L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Beethoven con spirito

 di  Antonino Trotta

Grande successo per il secondo concerto di Francesca Dego e Francesca Leonardi all’Unione Musicale di Torino: dopo le sonate no. 2, 5 e 8 di Beethoven, il duo omaggia lo splendore della cattedrale di Notre-Dame de Paris con una sublime interpretazione di Après un rêve di Fauré.

Torino, 17 Aprile 2019 – Dictum factum, eccoci di nuovo nell’auditorium del conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino per l’ultima delle due serate che l’Unione Musicale dedica a Beethoven. Un appuntamento, questo, che nella cronaca del primo spettacolo fu contrassegnato come “da non perdere” e tale alla fine s’è rivelato, a giudizio soprattutto del pubblico, ancor più numeroso ed escandescente. D’altronde le scintille scoccano da ogni angolazione: sul palco due artiste eccellenti, nell’impaginato un programma di facile presa e, se vogliamo, persino interessante perché, al di là del prestigio con cui un recital (o un’incisione) monografico incensa un interprete, le dieci sonate per violino e pianoforte ricostruiscono, seppur in maniera parziale, la traiettoria del genio beethoveniano (il vero diario di Beethoven è scritto, si sa, nel ciclo di sonate per pianoforte). Nell’itinerario che dai primi lavori conduce agli ultimi capitoli si osserva come Beethoven si appropri del genere sonatistico e modelli le forme ereditate da Mozart secondo un’inventiva melodica e ritmica straordinaria, mirata a conferire via via al violino, talvolta concertante – la Kreutzer, ad esempio –, ampie zona di scrittura virtuosistica a sbalzo su una trama pianistica che nulla ha da invidiare a quella delle composizioni per pianoforte solo.

La seconda sonata op. 12 n. 2 in la maggiore, in apertura del concerto, rivela appunto i lineamenti del primo accademismo e una simpatia, non troppo velata, per l’avorio: sovrapponendo la linea melodica del violino alla parte pianistica, infatti, sembra a tutti gli effetti di essere chiamati all’ascolto di una delle prime sette sonate per pianoforte, con speciale affinità per le tre dell’op. 10 e alcune allusioni all’immediatamente successiva patetica. A ingolosire il discorso musicale, pur manierato, interviene allora lo spirito arguto e malizioso con cui il duo Dego-Leonardi legge le parole del giovane Beethoven: nel serrato scambio di piccole frasi che in forma di scherzo argomentano l’Allegro piacevole conclusivo o nell’euforia ritmica che ballonzola nell’Allegro vivace la teatralità dell’accento, viepiù acuito dal plastico dosaggio di pause, rinnova di battuta in battuta la godibilità dell’intero episodio.

Accentuata adesso da dettato più estroso, dove l’influenza mozartiana è pressoché scomparsa, nella sonata in sol maggiore op. 30 n. 3 – l’ottava – questa stessa carica prorompe nei passaggi all’unisono dell’Allegro assai, a cui si affida l’esposizione principale: il violino si adagia ammiccante sulla vetta dell’inciso melodico prima di scagliare serioso lo sforzato di chiusura al tema; il pianoforte, sinuoso e in punta di piedi, lo insegue nella otto battute iniziali, declinate all’insegna dello charme e dell’ironia. Quando poi i martellati del piano e i bicordi ribattuti si avvicendano nello sviluppo in minore, lo spirito giocoso d’apertura migra verso destinazioni di intenso temperamento, ancor più tese dalla serratura dei tempi, in cui lo sfolgorio tecnico si fa vistoso mezzo strumentale e potente canale espressivo. L’amabilità del fraseggio si afferma poi vigorosa nel Tempo di minuetto, ma molto moderato e grazioso. Del minuetto settecentesco, qui, non c’è nemmeno l’ombra: si tratta più che altro di una citazione, assai colta, della danza francese, idealizzata secondo i principi della musica romantica, con frasi lunghe e luminose di cui la Dego e la Leonardi esaltano la purezza melodica, ora con un legato, ora con un’inflessione nelle modulazioni ritmiche e dinamiche. Non manca però il tratto spiritoso e arguto, diremmo ridente, nell’attacco di certi periodi che stempera la dose di zucchero e prelude all’euforico moto perpetuo dell’Allegro vivace finale.

Quindi la quinta sonata op. 24 in fa maggiore, ai più nota come La Primavera, ultima tappa del breve percorso. La sinergia del duo, per la specularità delle scritture nell’Allegro, è ivi la pietra di volta di un’interpretazione di indiscutibile valore: i due strumenti si specchiano l’uno nell’altro, il pianoforte imita il velluto del violino, il violino osserva l’imponenza della tastiera, soprattutto nella chiusura del primo movimento. Si ricongiungono poi nell’Adagio molto espressivo, dove l’indicazione sulla chiave di violino riassume in due parole la cifra dell’esecuzione. Stavolta è il pianoforte di Francesca Leonardi a fraseggiare meravigliosamente, sgranando note come perle; in filigrana la Dego suona e crea atmosfere apollinee, forte del timbro malioso dello strumento, quasi l’accompagnamento fosse onere del violino. Poi lo Scherzo lapidario, proferito con estrema leggiadria e un tocco immateriale, proietta immediatamente verso il Rondò finale, come il primo movimento dell’ottava sonata, un’irresistibile compendio di arte scenica.

Abbracciate con calore da una platea rimpolpata nelle file dagli studenti del conservatorio, numerosamente accorsi, Francesca Dego e Francesca Leonardi concedono ben tre bis: l’Allegretto dalla Sonata n. 1 in la minore op. 105 di Schumann, la bagatella op.28 n. 4 di Busoni e Après un rêve di Fauré, un omaggio allo splendore della cattedrale di Notre-Dame, colpita nel giorno precedente dalla catastrofe di cui tutti siamo a conoscenza. Una pagina, quest’ultima, di sublime, toccante e straziante bellezza.

All’appello mancano cinque sonate, noi le aspettiamo.


 

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