L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sorrisi dal Novecento

di Roberta Pedrotti

La stagione lirica del Teatro Grande di Brescia si apre con un bel dittico di commedie del secolo scorso. Ottimo e ben affiatato il cast, cui il pubblico dei giovanissimi nell'anteprima dedicata alle scuole tributa un franco successo.

BRESCIA, 25 settembre 2019 - Una stagione audace, protesa al grand-opéra, quella che propone quest'anno il circuito Opera Lombardia. Eppure, una stagione che, almeno a Brescia, si apre con un sorriso leggero, essendo il Grande capofila del dittico composto da L'heure espagnole di Ravel e Gianni Schicchi di Puccini. Un'apertura, dunque, all'insegna della commedia, alle pendici del Colle Cidneo, ma con una scelta arguta, un accostamento ben trovato che la regia di Carmelo Rifici  (scene di Guido Buganza, costumi di Margherita Baldoni, luci di Fiammetta Baldiserri) valorizza a dovere, ponendo l'accento sugli elementi più moderni che s'insinuano dei classici meccanismi comici. Ecco, infatti, che il rutilante tourbillon di amanti e orologi nell'ora libera della bella Concepcion, in assenza del marito Torquemada, è una satira indiavolata nel ritmo modernissimo del tempo meccanico, un ingranaggio mosso dagli istinti di attori-marionette, fra surrealismo e futurismo. In una ridda intessuta di finissime citazioni letterarie e musicali, si irridono le smanie da annoiata femme fatale della bella, i preziosismi poetici estetizzanti inseguiti dallo studente Gonzalvo, la boria del finanziere Don Inigo, la dabbenaggine del marito cornuto e la prorompente fisicità abbinata alla più totale ingenuità del mulattiere Ramiro. Grazie alla presenza di un cast ben assortito (Antoinette Dennefeld primadonna, Didier Pieri Gonzalvo, Andrea Concetti Inigo, Valdis Jansons Ramiro, Jean François Novelli Torquemada) lo spettacolo fila a meraviglia con quel pizzico di astrazione stralunata che ben si confà a una lettura quasi straniante del gioco meccanico raveliano. Un gioco un po' intellettuale, che i ragazzi delle scuole medie e superiori presenti in gran numero per questa anteprima seguono con ammirevole educazione. Non li si potrà, però, biasimare, se, anche per una questione di lingua, Gianni Schicchi risulta per loro più coinvolgente e d'immediata comprensione. Eppure, anche qui, lo spettacolo di Rifici strizza l'occhio alla modernità rampante nell'opera di Puccini, ambientandola nel foyer d'un cinema di qualche decennio fa, con i personaggi, tutti assai ben caratterizzati, che entrano ed escono dallo schermo (e sempre sia lodata La rosa purpurea del Cairo).

Anche in Puccini il cast si fa valere. Tornano Pieri (Gherardo, e il tenore, pur con il braccio infortunato, non solo canta assai bene ma riesce a caratterizzare sulla scena i due personaggi senza far intuire l'inconveniente), Janson (Marco), Concetti (Betto particolarmente incisivo); si uniscono a loro il veterano Mario Luperi, quarantadue anni di carriera alle spalle per un perfetto Simone, Nicolò Ceriani, Spinelloccio e Amantio che non scadono nella macchietta, Zabulon Salvi, Pinellino, e Marco Tomasoni, Guccio. Le terribili parenti di Buoso hanno la fisicità e la voce torrenziale di una scatenata Agostina Smimmero (Zita), lo spirito svampito e venale di Cecilia Bernini (Ciesca), il piglio arcigno di Marta Calcaterra (Nella), stupende nel terzettino della vestizione. Colpisce molto positivamente il Rinuccio di Pietro Adaini, la cui maturazione vocale mantiene slancio in acuto e freschezza di fraseggio (e lo ringraziamo per valorizzato un'aria come "Firenze è come un albero fiorito", inno alla grandezza di una civiltà che si deve basare sull'accoglienza e l'inclusione). Serena Gamberoni è un piccolo lusso per Lauretta, lusso calibrato a dovere con dolce discrezione, com'è anche giusto che sia per la figlia dello Schicchi incarnato da Sergio Vitale, cantante ineccepibile, non un esuberante istrione, ma un uomo concreto, arguto ma anche brusco, dignitoso. Per simulare il moribondo Buoso non c'è bisogno di vocette in caricatura: un po' di tremore, un po' naso, accento querulo ma anche deciso - sta dettando e non deve dar adito a discussioni "ho in mente un testamento e sarà quello!" - e sempre timbrato. La questione è seria, la minaccia del taglio della mano assai reale, serve a ridurre i Donati al silenzio ma incombe anche su Schicchi, e dunque la commedia nera per procedere deve prendersi sul serio, senza fronzoli e lazzi. 

Sergio Alapont sul podio dei Pomeriggi musicali fa quadrare bene i conti, imprime il giusto ritmo all'azione, anche se non illumina tutta la preziosa scrittura di Ravel e Puccini, le cui articolazioni timbriche e ritmiche restano, seppur corrette, mancano di quei lampi di genio sempre sorprendenti che pure le partiture spanderebbero a piene mani.

Al termine dell'anteprima, si è detto, gran bel successo di pubblico, con i ragazzi che festeggiano la commedia dantesca accogliendo solleciti ed entusiasti l'invito a concedere "l'attenuante".