L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sentieri viennesi

 di Mario Tedeschi Turco

Nello spazio ideale del Teatro Ristori di Verona, la Münchener Kammerorchester dipana con sagacia e straordinaria qualità musicale un percorso che da Mozart si snoda fino a Franz Scherker, passando per Schubert. Non altrettanto persuasiva la prova del giovane pianista Aaron Pilsan.

VERONA, 15 gennaio 2019 - Complesso di gran prestigio, quello della Münchener Kammerorchester, che ha fatto tappa al Ristori di Verona, nell’ambito del cartellone concertistico di recente istituzione nel piccolo ma ottimamente restaurato teatro cittadino, il quale appare luogo ideale per esecuzioni da camera o solistiche anche per l’eccellente acustica. L’ensemble monacense è noto nel mondo per la sagacia delle sue scelte di repertorio, le quali alternano il classico-romantico, a brani del 900 storico, a musica contemporanea appositamente commissionata ai migliori compositori in attività (Xenakis, Tüür, Sciarrino, Dusapin, tra gli altri). A Verona sono giunti con la Sinfonia dalla Finta giardiniera e il Concerto per pianoforte e orchestra n. 17, K. 453 di Mozart, con la Sinfonia n. 5 di Schubert e, quale unico tributo al secolo XX, lo Scherzo per orchestra d’archi di Franz Schreker. Programma vario e molto viennese, che ben ha tracciato una linea di continuità linguistica pur assai articolata. In luogo del primo violino e concertatore Daniel Giglberger, previsto nel programma, il ruolo di konzertmeisterin è stato assunto nella serata dall’altra “spalla” dell’orchestra, Meesun Hong Coleman, la quale ha guidato con precisione cartesiana attacchi, tempi e tenuta d’assieme.

Perché, è bene dirlo subito, la qualità mostrata da questa orchestra è stata superba in ogni dettaglio. Persino in un brano non trascendentale come La finta giardiniera, l’esattezza dei tenuto, degli spiccato e degli staccato, la febbrile scansione del tactus, gli sbalzatissimi scarti dinamici – eseguiti quasi sempre “a terrazze”, secondo tendenza della prassi storicamente informata prevalente: o per meglio dire, minimizzando i crescendo e diminuendo di transizione tra gli estremi, in modo da ottenere una più probabile vicinanza alla pratica antica non disdegnando la sensibilità moderna –, i profili tematici nettissimi e taglienti sono stati restituiti con ottimo senso drammatico e continuità discorsiva. Pari qualità e carattere esecutivi, ancor più stagliati grazie alla partitura di ben maggior valore, ci pare di poter sottolineare nella resa del K. 453, arricchiti questa volta, giusta la superiore qualità di orchestrazione messa in testo da Mozart, dal perfetto equilibrio fonico tra archi e fiati. In modo particolare, i sublimi interventi di flauto e oboe, in dialogo nel cuore dell’Allegro iniziale, hanno sortito un effetto di intenso lirismo, in una fusione sonora con l’ensemble e il solista davvero rimarchevole. Vaporosissimo anche lo Scherzo di Schreker: scritto nel 1908, il breve brano dell’autore della Ferne Klang è riuscito, nell’esecuzione della Münchener, a trasmettere quella cifra stilistica del tutto peculiare, la quale contamina talune arditezze armoniche a una nostalgia del canto spiegato, a un mélos di acceso entusiasmo non privo di connotati popolareschi (il ritmo di contraddanza della seconda sezione), che è tratto fondante della scrittura schrekeriana, in cui le risorse liriche e il gusto per la melodia si innestano su una poderosa struttura post-romantica. Ma l’ensemble non già il modernismo della partitura ha inteso suggerire bensì, assai opportunamente pensando all’impaginato di questo concerto e alla giustapposizione dei brani secondo idea consecutiva-generativa, il carattere sognante, danzante, lirico appunto, di un compositore da conoscere meglio.

Detto di una Quinta di Schubert cesellata secondo le migliori caratteristiche di resa sonora già evidenziate per i brani mozartiani, e nella quale, ancora, i dialoghi magnificamente messi in primo piano tra flauto e oboe hanno fatto udire in maniera plastica l’ascendente mozartiano, resta da valutare la prestazione del giovane pianista Aaron Pilsan nel Concerto in Sol maggiore. Classe 1995, “rising star” impostosi giovanissimo, il pianista austriaco ci è parso non all’altezza del nitore fosforescente dell’orchestra: dinamiche uniformi nel primo movimento, che hanno stentato assai ad imporsi in dialettica con i gruppi strumentali che più di una volta hanno sovrastato così il solista; poco abbandono espressivo nell’Andante, aduggiato altresì da qualche pausa inconsulta che ci ha fatto pensare ai quei “rallentando espressivi” che spesso mascherano una qualche incertezza; un certo rigore compassato nell’Allegretto-Presto finale, che pure sarebbe un capolavoro di ironia e umoristica leggerezza; ebbene, tutte queste pur non gravissime mende ci hanno fatto pensare a una serata non ideale d’un solista il quale, ben vero, è certamente in possesso anche di doti indubbie di fraseggio, di agilità e insomma d’una tecnica solida. Un po’ poco, però, per un Mozart tra i più miracolosamente sognanti e pensosamente giocosi. Pilsan ha offerto come bis una riscrittura semijazzistica della Marcia Alla turca, stile Fazil Say o Arcadi Volodos: divertente e divertita, ma certo non contesta del fiammeggiante virtuosismo trascendentale al quale i due pianisti di cui sopra ci hanno abituato.