L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Noche Española

 di Stefano Ceccarelli

Alle Terme di Caracalla, dopo ventinove anni, la star Plácido Domingo, tenore di fama mondiale, torna a incantare il pubblico romano, questa volta in uno spettacolo di Zarzuela, genere a lui profondamente congeniale e che ha sempre cantato nella sua lunga carriera, a fianco dei più blasonati titoli operistici. Gli autori sono molti: Giménez, De Falla, Moreno-Torroba, Granados etc. Assieme a Domingo si esibiscono i bravi Ana María Martínez e Arturo Chacón-Cruz, nonché la Compagnia di ballo Antonio Gades. L’orchestra del Costanzi è diretta da Jordi Bernàcer.

ROMA, 7 agosto 2019 – Dopo un’assenza di quasi un trentennio, il celeberrimo tenore Plácido Domingo torna nella suggestiva cornice delle Terme di Caracalla con uno spettacolo antologico sulla Zarzuela. Da qualche anno a questa parte Domingo sta virando decisamente verso la direzione d’orchestra e – causa anche il naturale inscurirsi della voce – verso i ruoli baritonali, con cui aveva iniziato a debuttare negli anni ’50 nel repertorio, appunto, della Zarzuela: certo un baritono ‘leggero’ rispetto a quello operistico. Se, però, i ruoli baritonali verdiani a mio avviso non calzano affatto alla sua voce e al suo stato di forma odierna, quelli di Zarzuela, invece, ancora sono perfetti per lui e riesce a far benissimo, con charme, intensità, forte partecipazione attoriale, da vero animale da palcoscenico. Il biologico inscurimento della voce ha riportato Domingo a rileggere i ruoli della sua infanzia, in una significativa ripresa dei ‘familiari’ (in tutti i sensi!) ruoli di Zarzuela. Con smalto inconfondibile, fraseggio e recitazione ineguagliabili e un’accettabile tenuta vocale, Domingo rilegge pagine celebri della Zarzuela incantando il folto pubblico assiso: «Quiero desterrar» da La del soto del parral di Soutullo y Vert, «Mi aldea» da Los gavilanes di Guerrero, «No puede ser» da La tabernera del puerto di Sorozábal e «Luche la fe por el triunfo» da Luisa Fernanda di Moreno-Torroba. Domingo riesce a incarnare, con il suo timbro morbido e brunito, l’erotica sensualità di una musica infarcita di influssi orientaleggianti, profondamente carnale e sensuale. Accanto a lui si esibiscono il soprano Ana María Martínez e il tenore Arturo Chacón-Cruz. La Martínez ha una voce genuina e robusta, che fa faville nel repertorio ispanico: salda nell’emissione, riesce magnificamente a trasmettere sensualità grazie all’esperienza nel repertorio: Martínez stupisce anche nei duetti con Domingo e Chacón-Cruz, come nel bel «No cantes más La Africana» (Caballero) e «Hace tiempo que vengo al taller» (La del manojo de rosas di Sorozábal). Arturo Chacón-Cruz possiede una voce molto morbida e vibrata, perfetta per interpretare il ruolo del tenore innamorato della Zarzuela: il pubblico lo applaude grandemente nelle arie di Serrano e Moreno-Torroba, come pure nei duetti con la Martínez. Insomma, la serata è un vero successo, concorrendo a far conoscere un repertorio affascinante e assolutamente poco noto come quello ispanico della Zarzuela. Le Terme di Caracalla vengono impreziosite con proiezioni e semplici ma veloci arredi, che portano lo spettatore nel quadro dell’opera, ogni volta cangiante: i vari pezzi antologici sono inframmezzati, inoltre, da intermezzi orchestrali danzati dall’eccellente Compagnia di ballo ‘Antonio Gades’, che esalta le figure tipicamente spagnole, i sensuali movimenti delle mani e delle gambe, sugli incalzanti ritmi puramente iberici. A dirigere il tutto è Jordi Bernàcer, che conduce in maniera ottima l’orchestra del Costanzi (come si può apprezzare, in particolare, negli intermezzi: un esempio per tutti è la Farruca da El sombrero de tres picos di De Falla). Noche española affascina e conquista il pubblico, che applaude sfrenato gli interpreti (in particolare, ovviamente, Domingo) e l’orchestra: il concerto si chiude con tre arie regalate a mo’ di bis dai tre interpreti, prima dei saluti finali. Questo è il destino principale di un interprete come Domingo, in particolare in questo momento della sua carriera, che anagraficamente (e inevitabilmente) volge al termine: tornare alle radici, promuoverle nel mondo e valorizzarle come patrimonio di cultura e gusto.

foto Fabrizio Sansoni