L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Acqua e lacrime

 di Antonino Trotta

Due colossi per due eccezionali chiusure di stagione: lo straordinario Vladimir Ashkenazy al Teatro Regio di Torino e il carismatico Mischa Maisky, insieme al complesso I Virtuosi Italiani, si incontrano nel nome di Šostakovič.

Torino, 25 Maggio/1 Giugno 2019 – Più si avvicina l’estate e più bianche si fanno le pagine delle nostre agende, invero assai viziate dalla programmazione torinese che tra Regio, Rai, Lingotto, Unione Musicale, OFT, Polledro, Polincontri e Conservatorio – senza portare in conto anche serate collaterali –, finisce spesso col monopolizzare, dall’autunno alla primavera, ogni giorno della settimana. Poi quest’anno che Torino Estate Reale, dal 2017 involuzione dell’amato Torino Classical Music Festival, è andato definitivamente a farsi benedire, rimane ben poco per ingannare l’attesa del MiTo settembrino, fresco di presentazione. E tra gli ultimi e imperdibili appuntamenti, contrassegnati in rosso sul calendario e tatuati sul braccio per non rischiare di dimenticarli, si rincorrono, a distanza di una settimana, due colossi del concertismo internazionale.

È vero, in chiusura di stagione le fondazioni tendono sempre a sparare le cartucce migliori, ma grazie allo strepitoso Vladimir Ashkenazy il Regio di Torino congeda il suo pubblico con una batteria di fuochi d’artificio che in confronto lo spettacolo pirotecnico – ultimamente con i droni – di San Giovanni sembra la celebrazione di un trigesimo. Ashkenazy è irresistibile solo a guardarlo: trasuda amore per la musica da tutti i pori, guida con sguardo affabile e accogliente l’Orchestra in gran spolvero e l’entusiasmo contagioso con cui stringe tra le mani gli spartiti, quasi fosse un bambino al primo giorno di scuola, infonde in sala un’aura di surreale beatitudine. Sensazione che non può essere solo il frutto di un’artefatta percezione poiché la genuinità radiosa del maestro russo si spande appieno nella liquidità atmosferica della suite per orchestra n. 2 dal balletto Daphnis et Chloé di Ravel, di sublime bellezza. È un disegno sensuale e malizioso quello di Ashkenazy, fautore di una Pantomime maliosa, ammiccante, in cui figure dai lineamenti neoclassici sembrano giocare alle ombre cinesi su uno sfondo sfacciatamente impressionista fatto di pennellate dai colori evanescenti e sculture di cui non si intravede mai il contorno. E se qui la maestosa ricercatezza timbrica serve a sospendere il raffinatissimo fraseggio dei fiati, l’accurato lavoro sulla morbidezza dell’amalgama orchestrale consente di osservare, nell’immediatamente precedente Lever du jour, il miracolo del risveglio della natura, di un’Arcadia ideale e stilizzata, come riflesso in uno specchio d’acqua appena increspato da un alito di vento. Il tutto proteso nel corpo di un unico, mozzafiato, crescendo. Con la Danse générale il passaggio da apollineo a dionisiaco è breve: perché eccitato senza mai divenire frenetico, libidinoso ma contenuto nell’irrefrenabile pulsazione orgiastica, Ashkenazy porta a segno una prova maiuscola di controllo e modellazione dei complessi del Regio, rivitalizzati dal ritmo inebriante e travolgente del baccanale conclusivo. Alla visione allusiva e soffusa di una classicità reinterpretata con occhi moderni ci aveva in realtà già introdotto Sirènes da Nocturnes di Debussy, partitura ancor più acquatica di Ravel per la sua scrittura completamente articolata su cromatismi seduttivi, che nel coro femminile del Teatro Regio di Torino, istruito dal maestro Andrea Secchi, trova la perfetta popolazioni di ninfe e ammaliatrici.

Poi Ashkenazy si fa improvvisamente sussiegoso, cultore della drammatica sostanza più che della affascinante forma, e con la Sinfonia n. 10 di Šostakovič sono le lacrime a rimpinguare sorgenti e lagune. Šostakovič è un compositore di grandissima sensibilità e impegno, nella sua musica è riversata ogni insofferenza politica, ogni angoscia esistenziale, ogni tormento: per quanto imponente e massiccia possa apparire, essa non riesce a fare a meno di risuonare intimistica, persino confidenziale, canale d’accesso al pensiero angosciato ma anche valvola di sfogo. Tant’è che la Decima, troppo pessimistica per le rigide direttive dell’estetica di regime – quello staliniano –, fu allora criticata da più parti. Ashkenazy asciuga dunque i colori, senza però impoverire il suono, per conferire al Moderato iniziale un’intensa carica emozionale alimentata da intrecci timbrici ruvidi e esasperazioni metriche quasi allucinatorie. Solo le struggenti impennate dei violini nella sezione centrale, contrapposte all’incipit lugubre di violoncelli e contrabbassi, risuonano umane in un orizzonte di disarmante desolazione, ma il lamento è breve e il primo movimento si dissolve subito nel nulla accompagnato dal brusio beffardo dell’ottavino, dei bassi e dei timpani. Violento e caustico il ritratto del dittatore affidato all’Allegro successivo: apparentemente grandioso, ma sottilmente grottesco e beffatore, Ashkenazy ci propone un secondo movimento prepotente, finissimo nella cura del dettaglio strumentale, rivolto a immortalare la goffaggine di chi si erge a troppo alta statura. E dopo l’Allegretto,la resa dei conti è riservata al finale. L’Andante si allarga a dismisura per dare spazio alle malinconiche melopee dei legni, mentre gli archi ribollono impazienti mirando all’Allegro, dal carattere enigmatico per l’inconsueta luminosità delle svolazzate del flauto o l’ottimistico esordio degli archi. Eppure Ashkenazy prova risolve il conflitto slanciando l’orchestra con agogiche battagliere, da enfasi ai timpani e plasma nelle pause l’inquietudine del dramma. Eccezionale.

E ancora Šostakovič riaccende il ricordo della serata che ha visto protagonisti Mischa Maisky e l’ensemble I Virtuosi Italiani, all’Unione Musicale, per la toccante esecuzione della Sinfonia da camera op. 110a – trascrizione di Rudolf Baršaj dal Quartetto n. 8 in do minore – suggellata da una significativa dedica: «Alle vittime del Fascismo e della guerra». Pagine allora appropriatissime, di cui si sarebbe dovuto fare meglio tesoro l’indomani alle urne, che nella lettura dei Virtuosi si fa tanto apprezzare per la sofferta irrequietudine sviscerata tra movimento e l’altro. Pochi ma davvero buoni, i Virtuosi Italiani dispongono inoltre di una tavolozza dinamico ben fornita – come dimostrano le diverse sferzate dell’Adagio conclusivo e soprattutto l’incoativo Divertimento in re maggiore k 136 di Mozart, meraviglioso per l’impasto strumentale chiaroscurale e la soave delicatezza espressiva – e l’effetto cameristico, quando il dettato si rarefà per aprire la musica a lande deserte, accentua ancor di più il clima di lacrimoso sgomento.

Prima di questo capolavoro, però, l’atmosfera è temperata a puntino dalla presenza del signore del violoncello, Mischa Maisky. Alla narrazione di Mario Tedeschi Turco circa il Concerto per violoncello op. 129 di Schumann, eseguito a Verona con la stessa compagnia proprio il giorno prima, non si può aggiungere assolutamente nulla di nuovo. Ci focalizziamo allora sul Concerto in do maggiore per violoncello e orchestra Hob. VIIb n. 1, di cui Maisky è magistrale interprete (andate su YouTube per credere), in bilico tra il barocco e la forma classica che Haydn stava cominciando a elaborare. Maisky affronta baldanzoso il Moderato iniziale, forte di un’ineccepibile intesa con l’ensemble e in un gioco di riflessioni, geometrie e architetture, si intavola un concertare forbito, vivace, screziato da colori e sfumature nelle esposizioni e nelle riprese. L’intonazione del violoncello solista, a essere onesti, desta qualche dubbio in talumi passaggi, ma il carisma dell’interprete e lo spessore del musicista che introietta ogni particolare per restituire un fraseggio cesellato a regola d’arte lascia dimenticare ogni incrinatura. Così ci si scoglie dinnanzi all’elegante cantabilità dell’Adagio centrale, oasi meditativa di preparazione allo sfolgorio virtuosistico e arguto dell’Allegro molto finale. Infine tre bis prima del saluto definitivo: l’Andante cantabile per violoncello e archi e l’Elegia per archi di Čajkovskij, quindi la Bourrée dalla terza suite di Bach.

Al Regio per Ashkenazy, e in egual misura all’Auditorium della Rai per Maisky e I Virtuosi Italiani, le ovazioni sono incontenibili. E se sul volto scende qualche lacrima, è di gioia.