L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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I deliri della giovane Renata

 di Stefano Ceccarelli

L’opera più singolare messa in scena quest’anno dal Teatro dell’Opera di Roma è L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev, lavoro di rarissima esecuzione. Questa produzione si giova della geniale regia di Emma Dante, che chiarisce e rende affascinante un capolavoro altrimenti meno immediato, soprattutto per il muro linguistico. La direzione di Alejo Pérez è tesa o tersa a seconda del momento, sempre piacevole. Nel cast emerge statuaria la Renata di Ewa Vesin.

ROMA, 28 maggio 2019 – Opera rara, poco conosciuta ma veramente singolare, L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev intrattiene ancora un rapporto privilegiato con il Bel Paese: fu infatti messa in scena per la prima volta, dopo essere stata ritrovata, a Venezia nel 1955, quando Prokof’ev era scomparso da due anni. Un’edizione importante si ebbe proprio al Costanzi, nel 1966, l’ultima volta in cui il pubblico romano ha potuto ammirarla.

L’elemento più interessante di questa produzione è certamente la regia di Emma Dante, che si immerge con intelligenza e sensibilità in un lavoro che può certamente esaltare alcune costanti del suo teatro. Le vicissitudini della ‘mistica’ Renata, del suo cavaliere Ruprecht, di Madiel’ (ovvero l’angelo di fuoco), del conte Heinrich, sono trasportate in una dimensione senza tempo, fra la vita e la morte, dimensione quasi generata dalla propensione schizofrenica della psiche di Renata, che vive sospesa fra castità e desiderio trascinante, possessione e follia. La Dante ama scandagliare personaggi femminili, in tutte le loro sfaccettature: qui ha fra le mani Renata, che da folle, eroticamente e estaticamente invasata, diverrà una sorta di martire in abito mariano. Ovviamente, non può mancare la sua Sicilia: la Dante sceglie la fascinosa cripta dei cappuccini di Palermo, proposta già come lugubre locanda (all’inizio dell’opera), fino a diventare una sala di preghiera di un monastero nell’ultimo atto. Il resto dell’opera aleggia in una dimensione atemporale, ma ben connotata: si pensi ai muri di libri fatti per indicare la casa di Colonia di Ruprecht e la dimora del mago Agrippa. Si può ben concludere, dunque, che le scene di Carmine Maringola descrivano perfettamente l’ethos dell’opera, pur rinunciando all’originaria ambientazione rinascimentale, cui comunque si allude qua e là nel corso della messinscena. I costumi di Vanessa Sannino sono ben confezionati, a tratti opulenti (si pensi a quelli rossi delle monache) e si sposano benissimo con la vicenda: la Dante si diverte a mescolare stili, epoche, tendenze, come nel suo Mefistofele con delle scarpe strassate assai Kitsch. La sensibilità registica della Dante incontra magnificamente ogni momento dell’opera, che fila senza mai annoiare o appesantire: e bisogna considerare che siamo di fronte a un titolo cantato in russo, che necessita dunque di un notevole sforzo di attenzione. Alcuni momenti sono indimenticabili e mi piace qui ricordarli. Per esempio, all’inizio (I atto), quando Renata narra la sua storia, tutti i cadaveri che si trovano nei loculi della locanda/cripta prendono vita e la ascoltano, mimano e commentano l’azione; è qui che, quando Ruprecht tenta un approccio troppo spinto con Renata, la Dante suggerisce la morte del corpo femminile durante una violenza, facendo immobilizzare di scatto attrici e cantante, che scoraggiano così i loro violentatori. Proprio in questa scena si presenta per la prima volta in scena Madiel’, l’angelo di fuoco. Vero coup de théâtre della regia, l’angelo (che dovrebbe essere in realtà invisibile) viene mimato da un ballerino di breakdance, il talentuosissimo Alis Bianca, che in un costume fatto di un tutù che gli contorna una spalla e una tuta velata che arriva a coprirgli anche il viso, fa frullare le sue gambe in aria con energia, tanto da suggerire di camminare quasi in aria. È un po’ questa l’idea di Emma Dante, che il suo Madiel’ volteggi con le gambe invece di volare, rendendo in maniera originalissima e geniale la verticalità aerea di un angelo. Un altro momento indimenticabile è l’apparizione degli spettri nel II atto, attori e danzatori seminudi ricoperti di un lungo velo, che li rende quasi tradizionali apparizioni di fantasmi; costoro riempiono perfettamente la scena, donando un senso di mistero e terrore. I danzatori di breakdance diventano addirittura due nel IV atto, dove Ruprecht sfida a duello Heinrich mentre, appunto, i ballerini si esibiscono in ogni sorta di evoluzione. Ma la scena forse più suggestiva è quella dell’atto finale, il V. Qui la Dante piazza un crocifisso scheletrico e dai tratti femminei (già anticipa, in un certo senso, il finale), al centro di una cripta di monache: le prime file, in realtà, sono attrici che, mano a mano che il coro entra, si ‘animano’ e prendono vita, creando un magnifico effetto di sospensione fra la vita e la morte. L’esorcismo cui sono sottoposte è ben diretto e d’effetto. Il finale è un altro momento azzeccato dalla Dante: mentre Madiel’ fa volteggiare le sue gambe in aria, Renata viene vestita da madonna e si pugnala al cuore (enorme e dorato, che tiene in mano), dandosi la morte e uccidendo l’origine della sua follia, l’angelo di fuoco. Emma Dante, inoltre, sa dosare serio e comico lungo l’arco della vicenda, non solo nei siparietti che riempiono i cambi scena e che sono recitati dalla sua troupe di attori, ma anche in alcuni episodi della trama, come quando Mefistofele finge di mangiare il garzone della locanda (IV atto).

Alejo Pérez convince per energia, precisione, tocco. La sua direzione galvanizza l’orchestra del Costanzi, che regala un’ottima performance destreggiandosi in una partitura insidiosa per le poliritmie delicatamente equilibrate, alternate a momenti di abbandono lirico (assai rari e ‘franti’). Pérez riesce a dirigere bene i cantanti, che sostengono tutti una buona serata. La Renata di Ewa Vesin si staglia sopra tutti; una voce potente, centrata, squillante, ma al contempo malleabile e delicatamente brunita, da autentico mezzosoprano, disegna i deliri mistici della giovane come meglio non si potrebbe. Leigh Melrose canta un Ruprecht a tratti poco potente vocalmente, ma che si muove bene sul palco e regala interessanti soluzioni in fraseggio. I comprimari sono tutti di buon livello: Anna Victorova (Padrona della Locanda), Mairam Sokolova (Indovina), Sergey Radchenko (Agrippa di Nettesheim), Andrii Ganchuk (Faust), Maxim Paster (Mefistofele) e altri interpreti, diversi dei quali provengono dall’ottimo progetto “Fabbrica” Young Artist Program, patrocinato dallo stesso Costanzi.

Una serata d’opera piacevolissima, quindi, che ha nella regia della Dante, ambigua e ammaliante, il punto di maggior fascino, indubbiamente; ma che può vantare anche un’ottima compagine musicale, con Pérez e la Vesin che danno eccellente prova delle loro doti. Gli applausi del pubblico sono ben riposti in uno spettacolo meritevolissimo.

foto Yasuko Kageyama


 

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