L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Le lacrime di Šaljapin

 di Irina Sorokina

Se la messa in scena risulta irrisolta e frammentaria, convince pienamente e commuove la resa musicale del Don Quichotte di Massenet a Bregenz, con la direzione di Daniel Cohen e le voci di Gabor Bretz, David Stout, Anna Goryachova

Bregenz, 20 luglio 2019 - La politica della sovrintendente del Bregenzer Festspiele Elisabeth Sobotka risulta abbastanza efficace, un’offerta culturale molto nutrita e variegata che attira nella piccola città lacustre situata al punto occidentale dell’Austria il pubblico numeroso ed affezionato. Un titolo popolare (quest’anno si tratta del Rigoletto verdiano) sul palcoscenico galleggiante, di cui i costi astronomici vengono ammortizzati in due anni, un altro molto meno popolare, anzi, spesso una rarità, al Festsielhaus, soltanto tre recite, un’opera al Kornmarkt Theater, stavolta Evgenij Onegin, una sola recita, concerti e appuntamenti vari. La decisione della Sobotka di presentare un’opera in teatro è una buona tradizione ormai, nel 2019 compie cinque anni, e in questi anni il pubblico ha potuto assistere alle opere davvero rare come Amleto di Franco Faccio o Beatrice Cenci di Berthold Goldschmidt: pane per i denti sia degli amanti dell’opera sia degli intenditori di teatro. Nel 2019 è stato messo in scena Don Quichotte di Jules Massenet, la sua ultima fatica, e il risultato, se confrontato con i grandi successi dei titoli precedenti, è stato piuttosto contraddittorio.

Don Quichotte può considerarsi un caso; il compositore gravemente malato, tormentato dai dolori, costretto a letto, lo scrisse usando un leggio particolare, costruito proprio per una persona impossibilitata a comporre al pianoforte. Lo scrisse puntando su un interprete eccezionale, il grande basso russo Fjodor Šaljapin, e, infatti, la sua interpretazione rimase nella storia e influenzò i cantanti che affrontarono l’ultima fatica di Massenet dopo di lui. Šaljapin, grande in tutto per quanto riguardasse la voce, il fisico, il talento attoriale e la capacità di creare un trucco originale, fece visita a Massenet e al librettista di Don Quichotte Henri Cain e ascoltò la musica suonata al piano dal compositore e la lettura del libretto dell’autore stesso. Per i non intenditori, il libretto di Cain fu ispirato non dal celebre romanzo di Miguel Cervantes di Saavedra, ma da un dramma di Jacques Le Lorrain di cui Massenet disse: “ Meritava un futuro radioso, ma fu ucciso dalla miseria che era preceduta alla sua morte. Saluto quest’eroe dell’arte, il suo volto mi ricorda molto quel del nostro Cavaliere dalla figura triste”. L’autore di Manon e Werther, conoscitore raffinato dell’animo femminile fu particolarmente attirato dal personaggio di Dulcinea che nella pièce di Le Lorrain si trasforma in una nobile dama, sostituendo la rozza serva Aldonza dell’originale di Cervantes: “Lei portò alla nostra pièce un elemento di sublime bellezza e rese affascinante la poesia potente del nostro Don Quichotte che muore per amore, stavolta per un amore vero per una Bella Dulcinea che giustifica questa passione”.

Trovandosi a Parigi in occasione delle sue esibizioni artistiche nel 1909, Šaljapin passò in compagnia degli autori due giorni ed ebbe l’occasione di conoscere la nuova opera, dichiarando in una lettera all’amico scrittore Maksim Gorky: “Uno di loro mi fece conoscere la musica della nuova opera, l’altro mi lesse il libretto, ed entrambe le volte piansi come un vitellino. (…) Il libretto è favoloso, la musica (sembra) perfetta. (…) Oh Don Quichotte de La Mancha, com’è caro al mio cuore, come lo amo”. Il celebre basso russo divenne il primo interprete del mitico ruolo, la prèmiere ebbe luogo il 19 febbraio a Monte Carlo, il cantante vestì anche i panni di regista.

La popolarità dell’ultima fatica di Massenet non raggiunse mai i livelli di Werther e Manon e il successo di Don Quichotte spesso venne attribuito all’interpretazione di Šaljapin, ciò, tuttavia, non toglie valore all’opera. Ancor oggi viene messa in scena in teatri importanti (al Mariinsky di San Pietroburgo nel 2014) e alcuni episodi, come la morte del protagonista, conquistano facilmente il cuore dell’ascoltatore, senza parlare del dono melodico, tipico di Massenet, e dell’orchestrazione raffinata.

Per quanto riguarda l’attuale messa in scena al Festspielhaus, siamo costretti a riconoscere, con una certa tristezza, che al Bregenzer Festspiele l’opera di Massenet è caduta vittima degli eccessi, in questo caso moderati, del noto Regie Theater. Priva delle idee davvero originali, la messa in scena della regista francese Mariame Clément è risultata piuttosto disomogenea e soprattutto basata su un’idea banale e vecchia come il mondo: la storia di Don Quichotte è valida per tutti i tempi. La Clèment non è andata, certo, contro il senso dell’opera, la storia raccontata non si è discostata da quella raccontata da Massenet. Siamo stati obbligati a compiere un viaggio nel tempo, visto mille volte in teatro, partendo dall’epoca originale della faccenda, per vivere gli episodi centrali ambientati nei nostri giorni e alla fine tornare nel Seicento. Quindi, una piazza animata in una qualche cittadina di La Mancha sulla quale si affaccia l’abitazione di Dulcinea letteralmente adorata dai più uomini, un bagno moderno dove Don Quichotte lotta con un gigantesco ventilatore che sostituisce il mulino a vento originale mentre Sancho brontola in continuazione, un ambiente cupo che potrebbe essere un campo desolato in una periferia di una grande città dove Don Quichotte vestito da Spiderman è costretto ad affrontare una banda di hooligan, un ufficio super moderno dove regna Dulcinea trasformata in una donna d’affari di successo e, alla fine, una foresta appena accennata, dove il Cavaliere dalla figura triste dà l’addio alla vita e all’amore. Cinque ambienti e altrettanti cambi di costumi per i due protagonisti, tutte cose troppo diverse tra di loro che rendono lo spettacolo frammentario, sono stati creati da Julia Hansen affiancata dal lighting designer Ulrik Gad e non rimarranno facilmente nella memoria del pubblico.

Mariame Clèment non ha evitato un’altra banalità come il teatro nel teatro. Don Quichotte al Festspielhaus è stato preceduto dalla proiezione della pubblicità di Gillette e ciò giustamente ha suscitato il malcontento del pubblico, in gran parte anziano. È stato difficile immaginare che la proiezione faceva parte di una “pagliacciata”: un uomo si alzava dalla poltrona, urlava come un matto contro la pubblicità, veniva calmato, arrivava un altro uomo vestito da Don Quichotte, il sipario si apriva, rivelando una parte della sala teatrale molto simile a quella dov’era seduto il pubblico vero. I due uomini, uno del Seicento e l’altro dei nostri tempi, si accomodavano sulle poltrone. L’azione partiva.

Il teatro nel teatro è stato presente anche nel quarto atto, quando Dulcinea, dopo aver rifiutato la proposta di matrimonio fattale da Don Quichotte, scendeva dal palco e si sedeva su una poltrona per assistere alla morte del suo innamorato.

Quel che ha salvato la maldestra creatura della regista è stato un buon cast internazionale, in cui è stato davvero impossibile proclamare un vincitore. Il basso ungherese Gabor Bretz è stato un grande Don Quichotte, dotato del physique du role e di una voce importante capace di esprimere tutta l’umanità del personaggio. La sua voce morbida, vellutata e profonda è stata una gioia per le orecchie nelle parti cantabili e si è distinta per l’estrema espressività nel declamato. La famosa scena della morte da lui, il cavallo di battaglia del grande Fjodor Šaljapin, rimarrà memorabile nella storia delle interpretazioni di Don Quichotte.

Non da meno è stato il baritono britannico David Stout, un cantante versatile e un attore efficace, nei panni di Sancho Panza. Ha saputo cogliere il lato grottesco e profondamente umano del personaggio, e sempre nella scena finale dell’opera ha colpito il cuore del pubblico come l’ha fatto Gabor Bretz nel ruolo del titolo.

Il mezzosoprano russo Anna Goryachova ha trovato nella Dulcinea un ruolo ben adatto alla sua voce calda e scura e al suo fisico asciutto e scultoreo. Ha cantato con brio e sicurezza, guadagnando sempre più terreno man mano che si avvicinava al finale.

Bravissimi, vivacissimi e pieni di senso dello humour sono stati gli interpreti dei quattro spasimanti di Dulcinea, Pedro – Léonie Renaud, Garcias – Vera Maria Bitter, Rodriguez - Paul Schweinester, Juan - Patrik Reiter.

Sul podio un ottimo Daniel Cohen, direttore appassionato e raffinato, ha diretto l’opera di Massenet con grande cura dei dettagli, ottenendo da tutte le sezioni dei Wiener Symphoniker sonorità sottili e a volte magiche, senza trascurare i colori brillanti spagnoli presenti nella partitura. Meritano ammirazione la precisione del suo lavoro e una grande complicità con i cantanti. Ottima è stata la prova del coro diretto da Lukas Vasilek.

Lo spettacolo ha ottenuto un certo successo, nella maggior parte dovuto al cast vocale, ma non è mancata una sensazione di malcontento, come se qualcosa di fondamentale fosse assente in questa messa in scena, priva in effetti di linfa vitale, un po’ banale e molto frammentaria.

“Piansi come un vitellino”, disse Fjodor Šaljapin ascoltando l’opera di Massenet. Al Bregenzer Festspiele non è stato possibile piangere assistendo alla messa in scena, ma a farci scorgere la lacrima hanno pensato bene gli interpreti, un commuovente Gabor Bretz, un vivace e umano David Stout e una nobile Anna Goryachova.


 

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