L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Potenza compressa

 di Luigi Raso

Negli spazi più ristretti del Teatro Verdi di Salerno, del Requiem verdiano diretto da  Juraj Valčuha con i complessi del San Carlo di Napoli emergono soprattutto l'aspetto drammatico e la violenza sonora.

SALERNO, 24 aprile 2019 - Stride visivamente la magniloquenza orchestrale e corale del Requiem verdiano con l’angusto palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno; malgrado lo sfoltimento dell'organico strumentale, il coro appare schiacciato e “inchiodato” nel fondo della quinta.Più che naturale, quindi, che la disposizione delle masse - i complessi del Teatro San Carlo di Napoli - abbia creato più di qualche disallineamento nei pesi e contrappesi sonori tra orchestra, coro e solisti, percettibile in varie fasi dell’esecuzione.

La direzione di Juraj Valčuha, pur nel solco di quella proposta al San Carlo nell’ottobre del 2018 [leggi la recensione] per asciuttezza e rigore, a Salerno, complice probabilmente anche la diversa acustica del teatro, esalta gli aspetti più crudi, aspri e percussivi della partitura, esasperando le dinamiche, le sonorità telluriche nel Dies irae e nel successivo Tuba mirum. È di intensa intimità la trenodia del Lacrymosa, che nel suo procedere tende a irrobustirsi nelle sonorità.

Una concertazione, quella di Valčuha, che della meditazione/rappresentazione di Verdi sul mistero della morte tende ad accentuare ed esasperare gli aspetti drammatici, esaltando le deflagrazioni sonore delle quali è farcita la partitura; e tra lo “stridore di denti” del Dies irae che si ripete ossessivamente in tutta la Messa, le oasi liriche e contemplative, con asciuttezza e urgenza drammatica, sembrano destinate ad anticipare e preparare la successiva tempesta sonora.

La visione di Valčuha, al netto di qualche imprecisione degli ottoni e dell’incipit non in perfetto sincrono dei violoncelli nel Domine Jesu Christe, complessivamente è ben assecondata dall’orchestra del San Carlo, in una serata in cui gli elementi percussivi e i clangori degli ottoni sono chiamati dal direttore slovacco a costituire l’ossatura della propria lettura della plastica e teatrale Messa verdiana.

Il Coro, diretto da Gea Garatti Ansini, pur scontando la penalizzazione acustica imputabile alla disposizione scenica, è tendenzialmente composto, ma inciampa in qualche imprecisione e in suoni troppo aspri, provenienti in particolare dalla corda sopranile. Si riscatta nel Libera me conclusivo, laddove riesce a sostenere una Iano Tamar imprecisa e periclitante nell’intonazione. Chiamata a sostituire la prevista Rachel Willis Sorensen, Iano Tamar esibisce un timbro vocale, pur brunito, eccessivamente appesantito da un’emissione intubata, con il registro basso troppo evanescente Probabilmente il timore di assicurare la tenuta prettamente musicale ha penalizzato l’interpretazione, improntata a un fraseggio alquanto generico e sbrigativo.

Sfoggia voce sontuosa, corposa nell’intera gamma, ricca di armonici il mezzosoprano russo Olesya Petrova, benché la linea di canto non sia sempre corretta, cesellata e elegante come la partitura richiede. La fusione con la voce del soprano nel Recordare crea un effetto sonoro suggestivo.

Il tenore Antonio Poli, alla suo terzo appuntamento (già a Napoli nell’ottobre 2018 e nel Duomo di Orvieto lo scorso 6 aprile) con la Messa da Requiem sotto le insegne del San Carlo, conferma di aver timbro luminoso e omogeneo. In possesso di una linea di canto elegante e agevolmente sfumata, è articolato e screziato il fraseggio nell’Ingemisco che ben rende il tormento dell’anima orante; leggera, quasi sospesa nel vuoto l’emissione nell’implorante Hostias et Preces a cui seguono i successivi crescendo e diminuendo su “….tibi, Domine, laudis offerimus”.

Completa il quartetto solistico il basso cinese Liang Li: voce autorevole, corposa, dal timbro bronzeo, con linea di canto solida, improntata a compostezza e rigore nell’emissione. L’attacco del Mors stupebit evoca la giusta dose di stupore che il testo impone.

Al termine il pubblico tributa un convinto successo per tutti, con prolungato lancio di fiori sul palcoscenico che costringe qualche professore dell’orchestra a schivarli.

Purtroppo anche in questa serata - così com’era accaduto lo scorso ottobre al San Carlo, e sempre in occasione del Requiem di Verdi - il cellulare di uno/a dei sempre più numerosi incivili che popolano i teatri ha iniziato a squillare fragorosamente rompendo il silenzio e il raccoglimento della sala che precedeva il Domine Jesu ChristeMargaritas ante porcos: le occasioni per ripensare alle parole di Cristo, purtroppo, nei teatri sono sempre meno rare.


 

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