L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Fuoco di gioia

 di Antonino Trotta

Il concerto verdiano splendidamente diretto da Daniele Gatti pone in risalto l’eccellenza dei complessi del Teatro Regio di Torino.

Torino, 30 Gennaio 2019 – Il cartellone della stagione sinfonica annunciava Valery Gergiev sul podio ma, per improvvisi e improrogabili impegni ha rinunciato all’appuntamento torinese impegnandosi, stando a quanto riportato dal relativo comunicato stampa, a trovare al più presto una nuova data per tornare a dirigere al Regio. Ma “a mali estremi, Verdi rimedi” e così, seguendo quello che un po’ sembra essere il credo stagionale del Teatro, per colmare il vuoto lascito dal maestro moscovita ecco spuntare fuori dal portagioie dei complessi sabaudi un collier di perle di Busseto organizzate – sebbene le due parti della serata siano concepite in maniera simmetrica – per assecondare più le esigenze di una pianificazione enfatica che scrivere paragrafi in un discorso di approfondimento mirato. La consolazione, però, è tutt’altro che magra perché la macchina del più importante ente lirico piemontese, sapientemente guidata, splende in tutta la sua scintillante bellezza.

Daniele Gatti, direttore dalla bacchetta sopraffina e dal lessico forbito, domina il repertorio in questione: non una dinamica mal argomentata, non una soluzione inconsapevole del sottotesto teatrale o un dettaglio sacrificato nella lettura della partitura. Dalla sinfonia di Luisa Miller al pot-pourri incoativo di Les vêpres siciliennes, la concertazione di Gatti veicola sempre un’impetuosa carica drammatica, esplosiva nei fraseggi taglienti e nei crescendo di portata trascinante. L’attenzione ai particolari strumentali e alla modalità con cui i suoni dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino si amalgamo per creare impasti sonori dai molteplici effetti si manifesta evidente, più che nei ballabili dell’Otello – vetrina espositiva per la sezione dei fiati – in quelli del Macbeth, maestose pagine di sinfonismo verdiano a cui Gatti conferisce l’immobilizzante tensione che rende entusiasmante questo capolavoro operistico: gli accenti si fanno ovunque nervosi, le acciaccature dei fiati nel primo ballo inquiete, i colori della tempesta dell’Allegro oltrepassano il pittorico, il terzetto tra violoncello, clarinetto e fagotto nell’Andante centrale si staglia ieratico e il valzer conclusivo trasuda sangue e gloria da ogni nota. Il mordente, di cui si è sentita la mancanza nel Verdi finora proposto dal Regio (quello di Renzetti e Steinberg, per intenderci), a Gatti non manca. E l’attacco del coro di introduzione del Nabucco («Gli arredi festivi»), grandioso e regale come il Dies Irae del Requiem mozartiano, accende la sala con visioni infernali e apocalittiche. Un’interpretazione, quella del direttore milanese, quasi in conflitto con la caratura della precedente sinfonia, eseguita invece con incedere solenne, non solo nel tema del canto degli Ebrei ma soprattutto nella sezione di rimando al tempo di mezzo della grande scena di Abigaille.

Protagonista al pari di Gatti è il Coro del Teatro Regio che, sotto l’ala istruttrice del maestro Andrea Secchi, porta a compimento una prova di grandissimo spessore. Il repertorio sarà pure consolidato da anni di prove, recite e tournée in giro per il mondo ma la morbidezza del velluto timbrico di «O Signore, dal tetto natio» e «Va’, pensiero», il vigore della sezione dei bassi sfoggiato in «Spuntato ecco il dì d’esultanza» e l’espressività oratoriale di «Patria oppressa!» – il momento più toccante dell’intera serata – ne fanno un organismo di assoluta eccellenza.

Dopo l’immancabile inno e marcia trionfale dell’Aida, dove si perdona qualche incertezza nelle trombe egizie, il tripudio di applausi di un teatro particolarmente popolato costringe tutti a un bis: «Fuoco di gioia», come quello che, nel freddo della notte torinese, infiamma il Teatro.