L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il fato e la corona

 di Andrea R. G. Pedrotti

James Conlon, dal podio, esalta i complessi della Wiener Staatsoper in un Macbeth in cui brilla George Petean quale tormentato, sfaccettato protagonista.

VIENNA, 14 maggio 2019 - Capita solo a Vienna, in una sera qualunque, per un titolo che fa parte del repertorio frenetico, incessante, inarrestabile della Wiener Staatsoper, di ritrovarsi ad assistere a una serata di qualità musicale difficilmente eguagliabile da molti altri teatri e, ahinoi, lontana anni luce da quello che si ascolta anche nei titoli di punta delle massime fondazioni liriche italiane.

Certamente l'Opera di Vienna dispone da lungo tempo di una delle migliori orchestre al mondo, un organico che non accenna a veder intaccato il suo primato. Se, oltretutto, quest'orchestra trova la guida sicura, espressiva e intelligente di un concertore quale è stato la sera del 14 maggio James Conlon, l'imperio dei discendenti degli Asburgo si impone ancor più incontrastato. Difficile raccontare la straordinaria bellezza e la brillantezza degli ottoni, che monopolizzerebbero le lodi in qualsiasi altro contesto, ma quando giungono gli archi, col loro suono unico, perfetto per un'opera come Macbeth, perché permeato della veemenza di un inconscio represso e debordante al tempo stesso, secondo il carattere antropologico di Vienna medesima.

James Conlon sa sfruttare tutte le caratteristiche precipue dell'orchestra, attento al rapporto fra buca e palcoscenico e nel seguire il canto, senza mai perdere intensità nella dinamica e ricercatezza nell'agogica.

A ergersi a migliore della compagnia di canto è lo straordinario Macbeth di George Petean, capace di delineare l'intera evoluzione psicologica di un personaggio che non sceglie mai il proprio destino. Macbeth dice “la corona che m'offre il fato”: lui subisce, infatti la brama di potere della consorte, che lo manovra psicologicamente dalla prima all'ultima nota, e non decide nulla del proprio destino. Nel libretto è scritto chiaramente “fra sé, sottovoce, quasi con ispavento” e Petean segue con dedizione il dettato dei versi e del pentagramma. Ogni accenno, ogni fraseggio è curato con varietà di colori e sfumature, che parrebbero esaltarsi per espressività al termine del secondo atto e nella scena delle apparizioni, se non fosse per la splendida esecuzione di “Perfidi! All'anglo contro me v'unite!...Pietà, rispetto, onore”, quando il disorientamento dell'uomo insicuro del primo atto, mutato in disordine, si fa fredda follia. Ogni frase ripetuta non è mai uguale a se stessa e viene impreziosita ogni volta di ulteriori significati. Vale il prezzo del biglietto ascoltare il suo “sol la bestemmia”, per serbare un ricordo indelebile della serata Al termine dell'opera questo resterà nettamente il momento più applaudito della serata, a consacrare Petean come uno dei Macbeth migliori, non solo di oggi, ma di ogni tempo.

Accanto a lui, piace la Lady Macbeth dell'esperta Tatiana Serjan, che si distingue per partecipazione e bel fraseggio, aggressivo e impositivo. Molto interessante la scelta di colori e accenti nel finale secondo, mutati nettamente nella ripresa del brindisi, dopo la prima apparizione del fantasma di Banco. Momento migliore per lei la scena del sonnambulismo, quando, almeno da parte di chi scrive, è venuto spontaneo voltarsi nel momento in cui la Serjan s'è avvicinta al proscenio, indicando un'apparizione, ovviamente invisibile al pubblico. Vocalmente non avrà più lo smalto d'un tempo, con un affievolirsi del registro acuto, comunque ben utilizzato dal'artista grazie alla lunga esperienza di palcoscenico.

Molto bene il Macduff di Jinxu Xiahou, che, in questa parte, può porre in luce la bellezza della voce e le doti di tenore lirico puro. Ferruccio Furlanetto è un Banco convincente, forte anche delle innumerevoli recite affrontate.

Completavano il cast Lukhanyo Moyake (Malcolm), Ayk Martirossian (medico) e Fiona Jompson (dama di Lady Macbeth).

Ottima la prova del coro (diretto da Thomas Lang), specialmente di quello femminile, che affronta le scene dedicate alle streghe con grande partecipazione e mettendo in luce un colore caldo, quasi misterico, nel progere il suono. Eccellenti per l'intero organico, specialmente il finale del primo atto e del quarto.

La regia di Christian Räth è interessante: vede le vicende trasposte in un Novecento inquadrabile fra gli anni '30 e '40, ma senza una connotazione cronologica specifica, tranne per la foggia dei costumi. La scena è assai semplice, composta da una serie di pannelli grigi semoventi, a figurare l'oppressione di un ideale distopico, quello della Lady, sconfitto da un'intensificarsi delle luci al momento dell'incoronazione di Malcolm. Interessanti gli effetti video di Nina Dunn, con le ombre dei protagonisti ad abbandonare la proiezione del corpo fisico: per esempio, l'ombra di Macbeth anticipa il proprietario nel recarsi nelle stanze di Duncano per il regicidio (altro segnale della debolezza caratteriale del personaggio), per ricongiungersi a lui solo quando viene presa la decisione di compiere il fatale gesto. Oltre a questo dettaglio, il disegno video aiuta sempre a rendere il senso cupo che si è voluto imprimere alla parte visiva: sembra sempre notte e, quando si scorge sorgere il sole, anch'esso è nero come in un'eclissi. La luce, come detto, sarà solo nel finale, non prima.

Le streghe sono apparizioni spettrali, cadaveriche e inquietanti: si muovono come marionette, ma senza meccanicità. Buona parte del terzo atto si svolge nelle stanze di Macbeth e della di lui consorte, in ossequio agli incubi e al teatro del rito coniugale.

Belle le luci di Mark MacCullough.

foto © Wiener Staatsoper GmbH / Michael Pöhn


 

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