L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il valore del classico

di Irina Sorokina

Grande successo a Vladivostok per la ripresa del classico, mitico allestimento del capolavoro di Čajkovskij nato a San Pietroburgo (allora Leningrado) nel 1984 con la regia di Yuri Temirkanov, che alla prima assoluta salì anche sul podio. 

Vladivostok, 15 settembre 2019 - La dama di picche di Čajkovskij che abbiamo avuto fortuna di vedere e ascoltare recentemente a Vladivostok, apparve al Teatro Mariinsky nell’ormai lontano 1984. All’epoca il teatro in questione si chiamava il Kirov, in memoria di un rivoluzionario e funzionario del partito bolševico assassinato nel 1934. L’allestimento, firmato dal grande direttore d’orchestra Yury Temirkanov, diventò una specie di marchio del Teatro Kirov e fu destinato a una lunga, anzi, lunghissima vita. Siamo alla fine del 2019, a distanza dei ben trentacinque anni dalla prèmiere, ma lo spettacolo vive ancora. All’epoca i biglietti al Kirov furono una specie di valuta corrente, procurarseli fu spesso un’impresa. Le code alle casse ebbero poco da invidiare a quelle per acquistare le cose della prima necessità. I melomani si alzavano verso le cinque del mattino per usufruire del primo tram, arrivavano al teatro, si mettevano in fila non più tardi delle sei e mezza. Se si voleva sentire entrambi i cast, la procedura andava rifatta, così l’acquisto dei biglietti poteva occupare ben ventiquattro ore. Dubitiamo che una cosa simile possa accadere il giorno d’oggi.

Perché tali passione e sacrificio? Perché il prestigio di Temirkanov era altissimo, perché all’epoca il Kirov disponeva delle voci ottime, perché lo sfarzo dell’allestimento fu davvero notevole. Lo scenografo Igor Ivanov ispirandosi alle bellezze di San Pietroburgo (all’epoca si chiamava Leningrado) ricreò sul palcoscenico del prestigioso teatro della Venezia del Nord luoghi amatissimi e frequentatissimi. Come dimenticare l’inferriata del Giardino d‘Estate dove Herman incontra l’amata Lisa accompagnata dalla nonna-Contessa e canta l’arioso “Я имени ее н езнаю” (“Non conosco il suo nome”)? Come dimenticare il Canalino d’Inverno con sopra il passaggio che collega due edifici dell’Hermitage e permette di intravedere la spilla della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo sull’isola delle Lepri, luogo della fondazione della città nel 1703? E come non trattenere il respiro alla vista della sala sfarzosa di uno dei tanti palazzi dei nobili russi dove il principe Eletsky confessa a Lisa il proprio amore, gira un Herman ormai ossessionato dall’idea del segreto delle tre carte e l’occhio e orecchio vengono deliziati da un ingenuo pastorale La sincerità della pastorella? Come non provare l’agitazione alla vista della camera della vecchia Contessa, una volta “la Venere moscovita” e ora un’insopportabile ricca brontolona? È proprio lì avviene l’omicidio involontario. Sette quadri, sette capolavori di design, un po’ antiquato, se vogliamo, ma sempre magnifico. Lo si vede poco, ormai, ma il pubblico lo apprezza sempre.

Magnificenza, eloquenza, alternanza degli spazi all’aperto con quelli al chiuso, riproduzione precisa di luoghi di gran richiamo, uso sapiente dei colori e luci suggestive: questa è La dama di picche di Igor Ivanov, artista emerito della Federazione Russa.

Lo stesso discorso vale per i costumi ispirati agli abiti d’epoca della Caterina Grande; non si contano gli abiti femminili e camicie coi merletti, pantaloni fino al ginocchio e giacche lunghe maschili, tutto riccamente ornato, come non si contano parrucche e accessori, tra cui la lussuosa tovaglia che copre il tavolo da gioco nell’ultimo quadro. Nell’epoca sovietica correva voce che costasse settemila rubli che facilmente si trasformarono in addirittura diciassettemila, una diceria, senz’altro, visto che degli stipendi ”normali” andavano da ottanta a centoottanta rubli.

In piena armonia con lo stile dell’allestimento, un vero classico nel senso vero della parola (“di realizzazione spirituale e culturale degna di studio ed elevata a modello; esemplare, fondamentale”, recita il dizionario), è la regia di Temirkanov. Noto per lo spirito critico nei confronti delle produzioni “moderne”, l’ormai mitico direttore-regista russo mette in scena la storia tormentata di Herman e Lisa mostrando fedeltà al libretto originale e lavorando soprattutto sulla psicologia complessa dei personaggi: così ogni quadro dispone un chiaro e armonioso disegno. Noioso, direbbe qualcuno. Troppo prevedibile, sosterrebbe qualcun altro. Noi diremmo: un vero classico senza tempo.

Al Primorsky stage del Teatro Mariinsky La dama di picche è approdata alla fine del 2015, diretta dal maestro Valery Gergiev in persona. Ora viene rimessa in scena e il successo del capolavoro čajkovskiano è inevitabile: non si vede spesso, Pikovaja dama, a causa della difficoltà di trovare un tenore adatto. È un bel rompicapo, ma alla ripresa dello storico allestimento a Vladivostok il tenore è stato trovato, si chiama Nikolay Yerokhin ed è solista del Teatro Accademico Musicale K. S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko di Mosca.

Non è per nulla perfetto, Yerokhin: non possiede, certo, le doti fisiche sicuramente gradite per il ruolo di Herman, e non è particolarmente carismatico, cosa ancora più importante. Sulla sua figura piuttosto tarchiata non sarebbe caduto uno sguardo in cerca di una bellezza pressappoco perfetta. Non è affascinante la sua voce, priva di calore, anzi, caratterizzata da una sfumatura metallica, ed è difficile definire il suo timbro, fra il tenorile e il baritonale. Si apprezza la dizione nitida, ma in compenso “spara” gli acuti. Si rimane un tantino perplessi, ascoltandolo: l’occhio e orecchio cercano involontariamente un Herman ideale, la memoria si sforza di sfogliare il libro di nomi, piuttosto sottile, a dir il vero (Nikolay Pečkovsky, Nikandr Khanaev, Vladimir Atlantov, Gegam Grigoryan).

Canta con una sufficiente sicurezza ed espressività, Yerokhin, ma c’è sempre un “ma”: la voce non suona in modo omogeneo. Strada facendo, però, guadagna  terreno, “Мне страшно”(”Ho paura”) risulta cantato molto bene, i colori sono variegati e il declamato raffinato. “Прости, небесное созданье» («Perdona, creatura celeste”) va ancor meglio, il tono è saggiamente misurato, la linea di canto dolce ed armoniosa. Qualche forzatura nel culmine, “Взгляни с высот небесных рая” (“Guarda dal cielo del paradiso”). Raggiunge l’apice dell’interpretazione nell’impervia aria finale “Что наша жизнь? Игра!” (“Che cos’è la nostra vita? Il gioco!”) in cui si distingue per una buona musicalità, declamato perfetto e vasta gamma dei colori, benché l’acuto rimanga sempre teso.

Al suo fianco, Alena Diyanova nel ruolo di Lisa, in possesso di un fisico perfetto per il ruolo, fascino femminile e soprattutto di un'ottima voce. Non è un soprano lirico spinto, ma puramente lirico che si distingue per il timbro particolare, chiaro, dolce, splendente e leggermente fragile che dona tantissimo al personaggio, una classica donna russa forte e portata al sacrificio. Ha il dono naturale di arrivare ai cuori degli ascoltatori: l’aria celebre del sesto quadro “Aх, истомилась я горем” (“Ah, sono stanca e tormentata”) viene cantata con una perfetta musicalità, grandi sensibilità e trasporto. Un successo del pubblico pienamente meritato.

Non si chiama Herman o Lisa, il capolavoro di Čajkovskij, ma La dama di picche, e il Primorsky Stage del Teatro Mariinsky vanta, forse, la Pikovaja Dama cioè Contessa più grande tra i mezzosoprani viventi. Larissa Diadkova, in possesso di una voce importante, ampia, dalle mielose note contraltili, disegna un personaggio che colpisce l’immaginazione. Una donna di mondo, sicuramente bella e seducente nel passato, da sempre preponderante, ma per nulla cattiva o, addirittura, vecchia strega. È stanca di vivere non riconoscendosi nel mondo che la circonda. Una grande donna che non merita di morire per mano di uno squilibrato sull’orlo della crisi di nervi. Una vera ovazione per lei alla fine dello spettacolo.

Marat Mukhametzyanov, al debutto nei ruoli del conte Tomsky e Zlatogor nella celebre Pastorale, disegna un personaggio affascinante, dalle molte sfaccettature, un burlone di un buon cuore. Sostiene un ruolo piuttosto impegnativo che presenta due importanti assoli come la ballata del primo atto “Однажды в Версале” au jeu de la Reine” (“Una volta a Versaille “au jeu de la Reine”) e la canzonetta dell’ultimo “Если б милые девицы” (“Se le ragazze carine”) senza fatica e con grande disinvoltura , vantando una linea di canto ammirevole.

Nel ruolo del nobile principe Eletsky un ottimo baritono Aleksandr Gontsa sfoggia una voce calda, morbida e ben timbrata, buona dizione e ottima musicalità che deliziano l’orecchio nella famosa aria “Я Вас люблю, люблю безмерно” (“Vi amo, amo infinitamente”).

Non male il mezzosoprano Laura Bustamante nei ruoli di Polina e Milovzor, dalla voce piena dal timbro bello e scuro, dovrebbe lavorare sull’evidente tremolio.

Danno il loro meglio i numerosi comprimari, molto credibili nelle parti dei giocatori Čekalinsky (Alexey Kostyk), Surin (Yevgheny Plekhanov), Čaplitsky (Il'ya Astafurov), Narumov (Georgy Kremnev). Riescono calarsi nelle loro parti fino al punto da creare un'atmosfera divertente e febbrile dell'ultimo quadro che si svolge in una casa di gioco e vede la tragica fine di Herman.

Graziosa e musicale nel ruolo di Prilepa Alina Mikhaylik e  buone parole vanno a tutti i comprimari, Elizaveta Senatorova – Maša, Svetlana Rozhok – una governante, Vsevolod Marilov – un cerimoniere.

Davvero ottimo il coro del Primorsky stage del Teatro Mariinsky, preparato da Larissa Šveykovskaya, a cui La dama di picche offre numerose occasioni non solo di cantare ma anche di calarsi nei panni di passanti, ufficiali, balie, ospiti, giocatori. Ottima anche la prestazione del coro delle voci bianche della Scuola delle Arti per bambini “S. S. Prokof'ev“ sotto la guida di Elena Petukhova.

Molto apprezzabile la partecipazione del corpo di ballo dell’Opera di Vladivostok nella Pastorale coreografata dal celebre Oleg Vinogradov.

Alla guida dell’orchestra sinfonica del Primorsky Stage del Teatro Mariinsky il direttore principale Pavel Smelkov fornisce una lettura piuttosto tradizionale, senza un’impronta personale, ma sicuramente dignitosa. Alcuni difetti nel funzionamento della ripresa dal punto di vista tecnico non possono comunque rovinare la festa musicale e teatrale. Il fascino del classico è davvero eterno.


 

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