L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Segnali dal lontano Oriente

 di Alberto Ponti

Il maestro cinese conquista ed entusiasma una platea assai ampia per un'esecuzione di musica contemporanea con due ambiziosi concerti per solisti e orchestra

TORINO, 24 gennaio 2019 - Pochi autori possono dire di avere avuto una formazione artistica più singolare di Tan Dun. Nato in Cina nel 1957 da una famiglia 'borghese', allo scoppio della Rivoluzione culturale viene mandato a lavorare in un campo di riabilitazione, dove ha modo di conoscere da vicino i modi della musica popolare e rurale. Entrato al Conservatorio di Pechino a vent'anni, età in cui molti professionisti hanno già iniziato la propria carriera, Tan Dun si trasferisce successivamente alla Columbia University di New York per terminare gli studi di composizione.

Il concerto, diretto dall'autore stesso giovedì 24 gennaio all'auditorium 'Toscanini' nell'ambito del secondo appuntamento della rassegna Rai NuovaMusica, ha dato modo al folto pubblico intervenuto di conoscere di prima mano due importanti pagine della sua produzione più recente: il concerto per percussioni e orchestra The tears of nature (2012) e The Map, concerto per violoncello, video e orchestra (2002).

Lo stile di Tan Dun rivela all'ascolto, e non solo alla lettura della partitura, un lavoro di cesello artigianale sul singolo particolare, tanto che nessun minimo gesto pare lasciato al caso o all'interpretazione arbitraria, ma allo stesso tempo ogni battuta è investita da un'immediata, talvolta perfino enfatica, ansia comunicativa. E' questo il caso del primo movimento, Summer, del concerto The Tears of Nature, magistralmente interpretato nel ruolo di solista da un idolo di casa, il giovane torinese Simone Rubino, passato negli ultimi anni da brillante promessa a sicura realtà nel panorama internazionale delle percussioni, acclamato da ovazioni sincere e contagiose. Il pezzo, ispirato al devastante terremoto avvenuto nel Sichuan nel 2008, è costruito secondo uno schema assai semplice, in cui, alle cangianti figurazioni dei timpani, è contrapposta l'iterazione continua di una elementare figurazione orchestrale, portata gradatamente a un livello di magniloquenza sonora quasi tardoromantica. Chi si aspetta dissonanze estreme, trine appuntite, figurazioni oscure e complesse rimarrà deluso: l'opera ricalca perfino l'alternanza di un concerto tradizionale nell'incastonare tra due brani estremi veloci un movimento centrale riflessivo incentrato sulle sonorità felpate della marimba (da cui il riferimento alle 'lacrime' del titolo, secondo una personificazione panteistica della natura spesso radicata nella cultura locale). Nel finale, Winter (in origine Dance of Nature), tutta la virtuosistica abilità di Rubino ha modo di dispiegarsi alla sua temperatura più incandescente. Tan Dun non fa mistero di aver cercato di esprimere la frenesia della vita nella Grande Mela ma anche la forza e la tenacia dei suoi abitanti nel resistere al violento uragano Sandy del 2012.

Con buona pace di tutte le discussioni del passato a proposito della musica a programma e della propria autonomia al di là delle suggestioni esterne, il vasto concerto The Map si snoda per oltre cinquanta minuti seguendo, in ciascuna della sue nove parti, addirittura un preciso disegno autobiografico: una mappa che prende avvio da alcuni aspetti della vita popolare della regione natia dell'Hunan per approdare a una più vasta meditazione sul perdersi di tante tradizioni della Cina arcaica una volta scomparsi i pochi custodi in grado di mantenerne viva la memoria. L'idea di far dialogare la grande orchestra e il violoncello solista, impersonato all'occasione da Jan Vogler, che tiene con vibrante passione le fila del discorso tra le varie sezioni, con una serie di riprese video proiettate in sala che riproducono canti e musiche rurali (dai suonatori di foglie e di pietre alle prefiche di una cerimonia funebre) è decisamente originale e dà luogo a inediti effetti di contaminazione reciproca. Il linguaggio di Tan Dun prende sempre felicemente le distanze da complicazioni intellettuali gratuite che siano di intralcio al piacere del raccontare: nelle sue opere si palesano in primo luogo il discorso e il dialogo con gli ascoltatori. Non che si tratti di pagine di semplice esecuzione: la sua tecnica risente di influenze molteplici che affondano le radici nel Novecento più celebrato, da Stravinskij a Varèse, senza temere di mostrare il debito nei confronti dei grandi autori così come delle più semplici melodie della sua terra. Di un risultato finale di tal variopinto candore non si può non rendere plauso anche all'Orchestra Sinfonica Nazionale che ha saputo, nella serata torinese, intendere al meglio le indicazioni del compositore, capace egli stesso di trasmettere, con il suo sorriso e il suo muoversi misurato, una serenità interiore tutta orientale.

Rimane, tra gli scoscianti applausi al termine dell'esecuzione, la sensazione di aver intrapreso un lungo viaggio in un universo immenso e sconosciuto, che forse non riusciremo mai a penetrare senza l'aiuto di questo vero artista dei suoni.

foto Maria Vernetti