L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Canto a squadre

 di Francesco Lora

Il Festival di Musica antica di Innsbruck celebra il 350o della morte di Cesti con La Dori: formidabile lo spettacolo con regìa di Vizioli; di riferimento gli italiani nella compagnia di canto; Dantone dirige una vivida Accademia Bizantina.

INNSBRUCK, 26 agosto 2019 – L’estate pone il musicofilo sulla strada verso Monaco di Baviera, Salisburgo e Bayreuth. Ma guai, allora, a dimenticarsi di Innsbruck, che con il suo eccellente patrimonio artistico e culturale fu anche una capitale del Sacro Romano Impero sotto Massimiliano I d’Asburgo, nonché una capitale per la storia del teatro d’opera. Tra il 1655 e il 1662, alla corte del Tirolo, videro per esempio la luce L’Argia, L’Orontea, La schiava fortunata o vero La Dori, Venere cacciatrice e La magnanimità d’Alessandro di Antonio Cesti: ben cinque titoli di colui che in quel periodo era il più celebrato operista italiano. La prima opera menzionata servì a celebrare il passaggio della regina Cristina di Svezia, che proprio a Innsbruck abiurò il luteranesimo per andare a divenire la regina di Roma; e in quegli anni Cesti influì talmente sul governatore del Tirolo, l’arciduca-mecenate Ferdinando Carlo d’Austria, che questi gli donò una casa a un passo dal Duomo e dalla Hofburg.

Per la capitale tirolese è un privilegio vantare questa singolare eredità storica e artistica, ed è un merito che la città vi affianchi da oltre quarant’anni il Festival di Musica antica. La rassegna non ha mai perso d’occhio il prezioso legame con Cesti, allestendo nel tempo diversi suoi lavori, e se n’è ben ricordata per l’attuale 350o della di lui morte: al Landestheater, il 24 e 26 agosto, ecco due recite della Dori, opera che all’epoca spopolò in tutta Italia e che oggi ha un gran bisogno di essere riscoperta. Formidabile è lo spettacolo di Stefano Vizioli: in lui si ammira un regista che conosce come le proprie tasche il codice musicale oltre a quello teatrale, e che lavora minuzioso con i cantanti affinché ciascuno sia attore e indossi un personaggio cucito su misura. Per forza di immediata caratterizzazione e per fascino filologico misto a qualche ironia, non sono da meno le scene di Emanuele Sinisi e i costumi di Anna Maria Heinreich: ecco come si può far bene l’opera barocca.

Se però il regista dà tanta sacrosanta importanza all’intelligibilità della parola, agli affetti lì depositati, ai colori lì sottintesi e alla sua coerenza con il gesto, la compagnia di canto – forza della verità – va a spaccarsi in due squadre, che rappresentano l’una il primo bene e l’altra il primo male nell’eseguire musica antica. Da una parte stanno gli italiani madrelingua, che nel canto straripano di timbro, smalto e colori, e che porgono i versi con inflessioni dalla naturalezza sempre nuova: sono Francesca Ascioti come protagonista, Federico Sacchi come Artaserse, Francesca Lombardi Mazzulli come Arsinoe, Pietro Di Bianco come Erasto, Alberto Allegrezza come Dirce e Rocco Cavalluzzi come Golo. Dall’altra parte stanno gli italofoni in erba, i quali trovano nella parola non il sostegno stesso del canto, ma un umiliante ostacolo fonatorio: sono Rupert Enticknap come Oronte, Emőke Baráth come Tolomeo, Bradley Smith come Arsete e Konstantin Derri come Bagoa.

Se l’Italia contasse qualcosa nel mercato internazionale della musica d’arte, ove al contrario si banalizza ciò che è realmente idiomatico, una cura dovrebbe essere imposta, in amicizia, a ogni cantante d’oltralpe che intenda abbordare i tre quarti del repertorio operistico: trasferirsi per qualche tempo nel Paese che faceva trasecolare Goethe, Stendhal e Byron; assimilarne i ritmi da Torino a Venezia e da Milano a Palermo; parlare, parlare e parlare, fino allo sfinimento, con chi è nato parlando in italiano, e togliersi dalla bocca i ceppi fonetici sedimentati a partire dalla lingua madre. La musica è fatta anche di parole. Il cruccio di chi scrive sembra nondimeno scivolare al di là del concertatore medesimo, Ottavio Dantone: il suono di questa Dori ha l’indubbia, latina vividezza strumentale dell’Accademia Bizantina; tra l’abbondanza dei tagli e artificiose strumentazioni, però, la partitura sembra scorrere bella della sua superficie e lasciare nel contempo nascosti i suoi significati.