L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Leoncavallo in solitaria

 di Giuseppe Guggino

Con stanchezza si trascina questa spaiata ripresa estiva dei Pagliacci, dopo l’abbandono del podio da parte di Daniel Oren; ciò nonostante i complessi del Massimo di Palermo, diretti dal subentrante Alessandro D’Agostini, sono l’elemento di interesse della serata, assieme alla produzione di grande impatto – pur nella sua essenzialità – di Lorenzo Mariani.

Palermo, 19 giugno 2019 - Non pare pesare più di tanto l’assenza sul podio di Daniel Oren che, parzialmente indisposto, ha preferito concentrare gli sforzi sulla Traviata areniana, latitando alle prove di questi Pagliacci e dirigendone solamente due recite. L’abbandono della produzione riporta fisiologicamente sul podio Alessandro D’Agostini, concertatore nelle prove, che con il Coro e l’Orchestra del Teatro Massimo in questo repertorio ha gioco facile a portare a casa una serata che scivola via senza particolari intuizioni ma sul binario della rassicurante correttezza. Talvolta il cast, per la verità non particolarmente entusiasmante, ne risulta sommerso ma gli effetti, quanto mai essenziali nella drammaturgia verista, sono salvi.

Si parte con il Tonio di Federico Longhi nel prologo che ha voce ampia, non particolarmente accattivante, per avere la cifra dell’intera serata. Anche Martin Muehle, meno sorprendente in Canio che non come Maurizio di Sassonia un paio d’anni fa, canta stentoreamente con buon volume e senza troppe sfumature. La Nedda di Valeria Sepe è forse la prova vocale più giocata sul cesello, non foss’altro per un mezzo meno generoso e più impegnato nella ricerca del legato. Agli antipodi il Silvio un poco troppo corrucciato di Elia Fabbian e il Beppe dal timbro luminoso di Matteo Mezzaro, che ci si augura di poter riascoltare in qualche ruolo di maggior impegno.

A far serata, non certo in termini di durata – giacché inusualmente l’opera di Leoncavallo non è nel consueto accoppiamento con Cavalleria rusticana né in nessun altro accostamento – contribuisce non poco lo spettacolo di Lorenzo Mariani, nato nel 2007 proprio per il Teatro Massimo, in accoppiata con il titolo mascagnano. Punto di forza della produzione è l’impianto scenico essenziale di Maurizio Balò: lo scorcio di una cavea bianca che rimanda ad una generica piazza italiana negli anni ’30. Nessuna concessione all’oleografia, scelta sottolineata tanto dal disegno luci aggressivo di Roberto Venturi quanto dai costumi di stilizzata sobrietà firmati dallo stesso Balò. Funzionano bene le sottolineature coreografiche curate da Luigi Neri, capaci di valorizzare il Corpo di ballo del Teatro, giacché il Massimo di Palermo è tra i pochi in Italia a disporne, concorrendo ad un successo molto legato all’insieme, più che alle prove solistiche, anche grazie al Coro istruito da Piero Monti che con duttilità si presta ad aderire in questa occasione alla visione coreutica di insieme, alla base dello spettacolo di Mariani.

Teatro non pienissimo, che per un titolo di grande repertorio è un segnale allarmante: probabilmente il prezzo pieno del biglietto per una serata di una settantina di minuti avrà giocato il suo ruolo. E non a torto.

foto Rosellina Garbo e Franco Lannini