L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il Rach 2 apollineo di Laneri, l'antidivo

di Alberto Spano

L'italo svedese Olaf John Laneri, nella stagione della giovane Orchestra Senzaspine di Bologna, offre una lettura sorprendente del secondo concerto di Rachmaninov.

BOLOGNA, 12 marzo 2019 – Fra i grandi pianisti del momento, certamente il più “antidivo” di tutti è l’italo-svedese Olaf John Laneri, ascoltato martedì scorso nel Secondo Concerto di Rachmaninov al Teatro Manzoni di Bologna con l’Orchestra Senzaspine diretta da Tommaso Ussardi. Nato a Catania da padre italiano e madre svedese, di formazione veronese e imolese, Laneri una ventina d’anni fa s’impose in molti concorsi internazionali, non ultimo il Busoni di Bolzano, città dove è ancora intenso il ricordo di una sua stupefacente lettura delle Variazioni su Paganini di Brahms, in cui il nostro esibiva una tecnica sopraffina e una maturità interpretativa da lasciare basiti. Un altro grande Premio Busoni, il brasiliano Arnaldo Cohen, ebbe a descrivere quell’esecuzione oggi reperibile su cd come “la migliore dal vivo che abbia mai sentito”. Negli anni successivi Laneri ha affrontato una bella carriera internazionale, alcune pregevoli registrazioni beethoveniane per una piccola etichetta discografica e un bellissimo album brahmsiano per Universal che ha trovato il plauso incondizionato della critica. Fra i suoi tanti exploit concertistici ricordiamo notevoli esecuzioni chopiniane (in particolare gli Studi) e alcune integrali pianistiche delle trentadue Sonate di Beethoven in diverse città italiane, battezzate a Bologna sette anni orsono, nonché un’ormai consolidata collaborazione con Laura Marzadori, primo violino della Scala, in particolare nell’esecuzione delle dieci Sonate per violino e pianoforte di Beethoven.

A leggere queste righe si può ben capire che ci troviamo di fronte a un pianista dalla formazione classica e di impostazione classica. Il che è senza dubbio una verità: il Beethoven di Laneri, l’intero corpus delle Sonate, è ormai un classico dell’interpretazione odierna, richiesto da molte società di concerto, una lettura musicalmente irreprensibile, quadrata, che quasi nulla lascia al caso o all’improvvisazione. Tutto è meravigliosamente costruito, il discorso beethoveniano dalla prima sonata all’ultima è sempre coerente e lineare, ogni aspetto compositivo è messo bene in evidenza, sempre con bel suono, pulizia di fraseggio e quasi canoviana perfezione, la potenza è dominata, c’è una visione etica della musica, un atteggiamento quasi spirituale.

L’antidivismo di Laneri, la sua presenza discreta, il suo atteggiamento sacerdotale ne fanno un personaggio molto controtendenza, si direbbe unico nel panorama concertistico, che suscita immediata simpatia. Olaf John Laneri entra in scena assieme al direttore con semplicità, risulta invisibile in mezzo ai giovanissimi musicisti dell’Orchestra Senzaspine, come loro vestito completamente di nero. Tiene in mano un vistoso fazzoletto bianco, che colloca nella cordiera, come faceva Arturo Benedetti Michelangeli, che però lo aveva di colore nero. Laneri lo userà molto questo fazzoletto nel corso dell’esecuzione per detergersi il sudore, e il gesto, unico lacerto di una qualche teatralità, denota sforzo e concentrazione assoluta.

Laneri dunque si siede e attacca il Secondo di Rachmaninov: opera a tutta prima quanto mai lontana dal suo pianismo, verrebbe da dire, conoscendo il suo repertorio. Errore.

La sorpresa di ascoltare il Rach2 di Laneri sta proprio nel fatto che pur partendo da una lettura rigorosa e quasi classicistica del testo, si ascolta via via una delle più belle e armoniose esecuzioni mai sentite di quest’opera, tanto amata e tanto bistrattata da schiere di pianisti virtuosi d’assalto. Innanzitutto per la chiarezza quasi abbagliante del testo: come per il suo Beethoven e per il suo mirabile Brahms, ogni dettaglio della partitura risulta particolarmente a fuoco pur nella scelta – condivisa in toto col direttore – di tempi rapidissimi e fluidi. Il pensiero va certamente subito all’origine, alle due incisioni di Rachmaninov stesso cioè, che forse stanno alla base della lettura di Laneri, in particolare alla prima leggendaria del 1924 con Leopold Stokowski sul podio dell’Orchestra di Philadelphia. Al di là di alcuni vezzi di allora (eccessi agogici e scampanamenti vari) che Laneri non riproduce perché figlio di un altro tempo, nella sua rilettura si coglie profondo l’influsso dell’interprete-compositore, e il processo identificativo si fa più e più stringente nel corso dell’esecuzione. I rilievi sonori, per esempio, sono molto alla Rachmaninov, gli impasti del pianoforte all’interno del discorso orchestrale. Si avverte una coesione musicale difficile da descrivere che restituisce un colore e un’armonia che suona come ideale. Una contraddizione con lo stile compositivo? Per nulla, poiché la malinconia, il sottile senso di perdizione, quel vago sentore di delirio sotterraneo che si sprigiona da questa musica apparentemente malata, si esplicita forse con ancor più determinazione.

E ascoltando e vedendo Laneri alla tastiera, viene da pensare che sia difficile suonare meglio il pianoforte: qualunque pianista rimane incantato dalla sua tecnica e dalla sua articolazione, dal suo dosaggio dei pesi e delle leve, dalle sue diteggiature sagge e funzionali alla miglior resa possibile di qualsiasi passo, senza esibizione o rischio. È la notazione che si sostanzia in suono, con una naturalezza e una semplicità quasi disarmante. L’intesa con il direttore è eccellente, in un mutuo rimando di frasi, di fraseggi, di intenzioni musicali, sempre con quella straordinaria leggerezza e soavità d’eloquio che restituisce un Rachmaninov più apollineo che dionisiaco. Quasi una danza. Alle ripetute richieste di bis da parte di un pubblico strabocchevole e rapito, Laneri risponde da antidivo, nelle entrate e nelle uscite quasi spaesato, come finito lì per caso. Ma quando finalmente, dopo tanti applausi e richieste di bis, si siede e sfodera su un pianoforte ormai stremato (nel senso di scordato) il Valzer in la bemolle maggiore di Chopin, quello celeberrimo “dell’addio”, ecco la zampata del grande interprete: esposizione di un candore quasi liliale, poi via via una serie di indicibili rubati, una parte centrale piuttosto sostenuta, fino a un epicedio finale davvero commovente. Un gioiello. Una lezione di classe pianistica d’altri tempi.

La lettura e i tempi piuttosto rapidi scelti in Rachmaninov sono la stessa cifra stilistica che Tommaso Ussardi userà poi per la quarta Sinfonia di Tchaikovsky, dove la giovane compagine dell’Orchestra Senzaspine (nata nel 2013) mostra buona tenuta strumentale e formale, con ottime evidenze nella sezione degli ottoni e dei fiati in genere, e una buona pasta negli archi. Il lavoro di perfezionamento in ogni sezione orchestrale effettuato in questi primi cinque anni di vita fa sentire i suoi effetti benefici. Ussardi imposta la Sinfonia ad un sano romanticismo, con bella tensione e viva musicalità. Alla fine applausi oceanici per tutti, da parte di un pubblico neofita, che aveva applaudito felice ogni movimento, così, semplicemente, senza sacralità, con nonchalance collettiva, “senza spine”, appunto.


 

 

 
 
 

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