L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La liberté! La liberté!

di Antonino Trotta

Una buona Carmen è in scena al Teatro Regio di Torino: la valida bacchetta di Giacomo Sagripanti anima la collaudato messinscena di Stephen Medcalf. Corrette le prove degli interpreti: Marta Torbidoni, al debutto nel ruolo e sul palcoscenico del Mollino, riscontra calorosi consensi.

Torino, 10 dicembre 2019 – Una marea di “sardine” al di là delle mura del Regio e Carmen sulla scena, martedì in piazza Castello si inneggia alla libertà: libertà dalla violenza, dalla mortificazione dei diritti umani, dal linguaggio dell’odio che riempie la bocca di bava e lorda di sangue le mani, direttamente e non. Se poi per questa Carmen si pospone l’azione all’alba della dittatura franchista, il parallelismo sembra quanto mai azzeccato.

Di fatto lo spettacolo firmato da Stephen Medcalf – ideato nel 2005 per il Teatro Lirico di Cagliari con scene e costumi di Jamie Vartan – coglie nei paesaggi putrescenti e caliginosi della Spagna degli anni Quaranta, nel nervosismo popolare residuo della guerra civile e nell’ingombrante presenza di forze militari lo sfondo ideale, nonché perfettamente argomentato, all’azione. Perché Carmen è sì l’opera della seduzione, del potere femmineo elevato all’ennesima potenza, ma è anche un crocevia di correnti in cui la dimensione verista, capace di accogliere e mettere d’accordo comico e tragico, s’insinua maliziosa per rendere ancor più complessa, se non impossibile, una lettura univoca del capolavoro di Bizet. Contrabbandiere o meno, Carmen abbraccia in toto la causa della libertà, che da legittimo libertinaggio sentimentale si impone sulla comunità quale ideale universale e trascinante, di cui ella diviene inevitabilmente portavoce. Si lotta ancora per la Repubblica sconfitta, si osteggia fino allo stremo il savoir-faire malato dei potenti, e se in superfice il finale secondo vuole proporre un’alternativa alla morale convenzionale e alla legge, qui, vuoi per osmosi politica, vuoi per le suggestioni della contestualizzazione storica, risuona come un vero e proprio grido di rifiuto al regime. Questa sfumatura si riflette appieno nel taglio della protagonista, non solo femme fatale ma anche soldatessa sotto mentite spoglie, certamente più a suo agio nell’impugnare una pistola che altri tipi di armi da fuoco – nel primo atto Carmen deve pur convincere il caporale a liberarla! –. Per il resto, al di là di un Don José che fin da subito evidenzia un pericoloso bipolarismo e la galante scelta di celare allo sguardo l’assassinio della bella gitana, lo spettacolo procede privo di colpi di coda. In merito alla dialogica visiva, la messinscena è piuttosto intelligente nell’accontentare gli occhi senza far piangere il portafogli: intelligente è l’utilizzo dello spazio, scandito da un enorme praticabile inclinato che regala scorci prospettici interessanti – di grand’effetto l’atterraggio dell’aereo tra le selvagge montagne, lungo una pista segnata dal fuoco che arde nei barili – e descrive nel secondo atto un bacino metà taverna metà bunker; intelligente è la soluzione scenografica con i grandi pannelli scorrevoli, disposti di atto in atto a diversi livelli di profondità prima per suggerire il complesso dell’opificio dimora delle bollenti sigaraie, poi le mura dell’arena dove si fronteggiano a suon di mantello i toreri arrapati.

Quindi il versante musicale, nel complesso soddisfacente. Varduhi Abrahamyan, forse perché avvezza ai ruoli en travesti, non ha alcuna difficoltà nell’animare una Carmen a tratti androgina che alla sessualità disinibita sembra attingere come estrema risorsa. Convincente sul piano scenico, al netto di qualche momento sopra le righe – davvero brutto il finale, quando restituisce l’anello alla maniera di un lanciatore di baseball –, la voce, corposa e di bel colore, trova la sua migliore espressione nella tessitura centrale. Certo, da una belcantista ci si sarebbe aspettato una migliore gestione dei registri e soprattutto un canto dalla linea più pulita, ma il fraseggio testimonia una buona carica attoriale – e non è poco data la riapertura di molti tagli alle scene parlate – e aiuta nel tratteggio, dall’inizio alla fine, di una personalità forte e coerente. Personalità che si riscontra parimenti nella Micaëla di Marta Torbidoni, autentica eroina che quanto a fegato non è certo seconda alla protagonista. Marta Torbidoni canta infatti con fraseggio fiero e ispirato, voce apprezzabile per pasta e spettro dinamico, ottima musicalità e slancio negli involi lirici, a cui il soprano sembra essere a tutti gli effetti destinato. Peccato allora per quel vibrato stretto che si palesa un po’ ovunque e macchia appena una prova altrimenti impeccabile. C’è poi l’Escamillo di Lucas Meachem, gagliardissimo torero che si fa subito notare per l’imponenza del fisico e della voce, tanto sciabolante nel settore acuto quanto fioca alla base della tessitura. Non meno virile è infine il Don José di Andrea Carè, sicuramente intrigante per le screziature baritonali del timbro, meno per l’avarizia di sfumature con cui irrigidisce il ruolo.

Buono il comprimariato: Sarah Baratta (Frasquita), Alessandra Della Croce (Mercédès), Gabriel Alexander Wernick (Il Dancaïre), Cristiano Olivieri (Il Remendado), Costantino Finucci (Moralès), Gianluca Breda (Zuniga), gli attori Aldo Dovo (Lillas Pastia), Marcello Spinetta (Andrès) e Giulio Cavallini (Una guida), gli ineccepibili elementi del coro Claudia De Pian (Una venditrice) e Alessandro Vandin (Uno zingaro).

Alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino, questa volta lievemente esuberante nella sezione degli ottoni, Giacomo Sagripanti offre una validissima concertazione, attenta alle finezze strumentali del dettato, alla varietà di registri tradotta in varietà di colori. La sua è una Carmen piuttosto elegante, scevra da quegli eccessi che l’enorme popolarità del titolo – e il conseguente riciclo di numeri musicali – fomenta e talora prescrive. Il Coro del Teatro Regio di Torino e il Coro di voci bianche, istruiti rispettivamente da Andrea Secchi e Claudio Fenoglio, si confermano – tanto per cambiare – una ragione per non perdere mai uno spettacolo al Regio.

Alla prima il pubblico è numerosissimo e festeggia con entusiasmo tutti gli artisti in scena.


 

 

 
 
 

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