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Beethoven e Sibelius

  di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia propone un bel concerto che vede l’esecuzione di due composizioni di Jean Sibelius, Snöfrid e la Sinfonia n. 1 in mi minore op. 39, inframmezzate dal Concerto in do maggiore per pianoforte e orchestra n. 1 op. 15 di Ludwig van Beethoven. Alla direzione v’è Sakari Oramo, al pianoforte il veterano Emanuel Ax.

ROMA, 9 marzo 2019 –Un concerto quasi monografico, dedicato alla figura di Jean Sibelius, è quello andato ‘in scena’ fra il 7 e il 9 marzo all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, se non fosse per la presenza del magnifico Concerto n. 1 di Beethoven, che ha riportato il pubblico indietro di almeno un secolo rispetto al più tardo Sibelius. La bacchetta che ha diretto la serata è stata quella di Sakari Oramo, che da finlandese non ha potuto che valorizzare infinitamente bene la musica del suo connazionale.

Oramo ha, infatti, interpretato e reso perfettamente intelligibile il sentimento figurativo autenticamente finlandese della musica di Sibelius, come meglio non si potrebbe. Il concerto si apre con una composizione poco conosciuta di Sibelius: Snöfrid, una sorta di cantata corale con voce recitante, che racconta dell’incontro fra un eroe nordico, Gunnar, e l’omonima ninfa del titolo. Oramo culla dolcemente l’accompagnamento acquatico della compagine degli archi, sul quale il coro intesse una delicata melodia, che accattiva sùbito l’uditorio: il pezzo rimane impresso, infatti, soprattutto per la neoclassica bellezza dell’impianto melodico del coro, rotta dal ‘realismo’ della voce recitante, la ninfa Snöfrid (‘pace di neve’), qui interpretata da Francesca Picozza. Una lode allo splendido coro dell’Accademia non è mai superflua. Da Sibelius si passa, per il pezzo forte del primo tempo, al Beethoven del Primo concerto per pianforte: al pianoforte siede Emanuel Ax, veterano del repertorio. L’intesa fra Oramo e Ax è ottima: il direttore imprime per l’Allegro con brio e il Rondò finale un’agogica alquanto larga, che forse toglie qualche guizzo di energia, senza sacrificare però la brillantezza del pezzo. L’orchestra suona magnificamente; Ax, da par suo, sfoggia un pianismo solido, sicuro, fatto di anni d’esperienza, di formidabile sensibilità materica riguardo al suono, elegante nelle fioriture (stupendi i trilli in crescendo). Nel I movimento Ax è bravo a domare un campionario di agilità, persino talvolta ‘muscolari’, che stupirono (fin quasi allo scandalo) i contemporanei: la cadenza è eseguita mirabilmente. Nel II, pianista e direttore concorrono a creare un’atmosfera sì dolcemente settecentesca, ma che incarna una nuova tensione tutta beethoveniana. Il III fluisce spumeggiante nelle piroette dello strumento e dell’orchestra fino a una brillante conclusione. Applausi calorosi suggellano un ottimo primo tempo.

La seconda parte della serata vede l’esecuzione della Prima sinfonia di Sibelius. L’elemento finnico trasuda dalla bacchetta di Orama: ci troviamo immersi – se si usa l’immaginazione – non tanto in una fiaba invernale (che sarebbe, così, troppo čajkovskiana), quanto in una fantasia che presenta ben distinte, in sottofondo, le brine dei ghiacci nordici, ma che sfoggia, nelle parti più energiche, una potenza che è estranea, appunto, alle sinfonie di Čajkovskij, che Sibelius definì troppo legate alla debolezza della natura umana, ove le sue ne avrebbero, invece, esaltata la forza. Orama legge bene sia i nervi che le carezze del I movimento; nel II è attento a cavare dal lirico tema, madido di echi boschivi, l’agitazione degli archi, che si stempera nel finale; del III l’interprete regala una lettura energicamente ritmica. Il direttore, infine, conclude l’esecuzione con un IV movimento ben coerente, che termina in una potente conclusione (leggermente stemperata dai pizzicati in coda): naturale e immediato scatta l’applauso nel pubblico.

foto Musacchio Ianniello e Pasqualini


 

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