L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il suono della Città

 di Roberta Pedrotti

I primi due concerti dell'International Chigiana Festival - l'inaugurazione con Fabio Luisi, l'orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e Lilya Zilbertein al piano, una serata madrigalistica con il Coro della Cattedrale di Siena - interpretano parte dell'identità e dei simboli di una città pervasa dalla musica.

SIENA, 6 e 7 luglio 2019 - Il conte Guido Chigi Saracini fu un finissimo cultore della musica, sia nella pratica personale sia come mecenate e organizzatore, ma la sua intraprendenza difficilmente avrebbe potuto ottenere i frutti che oggi vediamo se la fondazione dell'Accademia Musicale Chigiana, nel 1932, non avesse trovato intorno a sé l'humus di una città intimamente musicale qual è Siena. Sembra, infatti, che le vie, le piazze, le mura conservino e custodiscano il loro suono peculiare, anche quando non c'è nelle vicinanze la comparsa di una contrada impegnata in un giro rituale, anche quando nessuno sta festeggiando un palio vinto o non si stanno allenando dei giovani tamburini. Il ritmo scandito, lo squillo delle chiarine, i canti tradizionali si direbbe che abitino la città, basta chiudere gli occhi per percepirne la presenza, così come non meno potenti sono gli istanti di vero silenzio, sia nella notte fonda, sia quando il mossiere sta per aprire la busta con l'ordine delle contrade ai canapi.

È destino che a Siena, tutta pervasa da un'unica vibrazione, le dimensioni s'intersechino, i concerti sofisticati dell'Accademia fondata da conte Guido Chigi Saracini si rispecchino nel respiro della comunità vissuta da Guido Chigi Saracini Priore della Contrada Capitana dell'Istrice.

“Cangio la vecchia e nuova spoglia prendo”, recita il motto dei Rinnovati nel Teatro cui danno il nome sotto l'effigie di un serpente che muta pelle. L'identità e la tradizione vivono rigenerandosi, Siena è sempre sé stessa e sempre viva, fiera, accogliente, fedele alll'iscrizione di Porta Camollia “Cor magis tibi Sena pandit” (Siena ti apre un cuore più grande): l'ingresso può essere angusto, il tesoro immenso. Anche le rassegne dell'Accademia Chigiana possono cambiare nome, formule, durate, ma nella nuova spoglia resta intatto lo spirito. Con questo spirito si apre il Chigiana International Festival 2019, ospitando proprio nel Teatro dei Rinnovati, all'interno di Palazzo Pubblico, i complessi del Maggio Musicale Fiorentino, Fabio Luisi e la pianista Lilya Zilberstein, che con l'Accademia ha un rapporto di lunga data anche in qualità di docente. Il repertorio è quasi sfacciato nella sua notorietà: il primo Concerto di Čajkovskij e la sesta Sinfonia Pastorale di Beethoven. Tradizione all'ennesima potenza, ma non una scelta pigra o banale, bensì una scelta in stretto legame, ancora una volta, con l'identità cittadina. Senza i risvolti autobiografici drammatici della Patetica, anche il Concerto sviluppa infatti il rapporto fra singolo e moltitudine, fra unicità e collettività; il gesto perentorio di Zilberstein afferma con decisione proprio la personalità, l'identità che non si annulla nel dialogo, ma trova un perfetto contraltare dialettico nella cantabilità che Luisi suggerisce fin dai primi accordi, insolitamente morbidi. Il fraseggio asciutto del pianoforte si delinea con fierezza; l'orchestra del Maggio non è massa, né tantomeno massa ostile, quanto piuttosto comunità che nell'arco dei tre movimenti declina una sintesi di opposti affine all'anima stessa di Siena.

Anche la scelta della Pastorale sembra parlare alla Città, a una Città che svela sé stessa riportando fisicamente la terra in Piazza, quel tufo che fuori dal teatro ancora resiste a ricordare che il 2 luglio è passato da poco. Siena è permeata dal rapporto con la Natura: terra e cielo, vita e morte, spirito e materia. A metà fra razionalismo e romanticismo, l'idillio beethoveniano è metafora degli stessi elementi, con il ciclo ininterrotto di armonia, eccitazione festiva, tempesta e dramma, ritorno alla quiete, immagine naturale e culturale, macrocosmo e microcosmo. La chiarezza apollinea della lettura di Luisi, forte di un complesso di rango, rafforza il senso dell'equilibrio fra estremi, ancora una volta in relazione perfetta fra il capolavoro universale e la comunità unica in cui la Chigiana è nata.

L'equilibrio sostanziale, in una città che pure è scandita da riti adrenalinici e in un programma che contempla tempesta e impennate solistiche, è anche per questo saldissimo. Nulla ne turba la simmetria, nel nostro concerto, e Lilya Zilberstein non concede bis, pur richiesti, quasi a non invadere lo spazio di quella conquistata unione con la comunità dell'orchestra.

Identità, comunità, natura e cultura sono le parole chiave attraverso le quali Čajkovskij e Beethoven si mettono in relazione con Siena, il capolavoro arcinoto si mostra in una nuova prospettiva. Tuttavia, il gioco delle relazioni si spinge oltre, quando la sera successiva ci rechiamo nel più intimo Palazzo Chigi Saracini per il secondo concerto in programma. “Cangio la vecchia e nuova spoglia prendo” si leggeva ai Rinnovati, e anche qui troviamo vecchia e nuova spoglia, madrigali di Luca Marenzio, Claudio Monteverdi e del contemporaneo statunitense Morten Lauridsen (1943). Due generazioni contigue e poi un salto di quattro secoli (esattamente trecentonovant'anni separano la nascita di Marenzio da quella di Lauridsen), una bazzecola per la dimensione ciclica del tempo così come la si vive a Siena, una bazzecola per l'Accademia sempre fedele al lascito del fondatore, discendente di un allievo di Monteverdi, amico dei compositori contemporanei. Il programma è ripartito secondo i quattro elementi, e ancora ci richiama alla natura e alla simbologia che permea la cultura cittadina, ma soprattutto quel che impressiona è il senso di continuità fra interno ed esterno, fra popolare e intellettuale. Solo due ore prima del concerto, in Piazza del Campo, si era svolta l'estrazione delle contrade per il Palio di agosto, da sabato la comparsa della Nobil Cintrada del Bruco attraversa la città per la sua festa titolare con alfieri, tamburini, popolo. Se ci si sofferma ad ascoltare gli effetti acustici delle chiarine nel riverbero della piazza, dei tamburi negli spazi aperti più o meno ampi, nelle chiese, sotto i volti, se si fa attenzione a echi, rimbombi, ai cambi di ritmo che s'intersecano, se si presta orecchio ai cori contradaioli, alle varianti testuali applicate alla celebre Canto della Verbena, come nell'antichità le variazioni e le polifonie “sull'aria”, allora da questa tradizione sempre viva si potrà ben intendere la profonda radice popolare anche di uno dei più sofisticati generi musicali. Il madrigale, il suo legame con il testo, i cambiamenti e le sovrapposizioni nel ritmo, le dissonanze, il rincorrersi delle voci, i procedimenti imitativi vengono, in fondo, da questo suono della comunità con cui ora si ricongiunge. Là fuori canta e cantava il popolo in festa, nelle sale del palazzo c'è, invece, il Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini” in formazione cameristica, ensemble stupendo per intonazione, chiarezza, rigore espressivo. Così traspaiono i principi del genere e gli sviluppi dei diversi “campioni”, il lirismo di Marenzio che acquista drammaticità in Monteverdi, il pizzico di straniamento che in Lauridsen prende gli spazi di armonie maturate nell'ultimo secolo. Il respiro contemporaneo si ricongiunge all'antico, ancora una volta la stessa sostanza cambia la sua spoglia di vecchia in nuova, il tempo è ciclico, come le stagioni, come la contrada che rinasce nella vittoria in piazza. Allora, il bis annunciato da Lorenzo Donati (eroico direttore con il braccio destro ingessato) resta quanto più significativo: l'arcaismo tutto novecentesco di Pizzetti e D'Annunzio, “Cade la sera”.

La sera è caduta, dopo la concitazione di suoni, la calma è quasi irreale in via di Città, fino a Piazza del Campo, bellissima, come sempre, nel suo abbraccio eterno: “Cor magis tibi Sena pandit”.

foto Roberto Testi


 

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