L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Massenet fuori taglia

 di Francesco Lora

Due anni dopo le recite a Bologna, Werther è alla Fenice nello stesso accurato allestimento con regìa di Rosetta Cucchi. Poco adeguati a essa – nonché talvolta all’opera medesima – sono però i nuovi interpreti musicali, dal debuttante Piero Pretti alla veterana Sonia Ganassi, fino al concertatore Guillaume Tourniaire.

VENEZIA, 31 gennaio 2019 – È tornato in scena il Werther di Massenet nell’allestimento concepito al Teatro Comunale di Bologna, sul finire del 2016, per il debutto di Juan Diego Flórez nella vertiginosa parte protagonistica e per quello di Michele Mariotti in una partitura ubriacata dalla sua bacchetta [leggi le recensioni: Bologna, Werther, 15/12/2016 e Werther, 16/12/2016]. Scene di Tiziano Santi, costumi di Claudia Pernigotti, trasposizione novecentesca; e soprattutto regìa di Rosetta Cucchi: una lettura attenta ai minimi dettagli, non solo con gli occhi di chi si rimbocca davvero le maniche per fare teatro, ma anche con gli orecchi di chi sa accedere ai codici della drammaturgia musicale. L’allestimento – si diceva – è tornato in scena: al Teatro La Fenice di Venezia, per cinque recite dal 25 gennaio al 2 febbraio; e con un ostacolo: quello di attagliarsi faticosamente ai nuovi interpreti protagonisti, così diversi, per corpi, mezzi e scopi, dalla coppia già costituita sul palcoscenico bolognese.

Dolorosi i casi di Werther. Ammalatosi Piero Pretti alla vigilia del debutto nella parte, i suoi panni sono passati a un paio di colleghi madrelingua: Jean-François Borras e Sébastien Guèze. Chi scrive ha sentito dire di loro tutto il bene possibile, per conformità di risorse e idiomatismo stilistico. Rientrato alla quarta recita, al contrario, il titolare Pretti scontenta. La voce svetta sonora e sicura nel registro acuto, ma la parte pare non più che ripetuta a memoria; accento sommario, fonetica scialba e fraseggio inerte, fino ad appiattire in un tutt’uno il momento languente e quello bruciante; più che l’esito di uno studio capillare – dovuto – è l’abbozzo di un lavoro attoriale. Maturerà. Sonia Ganassi conosce invece da lustri Charlotte: nell’idea iconografica stessa della Cucchi, essa richiederebbe però lo charme di malinconia e giovinezza, non la simpatia di una cinquantenne ormai avvezza a ironizzare su sé stessa nell’Enrico di Borgogna di Donizetti o nel Fra Diavolo di Auber.

L’insolente cartina al tornasole fa capolino da un ruolo secondario: l’esordiente soprano Pauline Rouillard, come Sophie, ha nel sangue la prosodia francese e gioca a un sol tempo, come vuole, incantando, con la lievissima freschezza dell’emissione e l’armamentario retorico della propria lingua. Un poco monotono nella caratterizzazione, l’Albert di Simon Schnorr ha tuttavia dalla sua una dote rara: quella di evocare la baldanzosa età, tra i venti e i trent’anni, di un personaggio fatto abitualmente più maturo di quanto il testo non prescriva. Puntuali il Borgomastro di Armando Gabba, lo Schmidt di Christian Collia e lo Johann di William Corrò. Bricconerie di solfeggio nelle voci bianche, che erano quelle del Kolbe Children’s Choir. Ordinaria ammirevole abnegazione nell’Orchestra del Teatro La Fenice: cui però il concertatore Guillaume Tourniaire chiede l’indispensabile, preferendo i gesti poderosi alle estenuanti sfumature implicite a Werther.

foto Michele Crosera