L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Mito contemporaneo

di Francesco Lora

L’acuta e chiara regìa di Stone dà al Festival di Salisburgo una Médée di Cherubini ove le didascalie risultano aggiornate, mai travisate. Di qualità gli interpreti musicali, dal direttore Hengelbrock ai Wiener Philharmoniker, fino ai cantanti Stikhina, Černoch, Kowaljow e Feola in particolare.

SALISBURGO, 10 agosto 2019 – Ecco carne al fuoco per il perpetuo dibattito sulle regìe d’opera: un taglio pregiato che indigna e confonde chi ci si è scottato con un morso troppo sbrigativo, e che al contrario non smette di alimentare un ricordo vorace in chi è rimasto ad assaporare. Oggetto: la Médée di Cherubini andata in scena al Festival di Salisburgo in un nuovo allestimento con regìa e video di Simon Stone, scene di Bob Cousins, costumi di Mel Page e luci di Nick Schlieper. Sei recite nel Grosses Festspielhaus, dal 30 luglio al 19 agosto: quella del 10, qui recensita, iniziava giusto tre quarti d’ora dopo la pomeridiana di Alcina [leggi la recensione]; ed è interessante osservare come la lettura teatrale di quest’ultima, ruffiana ma inconsistente e dolosa, abbia suscitato un plauso universale, là dove ben poche penne si siano armate di concetto intorno alla concomitante Médée, che ne è l’esatto opposto. In Händel era promesso tra le righe uno spettacolo rivoluzionario, il quale è invece svanito come un’inetta bolla di sapone. In Cherubini la rivoluzione era invece più temuta che attesa, e si è per contro avuta una lettura acuta, chiara, così spudorata nel gestire poesia e musica da esaltarne quasi passo a passo il letterale significato.

Il mito, si sa, è senza tempo e senza luogo: lo si colloca tradizionalmente in un lontano passato, per averne una visione panoramica e oggettivata; ma esso è uno schema che vale quandunque e ovunque si ritualizzino specifiche relazioni tra soggetti. Nella lettura di Stone, tutto in apparenza cambia, ma per puntare alla sostanza. In gesti, video, abiti e spazi si assiste al percorso di divorzio di una giovane coppia con due figli: lui, Jason, traino economico della famiglia, còlto in flagrante infedeltà con una Dircé fresca e dai pochi scrupoli; lei, Médée, presto rispedita nel paese d’origine dopo aver perso l’autonomia economica e la cittadinanza del marito. Impossibile il dialogo tra le parti, cercato a ogni costo da una soltanto; un esempio: il duetto finale dell’atto I diviene una tragedia della non-comunicazione, con Médée attaccata allo squallido telefono pubblico di un internet point, mentre Jason finge di ascoltarla dalla lussuosa suite condivisa con l’amante. Questo il séguito: Médée irrompe durante la festa delle nuove nozze, accoltella la rivale e il suo impassibile padre Créon, porta via con sé i figli in una fuga senza speranza, si chiude infine con essi in un’automobile cosparsa di benzina e si dà alle fiamme nell’orrore generale. Immagini forti come l’idea che il testo reca con sé: ma le didascalie risultano in tal modo aggiornate, mai travisate.

La formidabile regìa si impone anche poiché gli interpreti sanno unire la concitazione musicale dell’ultimo Settecento francese e un’attorialità adatta all’ambientazione contemporanea: non scelgono tra l’uno e l’altra, ma onorano le due cose insieme. Né duole che i dialoghi parlati siano soppressi e sostituiti con monologhi fuori campo, a collegare i brani musicali secondo la disperata visione soggettiva della protagonista. Dolgono piuttosto i tagli inferti qui e là alle musiche stesse: si faceva così ai tempi della Callas, ma la logica testuale non lo tollera più. Motivata, energica e ispirata è nondimeno la concertazione di Thomas Hengelbrock, che dai Wiener Philharmoniker ottiene un suono secco e tetro: un’evocativa reinvenzione delle qualità di un’orchestra con strumenti antichi. Attrice perentoria e struggente, cantante smaltata e travolgente, Elena Stikhina è Médée. Suadente, monotono, effimero, Pavel Černoch incarna in nome di ciò Jason. Possente come un Wotan e arrogante come un boss, segue il Créon di Vitalij Kowaljow. Deboluccia Alisa Kolosova nella parte di Néris, che per sua sfortuna fu della Barbieri, della Berganza, della Cossotto e della Simionato. Ipocrisia travestita da innocenza e vocalità di forbita scuola nella Dircé di Rosa Feola.

foto © SF/Thomas Aurin e Marco Borrelli


 

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