L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Son io il poeta, essa la poesia

 di  Andrea R. G. Pedrotti

Piacevole ripresa del capolavoro di Offenbach alla Staatsoper, benché il regista Andrei Serban sacrifichi l'aspetto più angoscioso e perturbante del soggetto. Nel cast si impone la Musa/Nicklausse di Gaëlle Arquez, insieme con Dmitry Korchak e Luca Pisaroni, convincenti nei panni del poeta e delle incarnazioni del male. 

VIENNA, 8 settembre 2019 - Se vogliamo trovare un nocciolo drammaturgico in Les contes d'Hoffmann, questo sta nell'essenza femminile come fonte d'ispirazione. Questo accade sovente - se non sempre - nelle forme d'arte, che siano poesia, musica, letteratura o altro. Nell'epilogo viene esplicitato come Olympia, Antonia e Giulietta non siano altro che immagini di Stella, che per Hoffmann è ciò che fu Beatrice per Dante o Laura per il Petrarca.

Anche la musa è donna, poiché è la donna a ispirare il poeta, ma in forma angosciante, sofferente, in un amore che è tipico del romanticismo tedesco. Da uno dei reali racconti di Hoffmann, com'è noto, Sigmund Freud, trasse il concetto di perturbante. Di Der Sandmann E.T.A. Hoffmann fu autore, non protagonista diretto, ma lo diviene nell'opera di Offenbach, nell'atto di Olympia.

La regia di Andrei Serban è visivamente piacevole, ma pecca nel non sottolineare il concetto d'angoscia del poeta, evidente nel prologo e palese nell'Histoire de Kleinzach, quando sembra che il protagonista ci voglia condurre nei meandri del suo disordine interiore, materializzato nel cantabile, durante il quale non riesce a evitar di narrare dell'amata, pur cagionando dubbioso sgomento negli amici ospiti, al suo pari, della locanda. Nell'atto di Olympia, per esempio, il momento in cui Hoffmann scopre che si era effettivamente infatuato di un automa, e non di un'irraggiungibile figura femminile in carne e ossa, consiste semplicemente nell'uscita di scena del soprano, seguito dall'apparire, da una botola, di una bambola agghindata alla stessa maniera, ma palesemente non con lo stesso successo. Funziona discretamente l'atto di Antonia, ma, se si vuole mantenere l'angoscia del perturbante femminile, ritroviamo presente una quantità eccessiva di figure realistiche, come la madre che appare tridimensionale e non solo come voce, o immagine del quadro. Il ritratto, infatti, si trova innanzi un grande stipo che, dischiudendosi, mostra la genitrice. Manca, per intenderci, quel surreale, che ritroviamo solo nella struttura della scena, presumibilmente ispirata al neoespressionismo tedesco.

Condivisibile, dal punto di vista teatrale, la scelta di far affrontare le parti di Olympia, Antonia e Giulietta alla stessa cantante, anche se meno felice risulta la scelta dell'interprete. Olga Peretyatko palesa, infatti, un evidente affaticamento nell'esecuzione di trilli e colorature come Olympia, pur rifacendosi in precisi picchiettati e sovracuti, ben centrati e proiettati. Il peso vocale della Peretyatko risulta insufficiente per Antonia, trovandosi costretta a sacrificare fraseggio e interpretazione. Nell'atto di Giulietta, purtroppo, le cose non migliorano; infatti il soprano russo fatica a passare il volume di un'orchestra, comunque, ben gestita nelle dinamiche dal concertatore, arrivando a palesare problemi di solfeggio nel duetto col tenore, certamente dovuti alla stanchezza.

Dmitry Korchak non ha certamente la vocalità del lirico puro, ma riesce ugualmente a disegnare un personaggio convincente, grazie a una cura assai apprezzabile della linea di canto, del fraseggio e della recitazione. Talvolta emerge, specialmente nei centri, una mancanza di spessore, ma il tenore russo riesce a risolvere con mestiere le asperità dell'ostica parte, risultando, facendo le somme, un Hoffmann efficace.

Migliore in assoluto del cast Gaëlle Arquez (Muse/Nicklausse), la quale mette in luce un timbro pastoso, un notevole gusto nel porgere la frase e una grande precisione musicale, che le consentono, unitamente alle capacità interpretative, di ottenere il convinto plauso del pubblico della Staatsoper.

Bene anche Luca Pisaroni (Lindorf/Coppélius/Miracle/Dappertutto), preciso musicalmente e adeguatamente malvagio, come si confà ai ruoli assegnatigli.

Di ottimo livello anche il bravo Michael Laurez (Andrès/Cochenille/Frantz/Pittichinaccio). Completavano il cast: Zoryana Kusjpler (Voce della madre), Igor Onishchenko (Spalanziani), Lukhanyo Moyake (Nathanaël), Dan Paul Dumitrescu (Crespel), Alexandru Moisiuc (Luther), Samuel Hasselhorn (Hermann), Clemens Unterreinner (Schlémil), Margarita Gritskova (una dama nell'epilogo) e Diana Nurmukhametova (una dama nell'epilogo).

Il direttore Frédérich Chaslin concerta efficacemente la partitura di Offenbach, gestendo con dovizia il rapporto fra buca e palcoscenico e seguendo con precisione i cantanti impegnati. Bene anche il coro diretto nell'occaione da Thomas Lang. Le coreografie erano di Niky Wolcz.

© Wiener Staatsoper GmbH / Michael Pöhn


 

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