L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Rigoletto senza destinazione

 di Antonino Trotta

Non basta la freschezza dei giovani dell’Accademia a soffiare via la polvere dall’ennesimo Rigoletto scaligero: s’impone, per l’inossidabile carisma, il buffone di Leo Nucci mentre Daniel Oren imprime un tratto abbastanza retrivo alla concertazione.

Milano, 7 settembre 2019 – Cinque lustri per uno spettacolo non sono pochi: alcuni, e pensiamo a La Traviata di Liliana Cavani o la romantica Cenerentola di Ponnelle – che, non a caso, si sono susseguiti quest’anno qui a Milano –, conservano inalterata la propria forza espressiva anche a distanza di tanti anni, forti di un linguaggio che sopravvive incisivo senza mai correre il rischio di farsi comprensibile alle orecchie dei soli archeologi. Per altri, e non fa eccezione il Rigoletto ora in scena al Teatro alla Scala, la presenza di un’idea in fondo anonima, sommata all’adozione di un idioma per alcuni aspetti manierato, evidenzia invece quelle rughe che lo scorrere del tempo lascia sulla pelle anche di ciò che allora poteva essere stato incoronato come capolavoro. Nella riuscita di una ripresa gioca inoltre un ruolo fondamentale, essendo l’opera dramma in musica, recitar cantando, il tiro che i musicisti conferiscono all’intera esecuzione: una messinscena stantia rinasce rinnovata nel suo contenuto se dal podio e della ribalta si è in grado di rivelare qualcosa di nuovo; altrimenti si può definitivamente inabissare il titolo allorquando si scelga di fare ciò che si è sempre fatto, cinquanta anni fa. Il Rigoletto in questione, in realtà, è piuttosto difficile da decifrare: è l’ennesima celebrazione di Leo Nucci? È l’esame pratico per i giovani dell’Accademia? O è il Rigoletto che i cultori dei bei tempi che furono agognano rivedere? Ebbene queste tre direzioni sembrano intersecarsi in un incrocio aggrovigliatissimo, con gli automobilisti imbambolati nel limbo dell’indecisione: nessuno si fa coraggio e avanza, nessuna tendenza riesce a dare un senso alla serata.

Da un lato abbiamo Leo Nucci, il Rigoletto dei Rigoletto che, congedatosi dal registro grave, dalla pulizia della pronuncia e in generale dalla brillantezza vocale, punta tutto sull’inossidabile, irresistibile carisma. Ci propone, ancora una volta, il suo rodatissimo buffone: il giullare torvo e zoppicante, il cortigiano abietto, il padre amorevole che sa sciogliersi nell’intimo perimetro famigliare ed ergersi a eroe per brandire la larva quasi fosse una spada; il lanciatore di acuti – in verità, tuttora prepotenti –, il sostenitore di interminabili corone – che nessuna avrebbe scritto ma a cui non si rinuncia nemmeno se Gilda ha già chiuso la frase da un pezzo –, l’interprete che conosce e ha una ritratto ben scolpito del suo personaggio, mai presentato di punto in bianco quando c’è da aprir bocca, ma costruito minuziosamente nelle pause, ai margini della scena, dall’inizio alla fine con una continuità che fa scuola.

Poi c’è Daniel Oren, per elezione direttore areniano e concertatore talvolta ampolloso o reboante. Non gli si può certo negare la bacchetta affidabile, l’attenzione all’enfasi teatrale, il controllo assoluto dell’orchestra – e quella dell’Accademia suona molto bene – nelle agogiche o nelle dinamiche. Il suo, tuttavia, rimane un Rigoletto vecchia maniera, pomposo ai limiti dei capodannizio, talvolta coprente e muscolare, poco raccolto nella riservatezza del dramma, artefatto, distante dal primo Verdi da cui esso proviene. Passino pure i vezzi e i vizi della malintesa tradizione, i taglietti che, a onor del vero, intervengono probabilmente in ausilio dei cantanti; le puntature, che nessuno rinnega se emesse con gusto a appropriata perizia, ma che finiscono con l’appesantire la resa musicale complessiva – e con Rigoletto, si sa, basta davvero poco per involgarire l’opera e fare di un capolavoro un’insostenibile gigionata –. Ciò che viene a mancare più di tutto, confondendo in definitiva le acque, è la valorizzazione dei giovani dell’Accademia, destinatari sulla carta del progetto, abbandonati nella gabbia dei leoni con autentici animali da palcoscenico che ancora palesano un certo appetito.

Così, nel duca di Mantova di Rodrigo Porras Garulo, al di là di qualche superabile difetto di pronuncia, si sottolinea la timidezza nell’emissione, invero ben educata, e si da meno risalto alla pratica della sfumatura, del piano, della mezza voce con cui il giovane tenore non manca di sottolineare il vacillamento d’animo, la corporeità dell’indomabile seduttore. Allo stesso modo lo Sparafucile di Toni Nezic, senza dubbio interessante per colore e smalto, appare spesso soverchiato dal possente manto orchestrale. Non è più fortunata Francesca Manzo, Gilda, tanto aggraziata nel timbro, elegante nel porgere e nel legare, eppur fragile dinnanzi alle altitudine scoperte di «Caro nome», dove evidentemente l’emozione ha il sopravvento. Completano quindi il cast Daria Cherniy (Maddalena), Valeria Girardello (Giovanna), Maharram Huseynov (Monterone), Ramiro Maturana (Marullo), Kim Hun (Borsa), Lasha Sesitashvili (Ceprano), Marika Spadafino (Contessa e Paggio), Hwan An (Usciere). Validissima infine è la prova del Coro dell’Accademia preparato da Salvo Sgrò.

Dello spettacolo firmato dalla triade Deflo – Frigerio – Squarciapino, per l’occasione ripreso da Loreta Alexandrescu, c’è ben poco da dire: un lavoratissimo portagioie per quattro patacche di bigiotteria, un palcoscenico che riesce ad essere pienissimo e deserto allo stesso tempo. Chi ha o chi può mette del suo, altrimenti va benissimo sbracciarsi in proscenio. Ma ai turisti piace. E va bene così.


 

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