L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Infinitamente piccolo, infinitamente grande

di Roberta Pedrotti

La ripresa di Aida con un cast giovane al Teatro Verdi di Busseto è anche la migliore occasione per ricordare Franco Zeffirelli con uno dei suoi lavori più riusciti e interessanti, autentica cartina di tornasole della sua statura artistica.

BUSSETO, 27 settembre 2019 - La ripresa era prevista da un anno nel programma di questo Festival Verdi, ma il destino ha voluto che il revival si trasformasse nell'omaggio a tre mesi e mezzo dalla scomparsa. Forse l'omaggio migliore possibile a Franco Zeffirelli, perché questa Aida in miniatura concepita per il minuscolo teatrino di Busseto è uno dei suoi spettacoli più felici, perfetta cartina di tornasole della grandezza del maestro fiorentino. Luccicanti ettari areniani difficilmente possono parlare come questa manciata di metri quadrati in cui l'occhio del sommo scenografo evoca squarci monumentali in cui basta una fuga prospettica, un raggio di luce che giri a dovere in un angolo per suggerire l'angolo, anche intimo, di una struttura grandiosa. Sembra quasi un miracolo, questa combinazione di genialità e tecnica sopraffina che, libero da ogni stucco manierista, fa respirare la scena, le regala profondità impensabili, suggestioni incantevoli. Il Trionfo è tutto una profondità e una prosepttiva immaginaria e immaginifica - metti in proscenio una guardia in controluce e già senti lo spazio raddoppiare, e poco importa se i due balletti del terz'atto si tagliano per eseigenze di scena, quando l'elemento coreografico riappare nei templi a suggellare il grand-opéra.

Chi volesse capire perché Zeffirelli si è guadagnato un posto nella storia, non affondi fra torme di comparse, veli, tendaggi, ma venga a respirare la brezza della riva del Nilo, gli incensi del tempio dell'immenso Ftha. C'è, in questa grandezza, uno sguardo affettuoso e intenerito verso l'iperbolica finzione operistica, e già lo vediamo avvicinandoci al teatro, sbirciando nel cortile quel viavai di guerrieri, schiavi, sacerdoti, giovanottoni dipinti di nero nubiano o blu turchese o barbuti coristi paludati. Zeffirelli ci costringe a stare al gioco, rende il suo Egitto teatralmente vero perché è (anche) spudoratamente falso, perché mescola citazioni letterali di architetture, pitture e rilievi, con ammiccamenti al peplum e a un fantasioso esotismo d'epoca, con dettagli scenici ben amalgamati al complesso ma, di per sé, estranei all'arte dei faraoni. Stiamo al gioco, consapevoli, e ci divertiamo ancor di più, seguendo una vicenda narrata con chiarezza esemplare, ma anche in una miriade di dettagli non banali, non decorativi, ma sostanziali. Ecco, allora, che Radames bacia due volte Amneris: la prima perché sarà anche vero che lui ama Aida, ma è pur sempre un ufficiale ambizioso, non esente da vanità, si lascia lusingare dalle attenzioni della principessa, forse pensa perfino di approfittarne, facendo male i conti; la seconda per darle l'addio, e forse per rimarcare con provocatorio disprezzo le conseguenze per tutti catastrofiche di quel triangolo sentimentale. Semplice quanto toccante è anche la prima parte del duetto "Già i sacerdoti adunansi", con gli intelocutori poggiati ai lati dell'altare sotto cui si schiuderà la tomba, quasi timorosi di guardarsi negli occhi. I costumi della fida Anna Anni, parimenti, mescolano in dosi perfette diverse suggestioni per creare uno stile ben definito, in cui egiziani ed etiopi sono distinti con chiarezza, Aida e il padre si incontrano, nel secondo atto, nei toni del rosso, ma già nel terzo si distinguono virando la figlia verso il blu, la schiava è l'unica scalza, finché Radames, condannato, non apparirà anch'egli privo di calzari. Piccole cose, ma non prive di significato. E nelle piccole cose, più che nelle grandi, si spiega e si ammira il vero artista Zeffirelli.

La perfetta macchina scenica, l'atmosfera, le dimensioni della sala: tutto aiuta il giovane cast a cimentarsi con una partitura tanto monumentale, anche se la propensione sembra più quella di rievocare l'effetto in spazi ordinari che d'inventare un cesello cameristico meno consueto, fors'anche impossibile in altre condizioni. D'altra parte, Michelangelo Mazza è stato un'eccellente spalla dell'orchestra del Regio, e anche ora che è passato dall'archetto alla bacchetta sembra che il suo ruolo di guida e punto di riferimento non si spinga molto oltre, nell'interpretazione, rispetto a un incedere sicuro e affidabile, comunque ben dosato in dinamiche e agogiche. Maria Teresa Leva, chiamata a sostenere la prima in un cast quasi interamente selezionato nel concorso Voci Verdiane dello scorso giugno, è giovane e già avvezza a parti come Aida o Cio Cio San. Che sia un bene, per la sua voce, ci permettiamo di dubitarne: nella sala bussetana si destreggia scaltra e porta a termine la recita con disinvoltura, ma lo spessore lirico della voce e il modo di attaccare gli acuti e i pianissimi ci indurrebbero a consigliarle più prudenza, e un repertorio meno oneroso. Difficile immaginare anche se Radames potrà essere in tempi brevi nel repertorio di Bumjoo Lee dopo questa esperienza, ma oltre alla buona qualità della voce e alla chiara pronuncia (attenzione solo a qualche S un po' troppo memore dei dischi di Corelli nel primo atto) si fa apprezzare per la musicalità e la propensione al legato anche in quella trappola mortale che è "Celeste Aida", canto paradisiaco che facilmente può essere trasformato in claudicante cantilena. Daria Chernii ha ventisei anni e, alle prese con Amneris, gli attacchi duri e perigliosi di "Vieni, amor mio" si possono perdonare in una recita comunque gestita con buon piglio: senza voler bruciare le tappe, curando sempre la morbidezza dell'emissione, potrà senz'altro ottenere buone soddisfazioni. Anche Andrea Borghini è un elemento interessante, ma nel suo caso sembra che sia il temperamento a tradirlo, disegnando un Amonasro veemente e barbarico più che sottile, ma soprattutto enfatizzando il colore del suono con un'alterazione delle vocali che converrebbe correggere per mettere al meglio a frutto le sue qualità. 

Fa bella figura il Ramfis di Dongho Kim, con il Re di Renzo Ran, il messaggero ben cantato da Manuel Rodriguez e la pregevole sacerdotessa di Chiara Mogini.

Questa sera in buca e sul palco ci sono i complessi del Comunale di Bologna, l'orchestra e il coro preparato da Alberto Malazzi, giustamente coinvolti nel buon esito complessivo della prima, che però, resta tutto dedicato, nel gesto rivolto verso l'alto da Stefano Trespidi (che riprende la regia, mentre Lorena Marin si è occupata dei costumi, Fiammetta Baldiserri delle luci e Luc Bouy delle coreografie), a Franco Zeffirelli. E, bisogna ammetterlo, il grande vecchio se l'era proprio meritato.