L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Nel labirinto di Arianna

di Francesco Lora

Cinque concerti in altrettanti luoghi di Martina Franca recano oltre cinque ore consecutive di musica nello stesso giorno, indagando le declinazioni della mitica figlia di Minosse dall’età classica a quella contemporanea. Parata di grandi artisti, da Federico Maria Sardelli ad Antonio Greco, da Giulia Semenzato a Francesca Ascioti, da Lidia Fridman a Orazio Sciortino, non senza voci giovani tra le più interessanti: Mariam Battistelli, Ana Victoria Pitts, Manuel Amati ed Eugenio Di Lieto.

MARTINA FRANCA, 27 luglio 2020 – Dall’Arena di Verona al ROF di Pesaro, era pronta un’estate di festival con un cartellone più bello dell’altro; l’emergenza sanitaria ha mandato tutto all’aria: progetti e contratti, abitudini e certezze. Bisogna mettersi al lavoro, allora, “per ritrovare il filo”: ed ecco trovati il nome e la missione per il 46° Festival della Valle d’Itria. A Martina Franca, un programma impiantato su tre opere senza distanziamento sociale – La rappresaglia di Saverio Mercadante, Leonora di Ferdinando Paer e Gli amanti sposi di Ermanno Wolf-Ferrari – è stato riposto in un cassetto, auspicabilmente in attesa di tempi più propizi. Un altro programma, di nuova concezione, corposa proposta e lodevole coesione, è stato varato intorno alla figura mitica di Arianna e alle sue declinazioni: la principessa di Creta, la domatrice del labirinto, l’abbandonata a Nasso, la consolata da Dioniso, l’antesignana di ogni eroina tradita e lasciata a sé stessa come Didone, Medea e Armida. Il filo di Arianna sarebbe più efficace di un navigatore GPS in quel labirinto che è Martina Franca: un virtuosistico contorcersi di case, curve, strade e portali di pietra bianca, imprevedibili al visitatore e restie al campo telefonico; piazze e palazzi, conventi e chiese distano solo pochi passi l’uno dall’altro, ma la giusta via implica quasi sempre una ricerca, un pensiero, una scommessa. Ebbene: il 27 luglio ha avuto principio la settimana conclusiva del festival, quella dove va abitualmente a concentrarsi il fiorfiore del programma, e a fare da spartiacque è stato un inedito “Omaggio a Martina Franca”; vale a dire: cinque concerti uno dietro l’altro, dal pomeriggio alla notte, in altrettanti luoghi della città, inseguendone le bellezze nascoste e parafrasando via via il mito di Arianna, progressivamente dall’età classica al Rinascimento e dall’età moderna alla contemporanea.

Prima tappa nel chiostro di S. Domenico. Il suo avvio è tanto più riuscito per il fatto di basarsi su declamazioni dal Carme LXIV di Catullo e dalle Heroides di Ovidio, cioè su testi letti di soggetto ariannesco, senza per questo disattendere obiettivi e buone maniere da festival incentrato sulla musica e non su poesia e teatro di parola. La drammaturgia è firmata da Michele Balistreri: in essa, forbitamente, il suono del liuto di Gianluca Geremia non è banalizzato a sottofondo delle letture, ma tiene spazi propri e intona le struggenti danze delle corti rinascimentali italiane; si ascolta così il “ballo di Mantova” e di lì a poco Sara Putignano, iperrealistica incarnatrice dei versi latini, accenna anche con il canto il “Lamento” dall’Arianna di Claudio Monteverdi: come a ricordare che la prima interprete della parte protagonistica, a Mantova nel 1608, era la Florinda, celebre attrice che in quell’occasione si era reinventata cantante per sostituire su due piedi una collega defunta. Né il gioco di allusioni e citazioni smette mai di stuzzicare, attraverso le parole, l’intendimento di un pubblico innanzitutto melomane: tra Catullo e Ovidio si insinuano infatti, nel progetto di Balistreri e nella recitazione della Putignano nonché dell’altro egregio attore Marco Bellocchio, versi tratti eruditamente o scherzosamente – comunque segretamente – dai libretti tanto dell’Arianna di Benedetto Marcello, già cara a Gabriele D’Annunzio, quanto dell’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea. La seconda parte della tappa risolve il caso di Arianna abbandonata in quello di Arianna consolata, musicalmente e tramite la concertazione di Federico Maria Sardelli con gli strumentisti del suo Modo Antiquo: preziosa è l’esecuzione (rara) del (capitale) Lamento d’Arianna rielaborato in polifonia da Monteverdi nel suo Sesto libro de madrigali a cinque voci (Venezia 1614); appropriata è quella del Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico – autore dei versi, non della musica – e del Ballo di satiri et baccante di Francesco Corteccia; benvenuta è quella di ulteriori brani, di Francesco Bendusi, Diego Ortiz, Francesco Maria Trabaci o ignoti, che completano il percorso nella cultura del Rinascimento. Nei madrigali, due parti vocali su cinque finiscono mutuate da strumenti, in conformità con un ripiego che all’epoca era ammesso (ma avrebbe forse fatto storcere il naso all’inesorabile Monteverdi, pretenzioso di scientificità definitiva in ogni sua nota scritta). Le restanti tre parti vocali spettano invece al guizzante soprano Mariam Battistelli, al fragrante tenore Manuel Amati e allo sfarzoso basso Eugenio Di Lieto, tutti e tre giovanissimi, tutti e tre dotatissimi, tutti e tre formati per il grande repertorio operistico ma pronti a flettersi nelle sottigliezze già cortigiane del Divin Claudio.

Seconda tappa nella Sala dell’Arcadia del Palazzo Ducale. A porte chiuse: registrata senza pubblico, sarà diffusa prossimamente tramite il canale streaming del Festival. Beata l’ape che avrà potuto volare fin lassù e ascoltare, clandestina e indisturbata, l’esecuzione delle tre insigni cantate in programma, tutte d’ampio respiro: L’Arianna di Alessandro Scarlatti, Mesta, oh dio, tra queste selve di Leonardo Vinci – composta per il sommo contralto Vittoria Tesi, la partner artistica in assoluto preferita da Farinelli – e Arianna abbandonata di Benedetto Marcello. Cure interpretative del soprano Giulia Semenzato, del contralto Francesca Ascioti e del mezzosoprano Gaia Petrone, rispettivamente, oltre che del concertatore Antonio Greco e del suo ensemble Cremona antiqua.

Terza tappa nel chiostro del convento delle Agostiniane. Colossali le muraglie esterne che svettano sul centro storico martinese: ci se ne ricorda quando il soprano Lidia Fridman – temperamentosa come la è conosciuta nell’Ecuba del festival precedente – distilla, sbalza e articola il vertiginoso rondò conclusivo dell’Armida di Gioachino Rossini; pare allora di avere intorno, scenograficamente, l’impenetrabile palazzo incantato da consegnare alla furia distruttrice dei demoni. Ma Rossini è il punto d’arrivo di un programma bilanciato, a blocchi importanti, tra l’ultimo Classicismo e il primo Romanticismo, tra il contesto italiano, quello tedesco e quello cosmopolita coevi, e insomma tra An die ferne Geliebte di Ludwig van Beethoven trascritto per pianoforte da Franz Liszt, la scena e aria Ah, perfido di Beethoven stesso e la Sonata n. 3 “Didone abbandonata” di Muzio Clementi. Alla Fridman non mancano, beninteso, spessore tragico e languore elegiaco nella pagina beethoveniana, né manca al pianista di servire il canto e insieme schiudere per sé ampi spazi di protagonismo: in ciascuna pagina, Orazio Sciortino è fraseggiatore introverso ma schietto, grave di facoltà ma lieve di eloquio, virtuoso sì ma senza calligrafismi.

Quarta tappa nella chiesa di S. Domenico. Nella Selva morale e spirituale (Venezia 1640) Monteverdi sunteggiò la retorica musicale sacra di tutta la propria carriera, non diversamente da quanto aveva fatto, due anni prima, nel caso dei Madrigali guerrieri et amorosi e della retorica musicale profana. Nella raccolta di genere sacro figura, com’è noto, un Pianto della Madonna che è contrafactum latino e devoto del Lamento d’Arianna, e che a Martina Franca fa montare in cattedra la Semenzato, con la sua cristallina organizzazione canora e il suo porgere informato a dottissimo stile. Curiosa la soluzione per il brano che segue e chiude il programma: lo Stabat mater a dieci voci di Domenico Scarlatti risulta affidato non a cantori specialisti della polifonia da chiesa settecentesca, ancora edificata sulle ceneri dello stile osservato, bensì a uno stuolo di cantanti d’opera con voci fin troppo generose, risonanti e proiettate per le severe esigenze della partitura scarlattiana e per la modesta cubatura della chiesa domenicana. Che sontuoso florilegio di voci, però, se sono quelle della Battistelli, di Barbara Massaro, della Fridman e della Petrone (Canti I-IV); di Ana Victoria Pitts e della Ascioti (Alti I-II); di Amati e di Vassily Solodkyy (Tenori I-II); di Alberto Comes e di Di Lieto (Bassi I-II). E che sollievo se sul podio c’è ancora una volta Greco, a tenere a bada con scrupolo torquemadesco calibri così scalpitanti.

Quinta tappa nella basilica di S. Martino. Dopo il momento di spiritualità religiosa serale, ecco quello per consegnarsi sereni alla notte. Ne è tramite il Franz Schubert del Trio “Notturno” D 897, nonché quello di Gebet D 815 per quartetto vocale e pianoforte. Il primo spetta al trio costituito dalla violinista Silvia Grasso, dal violoncellista Gaetano Simone e dalla pianista Liubov Gromoglasova: con genuinità di modi, rende onore all’illustre musicista martinese cui è intitolato, Gioconda De Vito. Il secondo brano spetta ad artisti cui la giornata ha già procurato l’applauso grato del pubblico: i cantanti Massaro, Petrone, Solodkyy e Di Lieto, con il pianista Sciortino. A Martina Franca, i musicisti e la musica stessa paiono cambiare pelle a ogni voltata di pagina: figurarsi quando, per ritrovare il filo, si perdano con l’uditorio nel labirinto di Arianna.


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