L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Trasparenze, notturni e luci

 di Roberta Pedrotti

Antonio Pappano con Janine Jansen e la Chamber Orchestra of Europe regala una splendida serata che passa dall'intimismo cameristico del wagnerino Siegfried-Idyll al tripudio energetico delle Danze slave di Dvořák attraverso le atmosfere sinuose e perturbanti di Szymanowski.

BOLOGNA, 30 maggio 2019 - Nel corso delle celebrazioni wagneriane del 2013 il Siegfried-Idyll sembrava diventato un pezzo d'obbligo per molte, troppe orchestre, omaggio inserito in molti, troppi programmi illudendosi di evitare così le trappole dei preludi dei Meistersinger o di Lohengrin, del Baccanale di Tannhäuser o dell'ouverture del Fliegende Holländer. Ma di trappole, anche il Siegfried-Idyll non è privo, innanzitutto in una scrittura intima, cameristica che l'esecuzione a pieno organico rischia di sdilinquire oltre misura. E allora, quando vediamo prendere posto solo le prime parti della Chamber Orchestra of Europe tiriamo un sospiro di sollievo che trova subito risposta nel respiro autentico della pagina wagneriana, con il prender forma del tema nell'esatta combinazione dei timbri a parti reali, nell'alimentarsi in esse della dinamica. Si percepisce con chiarezza, finalmente, una filigrana che si dipana rimbalzando da solista a solista, palpitando da una voce unica all'unione progressiva dell'insieme, in un fraseggio intelligentemente mosso dal gesto complice di Antonio Pappano. E a lui, come all'orchestra che tiene fede al suo nome e alla sua ideale radice abbadiana, siamo grati per averci restituito l'Idillio, tanto da associarci nel pensiero al sorriso di Silvana Mangano/Cosima che in Ludwig chiede estatica agli strumentisti radunati nel salotto di Wahnfried di riascoltarlo. Solo che perfino nel film di Visconti gli archi sembravano essere qualcuno più del necessario.

Cambia radicalmente il clima, ma non lo spirito quando entra in scena la violinista Janine Jansen e, con lei, tutte le schiere dell'orchestra al gran completo. Le prime battute del Concerto n.1 op 35 per violino e orchestra di Szymanowski fanno scintillare l'insieme strumentale, quand'ecco che subito la solista insinua l'elemento perturbante di un melos sensuale e perverso, velenoso e seducente, un melos dionisiaco che attinge al linguaggio modale (anche) dell'est Europa, ma evoca soprattutto un notturno profondo, acquatico, mediterraneo. Il concerto è del 1916, le tre Metopy per pianoforte risalgono solo all'anno precedente e di lì a poco Szymanowski inizierà a lavorare al suo capolavoro teatrale, Król Roger, tutti lavori legati a una Sicilia permeata di cultura greca arcaica, misterica e ben poco oleografica. Alla stessa atmosfera appartiene il Concerto, in cui le scansioni agogiche di Vivace assai. Molto tranquillo e dolce. Lento. Vivace scherzando s'incalzano compatte senza soluzione di continuità, in un dialogo serratissimo. Janine Jansen lo padroneggia a meraviglia e ancora una volta lo spirito di reciprocità, l'ideale cameristico condiviso da orchestra e direttore, completa l'opera nel migliore dei modi e si corona nel bis. Che Antonio Pappano ami tornare alle sue origini pianistiche non è un mistero, ma a differenza di molti colleghi adusi ad alternare impegno solistico e podio, la sua passione sembra proprio la complicità musicale in duo o trio, la musica da camera condivisa in piccoli ensemble. Così, per il fuori programma di rito fra tanti applausi, Janine Jansen non si porta al proscenio, ma s'intrufola fra le fila dell'orchestra fino a raggiungere il pianoforte – previsto in organico da Szymanowski – dove va a sedersi Pappano per duettare nel Nocturne di Lili Boulanger.

Dopo l'intervallo, l'idillio e l'inquietudine lasciano spazio all'irruenza esplosiva delle Danze slave di Dvořák op. 72, un Dioniso che se ne esce spavaldo dalle ombre e si dà tutto all'energia fisica incarnata nel suono, nel ritmo, nella dialettica dei tempi in un moto più languido o più febbrile, più sinuoso o propulsivo. Preciso e scattante, con un'orchestra che non perde mai il controllo e sembra davvero stringersi nell'abbraccio spontaneo e perfettamente organizzato della danza, Pappano impone lo slancio vitale puro, e sempre perfettamente a fuoco, del richiamo folklorico di Dvořák, perfetto divertissement a dissipare le nubi delle inquietudini szymanowskiane e concludere la serata con un successo travolgente, suggellato dalla ripresa del Kolo.


 

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