L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Un viaggio lungo trentacinque anni

di Roberta Pedrotti

Il quarantesimo Rossini Opera Festival coincide anche con i trentacinque anni dalla riscoperta del Viaggio a Reims. L'opera ritrovata torna anche quest'estate con un cast giovane in cui s'impongono la Corinna di Giuliana Gianfaldoni e il direttore Nikolas Nägele, ma si apprezzano anche altri nuovi talenti.

Pesaro 18 agosto 2019 - Lo spettacolo firmato da Emilio Sagi nel 2001 compie diciannove anni di riprese ininterrotte senza mostrare una ruga, ma Il viaggio a Reims ne compie in questi giorni ben trentacinque. Tanti ne sono passati da quando Janet Johnson, con Philip Gossett indimenticabile mentore, riportò alla luce la partitura ritirata dall'autore e ritenuta perduta (fatte salve un paio di riprese ottocentesche su testo spurio), affidata alle cure di Claudio Abbado e Luca Ronconi, con un cast stellare. Il miracolo del capolavoro riscoperto, da opera delle grandi occasioni riservata a interpreti elettissimi, negli anni è divenuta sempre meno inconsueta, anche perché con il diffondersi della prassi del Belcanto son sempre più le voci addestrate a render giustizia a questa musica. Il viaggio a Reims è, ormai, quasi di repertorio, e svela ogni volta il fascino di un libretto raffinatissimo nei suoi molteplici piani di lettura, fra ironia e allegoria. Ogni ascolto regala una nuova emozione per una sfumatura di significato che non si era notata prima, sempre, però, toccano il cuore versi come "Sempre agli umani in core | regni fraterno amor" e "Dell'Europa sempre sia | il destin felice appien" (quanto attuali!). 

E ogni anno si rinnova, con la produzione dell'Accademia Rossiniana, anche il gioco di pronostici e speranze nella scoperta delle nuove voci alla ribalta. Ormai, l'esperienza insegna ad aspettarsi sorprese e non sentenze, semmai proposte, suggerimenti d'indirizzo. C'è chi è passato quasi inosservato nel Viaggio e poi è emerso sulla distanza, c'è chi ha seguito percorsi tortuosi o carsici, ma in ogni caso questa è rimasta una tappa fondamentale nella formazione artistica e professionale, oltre che un potenziale formidabile trampolino di lancio. Ovvio, dunque, che l'emozione sia tanta, unita alle difficoltà di una recita mattutina trasmessa anche in streaming, ma soprattutto alla collocazione in un'opera che, sì, è perfetta per mettere in evidenza il maggior numero di giovani leve, ma non è detto abbia anche sempre la parte giusta per tutti. Perciò assistere anche al concerto finale [leggi la recensione: Pesaro, Concerto Accademia Rossiniana, 22/07/2019] e a qualcuno dei Concerti dal Balcone, che da Casa Rossini si affacciano sul viavai turistico durante il festival, può essere di grande aiuto per meglio comprendere le caratteristiche dei talenti selezionati di anno in anno. Poi, ovviamente, il tempo dirà la sua sugli sviluppi futuri. Al momento un caso emblematico è quello di Chiara Tirotta, che canta, bene, anzi benissimo nei panni di Melibea, ma in tessitura contraltile si rischia di non apprezzare appieno il meglio della sua voce, lo smalto e la luminosità che traspaiono in parti più acute come Angelina della Cenerentola. Siamo certi che in un prossimo futuro - e, scommetteremmo volentieri, anche qui a Pesaro - potrà incantare e mietere grandi successi. C'è poi la Folleville di Paola Leoci, che ha in bel temperamento pepato, unito a una spigliata musicalità, a un timbro personale e ad acuti sicuri, che la farebbe associare oggi, prima che alla pura virtuosa anche seria, al repertorio di Graziella Sciutti, come è emerso ascoltandola anche quale Fiorilla o nelle farse rossiniane (fuor di Rossini, la si immagina subito come Despina). C'è il Lord Sidney di Dean Murphy, buona emissione, voce amministrata a dovere, articolazione chiara. È giusto un po' baritonale per la parte, che comunque risolve bene: ascoltatolo in tessiture più acute fuga ogni dubbio sul suo ottimo potenziale artistico. Si destreggia disinvolto fra le insidie di Don Profondo anche Diego Savini, che anche nei concerti ha confermato un'ottima attitudine al repertorio buffo e brillante, pulito e puntuale nel canto e nel fraseggio.

I due tenori principali sono Daniel Umbelino e Matteo Roma, il primo un Belfiore ben sicuro di sé, il secondo un Libenskof inizialmente prudente, poi sempre più sciolto. Completano il parterre maschile il Don Alvaro di Jan Antem, ben timbrato, il Trombonok dalla pronuncia simpaticamente esotica di Andrei Maksimov, il Don Prudenzio di Jenisbek Piyazov, João Terleira (Don Luigino), Diego Godoy (Zefirino/Gelsomino), Kyengwook Jang (Antonio). Sul versante femminile, ricordiamo anche la Madama Cortese chiara e leggera di Claudia Urru, Olga Dyadiv (Delia), Ulyana Biryukova (Maddalena), Francesca Longari (Modestina).

Non abbiamo ancora nominato Corinna, perché Corinna, insieme al direttore, ha costituito la vera perla bella produzione, l'astro nascente sul quale è difficile avanzare il minimo dubbio. Solo uno, invero, si avanza ascoltando Giuliana Gianfaldoni: finora l'ancor giovanissimo soprano pugliese si era dedicato al belcanto post rossiniano, canta la Giulietta di Bellini, la Marie di Donizetti e la Gilda di Verdi; sarebbe forse il caso di considerare Rossini come un autore di punta nel suo futuro? Sicuralmente la scena di catene di Amenaide e il duettino dalla Donna del lago ascoltati in luglio lo farebbero ben pensare e senz'altro le ovazioni tributate a questa Corinna lo ribadiscono. Ecco una voce ricca di armonici ben gestiti e affinati, capace di piegarsi in pianissimi suggestivi a tutte le altezze e sempre perfettamente legati. Insomma, si rende davvero omaggio all'arte del dire in musica, del dipanare la purezza della melodia e renderne nel contempo la forza teatrale che consegnò alla storia la prima interprete, Giuditta Pasta. E se la Pasta fu musa del belcanto romantico, fu anche assidua frequentatrice di grandi eroi ed eroine rossiniane: perché, dunque non sperare per Giuliana Gianfaldoni un futuro simile? Il tempo è dalla sua parte per veder fiorire e affinare ancor più le qualità che già oggi la impongono come l'astro nascente di cui tutta Pesaro parla. 

Abbiamo, poi, accennato al direttore, Nikolas Nägele, che già tanto era piaciuto a Bologna sul podio dell'Italiana in Algeri [leggi la recensione]. Tecnica e autorevolezza gli permettono di dipanare senza problemi la trama rossiniana e di ottenere il meglio dall'Orchestra Sinfonica G. Rossini, il cui suono risulta quantomai controllato, compatto e duttile. Su questa solida base il musicista può impostare una lettura incisiva, ben calibrata nella ricerca di dinamiche e colori mai sopra le righe. Buon gusto, idee chiare e capacità di realizzarle: speriamo di rivedere presto in Italia il giovane maestro tedesco.

Il teatro Rossini, alle undici del mattino è anche quest'anno ben affollato e festante. Dopo trentacinque anni l'opera - anzi, cantata scenica - d'occasione diventa opportunità rinnovata di anno in anno. Un appuntamento gioioso cui è impossibile rinunciare, augurando il meglio a tutti gli interpreti.


 

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