sprity – Jente, Peter Renz – Rabbi, Ivan Turši – Fedja, Sigalit Feig, che appare in più piccoli ruoli, e molti altri artisti.

Una cosa assolutamente speciale che rende lo spettacolo ancora più efficace è un ensemble di danzatori che si esibiscono nelle coreografie create da Otto Pichler, focose, virtuosistiche, acrobatiche ed esilaranti, piene di salti e giri degni del Moiseev Ballet. Di un enorme successo la danza maschile alla festa di nozze di Zeitel, quando uno schieramento di uomini vestiti in lunghi cappotti neri mette le bottiglie al centro dei cappelli e avanza in ginocchio con un’energia esplosiva senza farle cadere.

Degna di ogni elogio la direzione di Koen Schoots, che guida l’orchestra della Komische Oper con mano sicura, ottenendo sonorità ricche e brillanti e creando momenti di catarsi nei brani di grande carica drammatica. Il coro della Komische Oper, come sempre, è molto efficace, preparato da David Cavelius.

È un vero capolavoro, lo spettacolo di Barry Kosky. Qualcuno potrebbe pensare che il regista australiano abbia creato la sua produzione migliore. Correte, correte a Berlino a vedere ed ascoltare questa meraviglia, verrebbe da dire. Tuttavia, siamo sicuri che Barrie Kosky non smetterà mai di sorprenderci.

foto Monika Ritterhaus