L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tragica profezia

 di Luigi Raso

Juraj Valčuha offre a Napoli una lettura intensa, acuta e profonda, della Sesta sinfonia di Mahler, parabola profetica della tragedia del singolo e di un mondo sull'orlo dell'abisso.

NAPOLI, 8 giugno 2019 - A svelare gli enigmi della Sinfonia n. 6 in la minore Tragica di Gustav Mahler è la moglie Alma Mahler Schindler che ricorda come il marito “…nell'ultimo tempo descrive se stesso e la sua fine o, come ha detto più tardi, quella del suo eroe. L'eroe che viene colpito tre volte dal destino, il terzo colpo lo abbatte, come un albero...” Una sinfonia che costituisce, dunque, una profezia.

La Sesta - “l’unica Sesta” affermava Alban Berg - composta tra il 1903 e il 1904 è il culmine del soggettivismo tragico del compositore boemo: il suo Io, in particolare quello futuro, si fa musica. Sarebbe riduttivo, però, intendere la Sesta soltanto come una profezia - tragica, è il caso di dire - sul futuro personale del compositore: aleggia nella sterminata partitura una lugubre premonizione sulla fine di quel mondo al quale il compositore appartiene. La Finis Austriae e l’implosione dell’assetto politico e sociale europeo al quale Mahler è inscindibilmente legato verranno a breve. Mahler, scomparendo nel 1911, non assisterà alla dissoluzione dell’Impero asburgico, eppure in questa sinfonia la decomposizione violenta di quel “mondo di ieri” magistralmente cantato da Stefan Zweig assume una plasticità ossessiva, sin dalla iniziale rude e spettrale marcia iniziale. Das Ende è presente dall’inizio fino all’ultima battuta della composizione.

Un azzardo interpretativo: la vis profetica di Mahler, il compositore che, rispetto ai suoi contemporanei, con maggiore nitidezza e acume ha intravisto il futuro, arriva a indicarci con la Sesta, con la sua irrazionale carica di violenza dei movimenti estremi, probabilmente anche le successive catastrofi che attanaglieranno l’Europa a partire dalla fine della Grande Guerra.

Meine Zeit wird kommen (“Il mio tempo verrà”), diceva Gustav Mahler, intendendo che “verrà un tempo in cui i viventi si accorgeranno di essere rappresentati, descritti e identificati dalla mia musica, e capiranno che essa è in loro da sempre”. E il tempo, quello di Gustav Mahler, è poi effettivamente arrivato, puntuale; il compositore “tre volte senza patria: un boemo tra gli austriaci, un austriaco tra i tedeschi e un ebreo tra i popoli di tutto il mondo” ha tragicamente visto lontano.

Dopo il successo personale per l’ottima direzione di Die Walküre (leggi la recensione),  Juraj Valčuha ripropone al San Carlo (l’ultima esecuzione risale al febbraio 2007 con la direzione di Jerzy Semkow) una interessantissima lettura della sinfonia di Mahler che costituisce uno dei migliori concerti della stagione sinfonica, la quale ha riservato non poche sorprese positive.

L’Orchestra del San Carlo si mostra immediatamente, sin dai secchi, ruvidi e marziali accordi iniziali, affidabile come di consueto, in ottima forma, salvo qualche sporadica incertezza proveniente dagli ottoni. Stupiscono la compattezza e il bel colore degli archi, soprattutto nel malinconico Andante moderato che Valčuha sceglie  come secondo movimento, secondo la originaria versione della Sinfonia oggetto della citata esegesi della moglie Alma.

Il direttore musicale del San Carlo, intimamente affine per nascita e formazione al repertorio sinfonico tedesco e mitteleuropeo, attacca la Sinfonia, quell’Allegro energico, ma non troppo, con piglio barbarico, tragico sin dai primi accordi e, pur staccando tempi serrati, rinuncia ad addentrarsi in quel parossismo agogico che sempre più è di moda. Anzi, con l’introduzione del “tema di Alma” l’orchestra respira, si dilata e diventa lirica, appassionata, prima di ritornare alle grevi atmosfere iniziali. Le percussioni, di importanza vitale per sostegno e rafforzamento delle linee melodiche, sono in perfetto sincrono con il procedere musicale e il loro peso sonoro risulta ben calibrato e mai sovrabbondante.

L’ Andante moderato - eseguito come secondo movimento, come detto - è immerso da Valčuha in un’atmosfera sospesa, dilatata, a tratti onirica: il suo gesto chiede (e ottiene) agli archi un suono leggero, evanescente che imprime una patina di nostalgia a tutto il movimento. Sempre perfetti per qualità del suono e precisione interpretativa, in questo movimento come negli altri, sono gli assoli dell’ottimo primo violino dell’orchestra Cecilia Laca: interventi, pur nella loro brevità, ben inseriti nella “tinta” musicale scelta da Valčuha.

Il terzo movimento della Sinfonia, lo Scherzo. Wuchtig, è, a parere di chi scrive, la gemma di una interpretazione di per sé di grande pregio. Valčuha riesce nell’impresa di rendere la mastodontica orchestra mahleriana un complesso cameristico perfettamente assemblato e affiatato: si avverte la ricerca di sonorità trasparenti e leggere; il soggettivismo tragico della Sinfonia cede momentaneamente il passo a un’oasi scherzosa, nella quale il dialogo delle sezioni orchestrali, trattate con nitore sonoro cameristico, lascia trasparire in controluce il mai sopito ghigno beffardo che si materializzerà nel successivo e conclusivo movimento. Uno Scherzo che nella sua contrapposizione di echi e ricordi appare quale un sospiro sospeso su un abisso. Le prime parti dell’orchestra meritano un sincero plauso per la perfetta riuscita del sottile gioco d’incastri musicali che innerva l’intero movimento e per la capacità di fraseggiare con stile appropriato e di “respirare” con l’intera compagine.

L’elemento tragico della Sinfonia deflagra nell’ampio conclusivo Finale. Allegro moderato - Allegro energico: gli efficaci quanto insoliti colpi di martello (due nella versione definitiva; nelle precedenti Mahler ne aveva previsti in un primo tempo cinque e, successivamente, tre) arrivano all’acme di un  movimento arroventato, cupo e avviluppato nella costruzione.

Valčuha riesce agevolmente a evidenziare, nella scelta del colore orchestrale, dei pesi sonori e della linea interpretativa, il contrasto con i precedenti movimenti (Andante moderato e Scherzo). Ora non c’è più spazio neppure per un’illusoria speranza, il ghigno satanico e beffardo del Destino, che in precedenza spuntava improvviso nel trillo dei legni, domina l’ultimo movimento, aprendo la strada al trionfo dei due colpi di martello: “L'eroe che viene colpito tre volte dal destino, il terzo colpo lo abbatte, come un albero”.

Il gesto di Valčuha si fa particolarmente eloquente nell’indicare i crescendo e i diminuendo che preparano la terrificante esplosione emotiva dei colpi delle percussioni: le famiglie strumentali, sempre in perfetto sincrono tra loro, sono sempre serrate, il suono si fa sempre più corposo e dinamico.

L’Eroe/Mahler di cui parla Alma è abbattuto.

Dopo il riapparire dell’evanescente tema introduttivo dei violini, non resta che una mesta e spettrale chiusura, gravida di pessimismo senza speranza. Il flebile assolo del primo violino appare un ultimo sussulto in un’atmosfera desolata, su un mondo ridotto in cocci e sul quale le percussioni intonano il loro inconsueto e personalissimo De profundis.

È  proprio l’imperante senso della fine il filo conduttore della lettura di Valčuha: il discorso musicale dei precedenti movimenti, nell’alternarsi tra luci e ombre, confluisce nel cono d’imbuto dell’ultimo movimento, attraverso una cura miniaturistica dei particolari strumentali, figlia di un’analisi come sempre approfondita della partitura. Nessun particolare è lasciato al caso, ma, anzi, entra a far parte del tutto, rafforzando la tinta e il discorso generale.

Quanto di profetico v’è in questa Sinfonia la storia non tarderà a confermarlo.

Il pubblico, numeroso, tributa un successo caloroso per l’orchestra, le prime parti e per il direttore musicale Valčuha, il quale non finisce di stupire per la sintonia instaurata con la sua orchestra, per acume e interesse delle sue letture, tanto nel repertorio sinfonico, quanto in quello a lirico a lui congeniale. Quello di stasera è stato senza dubbio uno dei migliori - se non proprio il migliore! - concerto dell’Orchestra sancarliana nel corso della stagione sinfonica che volge al termine.

Tra pochi giorni (22 giugno) Juraj Valčuha sarà impegnato al San Carlo in un’impresa titanica: una “Maratona Beethoven”, l’esecuzione in un solo giorno delle nove sinfonie. Cinque concerti che vedranno alternarsi sul palco del San Carlo l’orchestra di casa e quella Sinfonica Nazionale della RAI.

Da non perdere!


 

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